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Zeno Cosini racconta le fragilità in ognuno di noi

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

La coscienza di Zeno in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri dal 5 all’8 marzo.

Realizzato in occasione del centenario della pubblicazione de La coscienza di Zeno di Italo Svevo, tra i capolavori della letteratura del Novecento, questo adattamento teatrale restituisce la stratificata complessità del romanzo. Lo spettacolo, nato dalla collaborazione tra Paolo Valerio e Monica Codena, rilegge l’innovativa scrittura sveviana traducendone l’ironia, l’ambiguità e la tensione analitica in una drammaturgia autonoma e coerente.

Il protagonista Zeno Cosini è infatti lontano da ogni cliché, grazie anche all’interpretazione di Alessandro Haber, che ne tratteggia la profondità e l’ironia surreale, così come le nevrosi e gli slanci vitali. È un uomo incapace di sentirsi “in sintonia” con la società, che affida al dottor S. e al diario psicanalitico il tentativo di comprendersi. Contraddizioni che risuonano potentemente nel presente e fanno di Zeno un personaggio attuale e teatrale nella sua surrealtà, nelle ostinazioni e nelle intuizioni che continuano a interrogarci.

 

 

Come scrive Giorgio Strehler, La coscienza di Zeno è «una pietra nel cuore di tutti i triestini» e per me è una sfida davvero particolare. Ho affrontato questo lavoro privilegiando fortemente la narrazione di Svevo: ho voluto racchiudere in questa esperienza teatrale alcune pagine che trovo straordinarie, indimenticabili, costruendo un altro Zeno accanto all’Io narrante. Quindi Zeno – interpretato da Alessandro Haber – si racconta e si rivive attraverso il corpo di un altro attore.
Zeno ci rivela l’inciampo, l’umanità… E anche il personaggio di Alessandro Haber s’intreccia a questa inettitudine e talvolta, durante lo spettacolo, si sovrappone l’uomo all’attore, per sottolineare “l’originalità della vita”.
Zeno ci appartiene, racconta di noi, della nostra fragilità, della nostra ingannevole coscienza, della voce che ci parla e che nessuno sente e che ci suggerisce la vita.
Attraverso l’occhio scrutatore del Dottor S. ho cercato di restituire la dimensione surreale, ironica e talvolta bugiarda di Zeno, immersa nell’atmosfera della sua Trieste e di tutti gli straordinari personaggi che la vivono. Un immaginario il cui respiro cerebrale dialoga con il mondo dell’arte, con la psicoanalisi e dove ho cercato di rendere con forza la dialettica fra “esterno e interno” nella spietata analisi che Zeno fa della propria esistenza, lasciando costantemente aperta una finestra sul proprio mondo interiore. Grazie a tutti gli attori, ai collaboratori e grazie alla passione di Alessandro Haber, il nostro spettacolo vorrebbe essere proprio così, come dice Zeno Cosini: «La vita non è né bella né brutta, ma è originale. La vita mi pareva tanto nuova come se l’avessi vista per la prima volta con i suoi corpi gassosi fluidi e solidi. Se la raccontassimo a qualcuno che non ci fosse abituato rimarrebbe senza fiato dinanzi all’enorme costruzione priva di scopo. Mi avrebbe domandato: ma come l’avete sopportata? E dopo essersi informato di ogni singolo dettaglio, da quei corpi celesti appesi lassù perché si vedano ma non si tocchino, fino al mistero che circonda la morte, avrebbe certamente esclamato: Molto originale!»

Paolo Valerio, note di regia

 

Lode […] all’apporto fondamentale della recitazione incisiva ma misurata degli altri coprotagonisti, che si sono messi al servizio di questa messa in scena con dedizione artistica, raggiungendo tutta l’intensità interpretativa richiesta dalla lettura del regista. A tratti Haber interagisce con i protagonisti della sua vita, ne corregge il tono, puntualizza alcune espressioni, rendendo così viva ogni memoria scaturita dall’indagine psicoanalitica ma è la forza scenica della sua presenza che non permette di perdere una sola battuta, […].

Giulia Clai, Rumorscena

Un viaggio emozionale e fisico con il danzatore Nicola Galli

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Deserto tattile in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 4 marzo.

Dopo Il mondo altrove (andato in scena martedì 3 marzo), La Stagione dei Teatri ospita la seconda creazione del coreografo e danzatore Nicola Galli, Deserto tattile una riflessione sulle forme della solitudine e sul deserto inteso come spazio sconfinato e condizione esistenziale.

