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Uno spettacolo che ci permette di ascoltare le voci di chi ha vissuto la guerra

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026 – evento speciale

Crescere, la guerra in scena come evento speciale per La Stagione dei Teatri 2025-2026 al Teatro Alighieri l’11 maggio, in collaborazione con il Festival delle Culture.

Forse il male non è il contrario del bene,
ma la sua ombra.
F. Mannocchi, Crescere, la guerra (Einaudi, 2026)

Crescere, la guerra è uno spettacolo che intreccia voci e testimonianze vere, raccolte da diverse guerre del passato e del presente, per mettere in luce il punto cieco della nostra umanità: l’indifferenza. Un viaggio teatrale, che ci costringe ad ascoltare ciò che spesso scegliamo di non vedere: il dolore degli altri.

Attraverso le parole di chi ha vissuto la guerra, si mostra come i semi dei conflitti futuri si annidino nell’inconsapevolezza del presente, nella distrazione di chi racconta senza cura, nella sordità di chi ascolta senza empatia. Una riflessione profonda sul tempo, la memoria e la responsabilità collettiva. Perché ogni guerra nasce anche da ciò che non siamo stati capaci di proteggere. E ogni pace si costruisce a partire da ciò che decidiamo di vedere.

«[…] le sue poesie – al contempo canto, preghiera e maledizione – convocano la grandezza e lo scempio dell’umano davanti alla guerra. Dalla Valle della Beqaa a Kabul, da Sednaya a Yarmouk e Jenin, i territori del massacro sono scelti da chi nel suo lavoro ne ha visitati molti altri. […] E che Mannocchi ce li abbia restituiti in modo così intenso e puntuale è ulteriore prova del suo essere sempre stata poeta, prima di essere reporter».

Alessandra Pigliaru, ilmanifesto

 

«Nel suo incedere quasi aedico, martellato di ripetizioni e di deittici, l’autrice opta per una punteggiatura ingombrante tanto quanto lo è il suo desiderio di riempire lo spazio bianco della pagina, affinché niente rimanga in balia dell’omissione, dell’indifferenza, del fraintendimento. Le parole sgambettano e tranciano, sbocciano per sgomentare: sono preghiere e denunce, canti crudi, nomi propri, dalla cui fiamma non possiamo ripararci perché intorno nel frattempo è tutto schizzato di inchiostro – e l’inchiostro è come una gabbia, che esige posture scomode e vigili».

Eva Luna Mascolino, Il Libraio.it

 

Francesca Mannocchi – Giornalista, scrittrice e documentarista italiana specializzata di migrazioni e conflitti. Ha realizzato reportage da Iraq, Libia, Libano, Siria, Tunisia, Egitto, Yemen, Afghanistan, Ucraina, Somalia, Chad, Kenya, Sud Sudan, Bangladesh, Palestina e Israele, e nel 2015 ha diretto il documentario If I close my eyes sui bambini siriani rifugiati in Libano dopo l’inizio della guerra. Nel 2016-2017 ha seguito per mesi l’offensiva per liberare Mosul dallo Stato Islamico e a seguito di quell’esperienza ha diretto e sceneggiato insieme al fotografo Alessio Romenzi il documentario Isis, Tomorrow – The lost souls of Mosul, una coproduzione italo-franco-tedesca presentata alla 75a Mostra internazionale del Cinema di Venezia e proiettata in numerosi festival internazionali tra cui Doha, New York e Berlino. Dal 2022 segue l’invasione russa in Ucraina e ha realizzato, prodotto da Fandango, il documentario Lirica Ucraina con cui ha vinto nel 2025 il David di Donatello per il miglior Documentario.

Rodrigo D’Erasmo – Violinista, polistrumentista, compositore, arrangiatore e produttore di formazione classica, dal 2001 ad oggi ha registrato decine di album e suonato con numerose band e artisti tra cui Mark Lanegan, Muse, Damon Albarn, Rokia Traoré e molti altri. Dal 2008 è il violinista degli Afterhours, con cui ha vinto tra gli altri il premio della critica al Festival di Sanremo 2009 e il premio Tenco nel 2012. È stato producer ad X Factor nelle edizioni 10, 11, 13 e 14 nel team di Manuel Agnelli e direttore musicale della trasmissione cult di Rai Ossigeno. Dal 2014 ha diretto l’orchestra di Sanremo per vari artisti tra cui Diodato, con il quale nel 2020 ha vinto il Festival con il brano Fai Rumore.
Ha composto colonne sonore per film e documentari e nel 2022 è uscito Songs in a Conversation, progetto con Roberto Angelini che omaggia Nick Drake a 50 anni dall’uscita del suo ultimo lavoro discografico Pink Moon. È ideatore e direttore artistico del Festival multidisciplinare GoDai Fest che quest’anno andrà in scena il 20 e 21 settembre a Milano per la sua terza edizione al Parco ex Paolo Pini. Con Roberto Angelini nel 2025 ha pubblicato il progetto musicale e letterario Il dominio della luce.