Questa pièce è un’indagine sulla memoria del corpo, sull’esperienza aptica e sul profondo rapporto tra sguardo, gesto e tattilità quali elementi per entrare in contatto con il mondo e cogliere l’intangibile. Sulla soglia di un velo lattiginoso un abisso di luoghi del corpo e del mondo viene rivelato e celato attraverso un gioco di contrazioni ed espansioni che dissolve le definizioni di limite e distanza. Gesto, luce e suono si condensano dando vita a miraggi sensoriali in cui smarrirsi e incontrare figure viaggiatrici solitarie impegnate a sondare, ascoltare, guardare, spingere, scuotere, lasciarsi accarezzare e toccare. Deserto tattile è un viaggio conteso tra lontananza e prossimità, nitidezza e opacità, unione ed esclusione, capace di sospendere il ritmo del quotidiano fino ad annullare la nostra percezione dello spazio-tempo.

«Su quello che sembra un tramonto infuocato, un’altra creatura si aggira nella solitudine di questo palcoscenico che ha portato davanti ai nostri occhi l’intera esistenza: dall’alba iniziale, fino agli abissi di quelli che sembrano gli oceani più profondi. Si incontrano, si nascondono uno dall’altro, si difendono e infine si studiano fino a riscoprirsi nelle proprie diversità, a imitarsi in un ballo a due, in movimenti che si accompagnano e si sintonizzano in questa immensità desertica dell’esistenza moderna»

Erica Baglio, Exibart.com

 

 

«Scena brumosa, invece, per Deserto Tattile di Nicola Galli, danzatore di rara plasticità, in scena ad accompagnare lo spettatore in un viaggio emozionale e fisico condotto dentro uno spazio volumetrico scuro fuori dal tempo. Il tatto qui è una ricerca personale di conquista ‘alla cieca’ di presenze ‘altre’. […] Mostruosa ma pacata – è un centauro nero dal lungo naso a pungiglione interpretato da Giulio Petrucci sempre in relevé su zoccoli da cavallo – la creatura, meno spaesata dell’umano, si mostra incuriosita dal nuovo arrivato. L’avvicinamento è progressivo, un gioco di fioretto tra il naso del centauro e il corpo di Galli, un dialogo di fine coreografia impostato con la distanza e la diffidenza tipiche del deserto empatico contemporaneo»

Maria Luisa Buzzi, Danza&Danza

 

«Davanti al sipario incendiato di luce, una figura si muove a carponi. Chissà se è un uomo, o un ominide piuttosto, creatura ancora animale. Tasta il terreno con gli arti, si inoltra con cautela in quel deserto infuocato, disabitato. Per lui è una terra sconosciuta. Certo pericolosa. E la esplora»

Roberto Canziani, Quantescene!

 

Nicola Galli, classe 1990, è coreografo, danzatore, light e costume designer. La sua ricerca si declina in azioni e dispositivi che spaziano dalla coreografia alla performance, dall’installazione all’ideazione grafico-visiva. Dal 2010 sviluppa un’indagine coreografica incentrata sul profondo rapporto tra uomo e natura e dal 2014 è artista sostenuto dall’organismo di produzione TIR Danza. Nel 2018 vince il Premio Equilibrio – Fondazione Musica per Roma e il premio Danza&Danza come miglior coreografo emergente. Nel 2019 vince il premio Sfera d’Oro per la danza. Le sue creazioni sono state presentate in Egitto, Francia, Germania, Giappone, Italia, Lussemburgo, Olanda, Perù, Spagna, Svizzera e tramite livestreaming in Corea del Sud.

Il mondo altrove: la danza come ritualità magica

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Il mondo altrove: una storia notturna in scena come evento speciale fuori abbonamento de La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 3 marzo

Un rituale danzato che celebra il movimento di un mondo inesplorato: Il mondo altrove: una storia notturna è una creazione che intreccia Oriente e Occidente, liberamente ispirandosi ai rituali indigeni dell’America del Sud, alle tradizioni del teatro Nō giapponese e all’ossessiva e mistica ricerca musicale di Giacinto Scelsi attorno all’idea sferica del suono. Al centro, una figura sciamanica finemente adornata conduce una cerimonia senza tempo. I suoi gesti e i lineamenti del volto sono modellati secondo canoni estranei alla cultura occidentale: custodiscono il rituale di una possibile tradizione altra, agito all’interno di un confine circolare che delimita uno spazio ancora attribuibile al sacro e che raccoglie l’esito di una convivenza armonica tra habitat naturale e azione umana. L’azione, immersa in cromie di oro, ciano e porpora, è pensata al crepuscolo in un dialogo gestuale notturno,
di sostegno reciproco e comunione universale. Un invito a decifrare i “geroglifici” di questa figura ignota e a confrontarsi con un linguaggio fisico che apre a un mondo nuovo, riscoprendo la propria umanità nel riflesso dell’incontro.

«[…] Ciò che va in scena è una sorta di rito primitivo, è una danza che guarda agli archetipi della ritualità magica in cui spazio e oggetti diventano scenari affacciati sull’indicibile, sull’eterno, sul mistero della vita e del creato. Questo senso liminale – per dirla con Victor Turner – attraversa la performance di Nicola Galli che traduce il suo stile contemporaneo in una sorta di partitura mimica che vive di suggestioni etnologiche e iconografiche di un’arte primitiva e rupestre che emerge dalla postura del corpo».

Nicola Arrigoni, sipario.it

 

[…] Con una maschera a suo modo prodroma della Commedia dell’Arte, si aggancia ai riti campestri o ai pleniluni arcaici proiettando quel corpo fuori da sé oltre sé, rimuovendo le “incrostazioni” dell’adesso mostrando infine un racconto immemore. Sposta pietre, cadenza quasi levigando l’aria con una gestualità perplessa, orchestra lo spazio di una celebrazione antica in quell’assoluto della presenza e della natura con un discorso danzato bellissimo».

Paolo Ruffini, Limina teatri

 

 

«[…] É questa la sensazione di spaesamento che si ha di fronte a una perfomance che potremmo ricondurre alla danza solo per la presenza della musica (evocativa prima ma con un senso di pericolo ed enfasi poi) e l’assenza delle parole; ma, come la maschera e il costume, l’ascendenza dei gesti va ricercata nelle pratiche dell’estremo oriente, nei ricordi di stampo balinesi, con l’obiettivo però di riposizionare i segni di quelle culture e dei loro immaginari in altri luoghi per creare, appunto, nuovi orizzonti e non una mera imitazione»

Andrea Pocosgnich, Cordelia – Teatro e Critica

 

 

Nicola Galli, classe 1990, è coreografo, danzatore, light e costume designer. La sua ricerca si declina in azioni e dispositivi che spaziano dalla coreografia alla performance, dall’installazione all’ideazione grafico-visiva. Dal 2010 sviluppa un’indagine coreografica incentrata sul profondo rapporto tra uomo e natura e dal 2014 è artista sostenuto dall’organismo di produzione TIR Danza. Nel 2018 vince il Premio Equilibrio – Fondazione Musica per Roma e il premio Danza&Danza come miglior coreografo emergente. Nel 2019 vince il premio Sfera d’Oro per la danza. Le sue creazioni sono state presentate in Egitto, Francia, Germania, Giappone, Italia, Lussemburgo, Olanda, Perù, Spagna, Svizzera e tramite livestreaming in Corea del Sud.

La Commedia dell’Arte incontra l’Intelligenza Artificiale

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Arlecchino nel futuro in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 24 febbraio.

Nord Italia, tra cent’anni: la Terra non è stata spazzata via da alcuna catastrofe, eppure il caldo è diventato insostenibile, al punto che l’umanità prepara una migrazione verso la Luna inseguendo l’idea di una vita migliore. Non tutti, però, possono permettersi di partire: di certo non Arlecchino, “poareto” dalla fedina penale poco limpida, costretto a restare ai margini di un futuro già selettivo.

Nella loro nuova creazione, il duo Dammacco/Balivo affida alla maschera più popolare della Commedia dell’Arte il ruolo di protagonista e, attraverso il linguaggio della farsa e un dialetto veneziano “schiarito”, rende omaggio alla tradizione facendola dialogare con l’immaginario tecnologico di domani. Tra imbrogli, sotterfugi maldestri e incontri esilaranti con maschere e figure inattese,  Arlecchino tenterà l’unica via che gli resta: fingersi un androide pur di guadagnarsi un posto sull’astronave. Come andrà a finire?

La genesi del progetto di spettacolo e i suoi temi
«La visione di un Arlecchino nel futuro ha fatto capolino nella mia mente un paio di anni fa mentre ero impegnato in un progetto che prevedeva il tentativo di comporre drammaturgia con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale. È stata un’esperienza ricca di spunti, alla fine della quale non avevo alcun interesse a proseguire la collaborazione con i sistemi di scrittura che avevo avuto modo di saggiare; in compenso avevo a disposizione una serie di appunti, domande e possibili paradossi, spesso buffi […] una mattina stavo dialogando […] con uno di questi sistemi e ho avuto l’inquietante percezione che la futura relazione tra l’intelligenza artificiale e gli umani si annunci piena di sfumature […] che porteranno, forse, a una prova di forza tra Umano e Macchina più sottile, insidiosa e ambigua di quanto si possa immaginare. Mi è parso che non si tratterà soltanto di evitare che i robot facciano perdere il lavoro agli esseri umani, di per sé una catastrofe; non si tratterà soltanto di sperare che sistemi di difesa non scatenino in autonomia dagli umani una guerra magari atomica o con armi che ancora non possiamo immaginare: ho avuto la sensazione che si tratterà di fare fronte a come queste macchine, che dovrebbero essere strumenti nelle mani dell’umanità, rischiano di infilarsi nel nostro intimo e personalissimo modo di sentire e vivere la vita, la relazione con gli altri, con se stessi e il senso della vita. Tenteremo la via dell’immortalità?[…]»

 