La storia dei 7 fratelli Cervi e di quel lutto negato

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

I 7 Cervi in scena per  La Stagione dei Teatri 2025-2026 al Teatro Alighieri il 28 aprile.

«Mi hanno sempre detto: tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami. Ma guardate il seme. Perché la quercia morirà. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo»
“Papà” Alcide Cervi

Dopo una violenza, può capitarne di seguito un’altra: quella di un silenzio imposto, di un lutto negato, di corpi sottratti alla pietà. Da qui prende avvio lo spettacolo di Eugenio Sideri, che sceglie di raccontare la vicenda dei sette fratelli Cervi intrecciandola con il mito di Antigone.

I Cervi, figli di una famiglia contadina di Campegine e protagonisti della Resistenza antifascista, furono fucilati il 28 dicembre 1943 al Poligono di Tiro di Reggio Emilia insieme a Quarto Camurri. Alla loro uccisione seguì la negazione del cordoglio: una sepoltura frettolosa e l’impossibilità, per lungo tempo, di onorarli pubblicamente. È in questo spazio che il richiamo ad Antigone si fa centrale. Come nella tragedia di Sofocle la giovane sfida il potere per dare sepoltura al fratello, così Genoeffa Cocconi, madre dei Cervi, rivendicò il diritto al lutto, senza poterlo vedere compiuto.
In scena, gli interpreti sono insieme figure storiche e personaggi tragici: Genoeffa è Antigone, il gerarca fascista richiama Creonte. Attraverso questa sovrapposizione, la vicenda diventa riflessione sul conflitto tra legge e coscienza. Il dialetto reggiano, accanto all’italiano, restituisce radicamento e concretezza.

Lo spettacolo si inserisce nel progetto “I 7 Cervi” e nasce nell’ambito dell’ottantesimo anniversario dei funerali pubblici del 28 ottobre 1945, quando quella storia entrò definitivamente nella memoria collettiva della Resistenza.

Son sette le lettere della Memoria.

A, di Aldo.
Sono partito da un pensiero che era, ed è, un ordigno esploso nella pancia: perdere 7 figli. In un attimo, in un momento, ritrovare sette sedie vuote in quella stanza che aveva visto una famiglia contadina radunarsi, parlarsi, ragionare, leggere, raccontare “fole”. All’improvvisto la stanza si fa silenzio e il vuoto avanza inesorabile, come la nebbia della campagna emiliana.

G, di Gelindo.
Ho ascoltato questa terribile sensazione che mi aggrovigliava le viscere e mi schiacciava le spalle: dolore che ti taglia, ma anche rabbia, anche un grido che si fa pianto e lamento e rivolta.

F, di Ferdinando.
I Cervi e Antigone. Una madre e una sorella rivendicano il proprio lamento e vogliono la dignità di sepoltura per i loro cari, rubati alla vita per una idea di Libertà.

A, di Antenore.
Ho cercato il racconto, in una misura cronologica, camminando con Genoeffa e Antigone a ritroso, per ricordare da dove tutto aveva avuto inizio, e come. Dai Campi rossi, presi in affitto per realizzare nuove tecniche di lavoro, alle parole di Sofocle e del popolo di Tebe.

O, di Ovidio.
E’ proprio il Coro che si fa protagonista, ieri come oggi, nella rivolta contro il potere della dittatura; Coro-Popolo che canta, che si batte, che resiste.

E, di Ettore.
Alcide si fa Tiresia e, come un indovino, legge negli incubi neri della notte che inghiottirà i suoi figli e che darà voce a Don Pasquino Borghi, di lì a poco fucilato per la sua militanza antifascista.