I personaggi in scena e le loro maschere

Le maschere sono state realizzate appositamente per l’Arlecchino nel futuro dal Maestro Renzo Sindoca (Arlecchino, Androide 17-22, Puteo, Sbirrandroide) e dall’artigiano, giovane Maestro, Leonardo Gasparri (Pantalone e un Arlecchino nero che compare per un attimo restando fuori dal conto dei personaggi). Le maschere di Sindoca e Gasparri sono state uno strumento importante nel gioco di corrispondenze e rimandi tra i personaggi del nostro spettacolo e quelli della commedia dell’arte. […] Il nostro Arlecchino, per una volta padrone di casa, protagonista forse, certamente ponte tra la scena e la platea, è agito alternativamente da Serena Balivo ed Mariachiara Falcone, e porta una maschera da Arlecchino. Il Vecio è nella vicenda un uomo di oltre centocinquant’anni di età, creato da Balivo nel solco della maschera di Pantalone, […] L’Androide 17-22 è creato e agito da Balivo con una maschera da Pulcinella ispirata ai disegni del Tiepolo […] Lo Sbirrandroide è il poliziotto del futuro ed è creato e agito da Falcone sul solco del Capitano della Commedia dell’Arte, una grottesca macchina da guerra che non disdegna di vantarsi delle sue imprese […] Il Puteo, l’uomo del futuro, è affidato anch’esso al lavoro di Falcone che ne tratteggia il carattere lavorando in riferimento ad uno zanni ebete ma con una maschera d’invenzione del maestro Sindoca,[…]»

Mariano Dammacco, dalle note di regia

Il mondo del lavoro oggi attraverso la lente della comicità

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Condominio Mon Amour in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi dal 19 al 22 febbraio.

Come sopravvivere alla folle corsa del “progresso”, all’intelligenza artificiale che sta sostituendo le relazioni umane, a un mondo del lavoro sempre più precario? È attorno a queste domande che si sviluppa Condominio mon amour, ironica e divertente commedia firmata e interpretata dal  noto comico Giacomo Poretti e dall’attrice di teatro Daniela Cristofori, con la regia di Marco Zoppello.

La vicenda è ambientata nell’atrio di palazzo della “Milano-bene” dove lavora Angelo, un vecchio custode che svolge il proprio lavoro con dedizione e cura. Un giorno, inaspettatamente, si presenta all’ingresso del condominio un’affascinante signora, Caterina, per annunciare ad Angelo che è stato licenziato. Il motivo: la sua presenza non è più necessaria, perché un’App prenderà il suo posto. Da quel momento il piccolo condominio si trasformerà in una scacchiera, in cui ogni giocatore muove strategicamente le proprie pedine: gli azionisti per monetizzare, il custode per tentare di restare a galla. Un ironico spaccato della vita quotidiana di molti di noi per riflettere, a suon di risate, sulle contraddizioni del mondo del lavoro ai nostri giorni.

Il comico racconta il mondo attraverso il paradosso, l’iperbole, l’ironia. Quando sale sul palcoscenico porta con sé uno specchio deformante, affinché la platea possa specchiarcisi e ridere di se stessa. Daniela Cristofori e Giacomo Poretti per l’occasione si cimentano in una moderna pochade, una commedia brillante dal ritmo incalzante. Nell’androne condominiale, come personaggi di una farsa di Feydeau, il custode Angelo e la tagliateste Caterina contrappongono due visioni diverse del mondo. Da una parte il progresso più estremo, digitale ad ogni costo; dall’altra il valore del rapporto umano. Quale sarà il mondo del lavoro, domani, non saremo noi ad indovinarlo. Quale saranno le soluzioni alle sfide che il lavoro, già oggi, ci pone dinnanzi, non le conosciamo. Con quello specchio deformante possiamo solo vedere quello che c’è, anche se spesso la realtà supera la nostra immaginazione. Possiamo solo prenderci un momento per porci tutti assieme qualche domanda e, attraverso gli strumenti del comico, provare a capirci qualcosa di più. Perché se ci interroghiamo tutti assieme, in quella grande agorà che è il teatro, forse ci sentiamo un po’ meno sperduti.

Marco Zoppello


Condominio mon amour
è parte di FOCUS LAVORO, una proposta di riflessione collettiva sulla delicata situazione lavorativa contemporanea attraverso spettacoli, proiezioni e incontri. Tra diritti, precarietà, intelligenza artificiale, trasformazioni sociali e welfare in trasformazione, il focus assume il lavoro come una lente privilegiata per capire lo stato di salute della nostra società, invitando a vivere l’arte come uno spazio di possibilità, confronto e resistenza.

FOCUS LAVORO è sostenuto da CGIL Ravenna, partner principale del progetto e dall’Assessorato al Lavoro del Comune di Ravenna.

MALAGOLA. aperte le iscrizioni per il corso di formazione gratuito ‘LO SPAZIO DEL SUONO: il sound design e le arti dal vivo’

È aperto da oggi (fino all’11 marzo 2026) il bando per candidarsi al nuovo corso di formazione permanente gratuito dal titolo LO SPAZIO DEL SUONO: il sound design e le arti dal vivo diretto da Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi con il sound designer Marco Olivieri e il light designer e direttore tecnico Luca Pagliano.

Malagola è scuola di vocalità e centro di ricerca vocale e sonora di Ravenna, diretto da Ermanna Montanari, co-fondatrice e direzione artistica del Teatro delle Albe/Ravenna Teatro, e Enrico Pitozzi, studioso e docente dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna.

Il corso di formazione permanente gratuito aperto a 13 studenti mira a consolidare e/o riqualificare figure professionali che gravitano intorno alle competenze connesse al sound design negli ambiti di produzione artistica, dalle arti performative alle installazioni, dai live set ai contesti mediali, così da delineare figure di alto profilo tecnico capaci di supportare e realizzare progetti artistici fondati sulla spazializzazione, modellizzazione e registrazione-documentazione del suono.

Il corso è pensato in sinergia con il progetto di alta formazione artistica Ricerca vocale e cura di sé, al fine di creare una filiera di competenze sia artistiche che tecniche nelle attività del centro.

Tra i docenti dei 4 moduli in cui si articola il corso, insieme ai direttori artistici Montanari e Pitozzi, il sound designer Olivieri e il light designer Luca Pagliano, ci saranno figure di primo piano come Nicola Prodi, Hubert Westkemper, Luigi Agostini, Francesco Papaleo, Federico Bianchi, Stefano Maccarelli, Massimo Carli, Diego Schiavo, Robin Rimbaud aka Scanner e Andrea Veneri.

La direzione organizzativa del progetto è di Silvia Pagliano, la direzione tecnica di Luca Pagliano. Tutor sarà Paola Ricci.
Stefano Ricci ha composto il logo, il progetto per i social di Malagola è invece curato da Marco Sciotto responsabile degli archivi.

Tra i partner promotori a livello regionale, nazionale e internazionale che aderiscono al progetto si segnalano: Fondazione Ravenna Manifestazioni-Ravenna Festival, Consorzio Digitalia, ERT- Emilia Romagna Teatro, Fondazione I Teatri, Conservatorio Statale di musica G. Verdi di Ravenna, Santarcangelo dei Teatri – Santarcangelo Festival, Tempo Reale – Centro di ricerca, produzione e didattica musicale, BH Audio, Tempi Tecnici Società Cooperativa, Antropotopia Film Production, Robin Rimbaud Art Foundation.

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scadenza invio candidature 11 marzo 2026
a info@malagola.eu | +39 333 8996348 (lun-ven 9-13 e 14-18 via whatsapp)

info Fb/Ig @MalagolaRavenna | info@malagola.eu

LO SPAZIO DEL SUONO: il sound design e le arti dal vivo
corso permanente gratuito per 13 studenti
Ravenna | da aprile a maggio 2026
150 ore complessive: 120 ore di lezioni in aula, 30 ore di “Project Work”

Requisiti di accesso:
-domiciliati o residenti in RER;
-titolo di formazione secondaria;
-pregresse conoscenze, competenze ed esperienze nello spettacolo e/o multimedia, acquisite attraverso percorsi formativi ed esperienze professionali attestate o percorsi formali di formazione terziaria coerenti, corsi/laboratori dedicati alla voce e alla composizione sonora e/o a esperienze, professionali e non, di interprete dello spettacolo dal vivo; competenze ed esperienze nei settori musicali (musica strumentale, elettronica ed elettroacustica);
-conoscenza delle principali tecnologie applicate alla spazializzazione del suono.
-buona conoscenza della lingua inglese e un’ottima conoscenza della lingua italiana.

Al termine sarà rilasciato un attestato di frequenza

Malagola fa parte delle attività di formazione teorico-pratiche avviate dal Centro di produzione ed Ente di formazione Albe/Ravenna Teatro.

Operazione Rif. PA 2025-25409/RER approvata con Delibera di Giunta Regionale n. DGR 2030/2025 del 09/12/2025 e cofinanziata con risorse del Fondo sociale europeo Plus

La natura plasmabile e appiccicosa del desiderio

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Sabbia in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 13 febbraio 2026.

«Sabbia è uno spettacolo sul desiderio. Qualcosa che sta prima della sessualità che pure ne rappresenta, anche su questa scena, il lato immediatamente visibile. E, come da titolo, è uno spettacolo scritto sulla sabbia ammucchiata al centro del palcoscenico vuoto. (…) Materia per sua natura labile e incoerente, pronta a prendere qualsiasi forma, e che tuttavia resta appiccicata addosso malgrado i tentativi di scrollarsene. Com’è appunto del desiderio. Danco ci si butta sopra, con impeto passionale. Sembra quasi volervi aderire, mentre si libera delle parole, anche quelle più imbarazzanti. Con una forza fisica che rappresenta l’aspetto più coinvolgente del suo lavoro, a tratti quasi una danza».

Gianni Manzella, il manifesto

 

«Ho visto per la prima volta uno spettacolo di Eleonora Danco in un piccolo teatro a Roma e ne fui impressionato. Era diretto, popolare, recuperava al teatro una lingua romana fresca e autentica, straziata e contemporanea, lontana mille miglia da stereotipi e volgarità. Vero e reale il suo agire in scena, eppure non si trattava di spontaneità, dietro c’era un lavoro, si intuiva che il processo che consentiva di giungere a quel piccolo miracolo era complesso. La Danco pensa pittoricamente quando scrive e recita, per meglio dire pensa alla pittura informale, a Pollock: le sue parole sono getti di colore sul palcoscenico e si compongono liberamente: ma non sono getti estetici, sono getti umani, allo stesso tempo sofferti e vitali, che giungono a comporsi esteticamente per grazia e forza intuitiva in una forma autobiografica che sembra una fotografia scattata in movimento».

Mario Martone, dal volume di Eleonora Danco , Ero purissima, Minimum Fax

«Non c’è niente di improvvisato nei suoi spettacoli, sono macchine infernali e lei, Eleonora Danco, è vittima e carnefice. “Mi torturo. Quando ero più giovane mi veniva più facile, ora è faticoso. Ma se non mi torturo, se non raggiungo quel livello di tensione non succede niente”. Le chiedo se arriva in teatro col testo già pronto. “Sì, sì. Scrivo in casa, mi tengo prigioniera per giorni e giorni. Sto chiusa, mi dispero. Mi metto davanti al computer, penso che non ce la farò. Ma sto lì, scrivo. La sera mi mando un messaggio sul telefonino, mi spedisco il testo perché vedendolo su un altro schermo mi si chiariscono le idee”. Parlare con Eleonora significa beccarsi in faccia la sua irrequietezza, il continuo levare e mettere, affermare e negare. C’è in lei la proverbiale incapacità di prendersi troppo sul serio dei romani, ma anche, degli stessi, l’impudicizia, il fatalismo, l’egocentrismo. (…) “Il teatro è questione di ritmo, e il ritmo lo trovo impazzendo. Poi, una volta messa a punto questa partitura in maniera selvaggia, primitiva, allora lo spettacolo regge l’impatto. Del pubblico e di tutti gli inconvenienti possibili della scena. Non c’è improvvisazione, mai. C’è la verità, ci devi stare dentro”. (…) Nelle cose che scrive, sembra esserci un’ossessione per l’età: i pischelli, gli adulti e i vecchi. I pischelli sono vitali, allegri, innocenti. I vecchi sono saggi e un po’ matti e dicono solo cose geniali. Chi non si salva mai, sono gli adulti».

Elena Stancanelli, rivistastudio.com

 

«Per Eleonora Danco la vita adulta non è interessante. Neanche la prima infanzia lo è. Interessanti sono l’adolescenza, con i sentimenti in bella mostra come brufoli, e la vecchiaia, passata a far finta di non aver bisogno di niente e tantomeno della morte. In entrambe esplode il sentimento della mancanza: puoi nasconderti quanto vuoi, tanto si vede che soffri. Prima non sei abbastanza adulto da saper fingere, poi lo sei stato per troppo tempo e non ne hai più voglia».

Nadia Terranova, Internazionale

Antigone e Creonte, due facce della stessa medaglia

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Antigone in scena per Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri il 7 e l’8 febbraio 2026.

Al suo debutto parigino nel 1944, l’Antigone di Anouilh – riscrittura dell’omonima tragedia sofoclea ambientata nella Francia occupata – provocò reazioni contrastanti (…). La corrispondenza tra Antigone – la figura archetipica dell’eroina che sfida una legge considerata ingiusta – e la resistenza contro l’oppressione nazista risultava imperfetta, tiepida. Conseguenza in parte della censura che l’autore aveva dovuto in qualche modo aggirare, e certamente di un momento storico in cui le questioni di obbedienza, resistenza e autorità erano materia incandescente. Ma la responsabilità di quelle reazioni alla pièce era anche dell’imperdonabile bellezza del suo Creonte.
«Anouilh non ha dato solo una voce nuova ad Antigone, ma anche a Creonte» spiega Roberto Latini, drammaturgo, regista e interprete (più volte premio Ubu), che affronta questo classico novecentesco vestendo i panni della protagonista. (…)
Non è però la metafora politica della resistenza contro l’autorità a sollecitare l’artista. «Mi interessa il fatto che tutti noi siamo Antigone. O comunque stiamo con lei fino a un certo punto della nostra esistenza, fino a che la vita reale non ingombra la vita ideale. Creonte invece lo incontriamo dopo. Crescendo – scontrandoci con gli altri sul nostro cammino – il suo punto di vista lo capiamo di più. Dunque l’uno contiene l’altra. Convivono, scontrandosi. La disputa fondamentale tra l’essere uomini e l’essere umani è tutta interiore (…)».
Nella sua riscrittura, d’altronde, Anouilh ha ascoltato la voce e il tormento di Antigone per come risuona nel Novecento: non più solo una contesa tra legge umana e divina, cioè tra quello che ci rende parti di un consesso civile e le sue regole, e quello che ci rende umani, enfatici, innamorati e disamorati (anche a dispetto di quelle regole); bensì una lotta tra le diverse ragioni che abitano in ognuno di noi, tra l’Antigone che vive in Creonte e il Creonte che vive dentro Antigone, in una dialettica del sé irrisolvibile e lastricata di contraddizioni.
Da sempre Latini frequenta letteratura e poesia (…) ingaggiando un corpo a corpo con le questioni fondanti della vita e le forme attraverso cui sono tramandate, con echi sonori di parole già sentite che nella sua voce ferina risuonano nuove, incarnate. (…) Proprio come quelle dell’Antigone di Anouilh: «Sono parole che ascoltiamo nella nostra voce. Siamo Antigone e Creonte insieme».
Così, nel momento in cui, per ragioni anagrafiche, sarebbe più vicino al ruolo del re, Latini sceglie di confrontarsi con la figura più giovane. «Oggi posso essere Antigone perché riesco a sfidare fino in fondo Creonte, e lo posso sfidare perché lo capisco, capisco cosa sto mettendo in discussione». L’altra faccia della medaglia, quella del re, ha il volto di Francesca Mazza (attrice che a sua volta vanta diversi Ubu). «È una delle prime persone che ho conosciuto nella mia vita teatrale; Francesca sa chi ero quando avevo l’età di Antigone. Non avrei potuto scegliere un altro Creonte».
(…) In questo gioco di specchi, ognuna delle altre interpreti dello spettacolo assume un ruolo doppio: la nutrice è anche il coro, Ismaele è anche il messaggero, Emone è anche le guardie. «Ciascuna figura fa i conti con un altro da sé», spiega Latini, che aggiunge: «Ho inserito nello spettacolo una frase che non è di Anouilh: “Tutte le scelte che hai fatto ti hanno portato adesso qui”, ma vale anche per quelle che non abbiamo fatto. E ho voluto l’idea di una strada come scenografia perché il corpo di Polinice, quello sulla cui sepoltura si scontrano Antigone e Creonte, è una strada su cui tutti camminiamo, e rappresenta la direzione che scegliamo di seguire. Polinice è le nostre scelte».

Rossella Menna, “Corriere della Sera – La lettura”

 

Xylella, il batterio che ci racconta come “prendersi cura”

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

X dy Xylella, Bibbia e Alberi sacri in scena per Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 3 febbraio 2026.

 

La Xylella Fastidiosa (si chiama proprio così) è una questione complessa. E l’informazione non è in grado di affrontare la complessità. La prendo dalla parte dell’informazione perché, ormai, è l’informazione che produce la realtà. Quindi, nel momento in cui la grande informazione volta le spalle a un fatto, quello non esiste più. (…) Che possibilità abbiamo, allora, di produrre realtà alternativa? Il teatro, per esempio. Nella contemporaneità il teatro può essere uno strumento in grado di ripristinare piccoli grumi di realtà concreta, perché può affrontare la complessità. E ciò in molti casi significa affrontare, convivere a addirittura collaborare con l’incertezza. (…) Questa è la ragione per cui nella nostra scena ci sono sei attrici, anzi, sei donne. Perché forse la comprensione dei fenomeni – dove (…) comprendere significa accogliere, abbracciare, stare, saper stare con quello che c’è anziché combattere con quello che non c’è – a ben vedere appartiene più al femminile che al maschile.
In definitiva lo spettacolo (…) racconta del prendersi cura. Prendersi cura veramente dei corpi, della natura, della salute e della malattia. E anche della memoria.

Gabriele Vacis

«La riforma di pensiero è quella che definisco “pensiero complesso”1 (…), che vuole superare la confusione, la complicazione e la difficoltà di pensare, con l’aiuto di un pensiero organizzatore (…). La riforma di pensiero incontra condizioni
favorevoli e condizioni sfavorevoli. Le condizioni favorevoli sono due grandi
rivoluzioni scientifiche. La prima, molto avanzata, ma lungi dall’essere compiuta, è quella che è cominciata all’inizio del ventesimo
secolo con la fisica quantistica e che ha completamente sconvolto la nostra
nozione del reale, abolendo la concezione puramente meccanicistica dell’universo. (…) La seconda rivoluzione, che è ai suoi inizi, si è manifestata in alcune scienze che
si possono definire scienze sistemiche, ove vediamo in effetti crearsi approcci complessi, poli-disciplinari, come nelle scienze della Terra, nell’ecologia o nella
cosmologia. In ecologia, l’ecologo è come il direttore d’orchestra che tiene conto
dei disequilibri, delle regolazioni, delle irregolarità degli ecosistemi, e che fa appello alle competenze specifiche dello zoologo, del botanico, del biologo, del
fisico, del geologo ecc. (…)
A partire dal pensiero complesso noi ritroviamo la possibilità di collegare l’essere umano con la natura e il cosmo, e nel contempo di separarli. A partire dal pensiero complesso possiamo ristabilire il dialogo fra le due culture, scientifica e umanistica, e situarci nell’universo in cui il locale e il globale sono collegati. Le condizioni sfavorevoli dipendono dalle strutture mentali, dalle strutture istituzionali e dal paradigma di disgiunzione e di riduzione che funziona all’interno delle menti (…). La riforma di pensiero richiede una riforma delle istituzioni che richiede a sua volta una riforma di pensiero. Si tratta di trasformare questo circolo vizioso in circuito produttivo».

Edgard Morin, Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione, Raffaello Cortina Editore

1 «Quando parlo di complessità mi riferisco al significato elementare della parola latina complexus, “ciò che è tessuto insieme”. I componenti sono diversi, ma occorre guardare all’intera figura come un arazzo», scrive il filosofo in un suo saggio dal titolo La stratégie de reliance pour l’intelligence de la complexité.

Alan Bennet, tra desiderio e paura della morte

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Cerimonia del massaggio in scena per Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 24 gennaio 2026.

 

Dalle pagine del romanzo breve di Alan Bennett, un po’ black comedy e un po’ pamphlet satirico, un monologo torrenziale, tragicomico e irriverente che è anche e soprattutto la parabola di un uomo che fronteggia, esplora e infine accoglie il desiderio carnale, trovandogli un posto dentro di sé dopo aver attraversato l’imbarazzo, la paura e in un certo senso anche la morte. Commedia e dramma si rincorrono e si prendono in giro a vicenda nella scrittura, pungente e raffinata di questo autore di elegante e sottile perfidia.

Dalla scheda artistica

 

«Il funerale, in ossequio alle abitudini correnti, era stato annunciato come una “celebrazione’, pratico connubio tra il festeggiamento e il commiato. Tanto per cominciare non era imperativo addolorarsi troppo, il che era decisamente un vantaggio: la persona da celebrare era morta da un pezzo e per piangere sarebbe stata necessaria una certa vis drammatica. In più, chiamarla celebrazione permetteva di non vestire a lutto.
(…)
Benché abituato a celebrare davanti a una prevalenza di donne, padre Jolliffe non si stupi nel vedere oggi tutti quegli uomini. Alcuni erano amici intimi di Clive, certo, ma a parte questo aveva notato che ali uomini erano più attratti dai funerali e dalle funzioni commemorative che non da una messa (o, che so, dal teatro), e se ne era chiesto il motivo, visto che gli uomini fanno di rado quel che non hanno voglia di fare. Aveva concluso che quando c’è un morto entra in ballo il senso di superiorità: il defunto è stato messo al suo posto, cioè nella tomba, e per quanto sontuosi possano essere i tributi che accompagnano il commiato, non si può negare che lo status dei vivi sia di gran lunga superiore. Agli uomini, in particolare, questo piace molto.
(…)
Ancora non aveva deciso come impostare il sermone. Confidava che gli sarebbe venuto in mente qualcosa, che al momento buono le parole gli sarebbero state suggerite, come gli accadeva di pensare quando si sentiva particolarmente vicino al Signore. Passando tra la gente che cantava sgangheratamente l’inno, padre Jolliffe rifletté che quella sembrava davvero una platea: elegante, attaccata alle cose terrene, si aspettava certo che lui non tirasse troppo in ballo Dio. Un po’ si risenti: benché fosse un prete smaliziato e fin troppo indulgente con se stesso, (…) gli spiaceva adattare la sua fede al pubblico che aveva davanti e, non per la prima volta, desiderò essere un vero cattolico, al quale questo problema non si sarebbe mai posto. Uno dei tanti motivi di lagnanza che padre Jolliffe aveva nei confronti della Riforma inglese era che, da allora, nel rito era entrato il sentimento. Non te la potevi più cavare con le formule: ci dovevi credere. Questi pensieri lo avevano accompagnato, insieme alla processione, fino al presbiterio, dove il coro s’infilò nelle sue panche e gli ecclesiastici gli si disposero intorno. Mancavano un paio di strofe alla fine dell’inno. Questo diede a padre Jolliffe la possibilità di pensare a cosa doveva dire di Clive, e a cosa non doveva dire».

Stralci dal racconto di Alan Bennet, La cerimonia del massaggio, Adelphi