A, di Agostino.
Non volevo la verosimiglianza, e nemmeno la rievocazione, ma trovare un denominatore comune alle due vicende per dar voce ad una unica voce, come se anche i personaggi smettessero di essere tali ed entrassero del Coro di quell’unico funerale del 28 ottobre 1945.

Poi c’è la C, che raccoglie tutto l’alfabeto. C di Cervi.

C come chi combatte, chi non molla, chi non si è arreso nemmeno dinanzi al plotone d’esecuzione, C come madri e padri che han guardato il seme e in lui han visto il futuro.

Eugenio Sideri

Quel tentativo di fermare il tempo che ancora ci appartiene

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Tre sorelle – Nevica. Che senso ha? in scena per  La Stagione dei Teatri 2025-2026 al Teatro Alighieri dal 16 al 19 aprile.

Scritta nel 1900 e ispirata alle sorelle Zimmermann della cittadina di Perm, Tre Sorelle è un’opera del drammaturgo russo Anton Čechov. Si narra di Olga, Maša e Irina, tre donne intrappolate in una provincia soffocante, incapaci di realizzare il loro desiderio di tornare a Mosca. Nella sua rilettura, Liv Ferracchiati sceglie di far risaltare l’attualità del testo: emergono così la precarietà emotiva e il senso di vuoto che attraversa le relazioni umane. La scenografia essenziale unita a elementi contemporanei amplifica il sentimento di alienazione, mentre il linguaggio recitativo oscilla tra classicismo e modernità. Con ironia e introspezione, lo spettacolo mostra le fratture interiori dei personaggi e le loro aspirazioni irrisolte, restituendo un ritratto intenso e universale dell’incompiutezza dell’esistenza.

Tre sorelle è un testo filosofico sull’esistenza, infatti somiglia a una sequenza di fotografie che racconta come l’essere umano impiega e attraversa il tempo prima di morire. La questione centrale non è il tempo che passa, ma il momento in cui il tempo non garantisce più un senso, una promessa, una direzione. Čechov non racconta un crollo improvviso: racconta un’erosione lenta, un logoramento per accumulo, una disgregazione silenziosa che avviene mentre la vita continua uguale a se stessa, così che, alla fine e in profondità, tutto tende a equivalersi. Come direbbe Čebutykin, l’anziano dottore: «tutto è uguale». In Čechov anche il ricordo del passato sbiadisce e si perde ogni riferimento. Non a caso nel terzo atto, Čebutykin rompe l’orologio appartenuto alla madre delle sorelle, la donna che ha amato e che ora quasi non ricorda più. Un atto violento, apparentemente casuale, che neppure lui riesce a giustificare e che mostra una verità, apre un varco nella narrazione del tempo e della memoria. Questo orologio di porcellana in pezzi, a terra, è per noi uno dei nuclei più potenti dell’opera e da qui abbiamo scelto di irraggiare l’azione. Čechov parla del tempo per parlare della vita e l’orologio è, in questa prospettiva, un oggetto di sfondo appartenente a un’epoca in cui si credeva che il tempo conducesse da qualche parte. Per questo Tre sorelle ci appare così contemporaneo: anche il nostro tempo ha perso le sue garanzie senza trovare nuove fondamenta. Čechov sembra dirci che persino la memoria, ultimo appiglio doloroso, non può che cedere. I personaggi continuano a dimenticare e a non comunicare. Forse per questo, sulla scena, si scattano fotografie, per tentare di fermare la vita, di salvare almeno l’attimo presente. La consapevolezza non sprofonda mai, però, nel nichilismo, anzi rafforza il valore dell’agire nell’orizzonte terrestre, nulla è più prezioso del vivere stesso, un bicchiere di champagne, una musica da ascoltare. Va bene anche scoprire che nulla ha senso. È Tuzenbach a dirlo: «Nevica. Che senso ha?»

Liv Ferracchiati

 

Liv Ferracchiati è autore, regista e performer, diplomato alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano. Nel 2015 fonda la compagnia The Baby Walk e dà vita alla Trilogia sull’identità, il cui secondo capitolo, Stabat Mater vince il Premio Hystrio Scritture di Scena mentre il terzo, Un eschimese in Amazzonia, si aggiudica il Premio Scenario. Nel 2016 inizia una collaborazione con il Teatro Stabile dell’Umbria e debutta con Todi is a small town in the center of Italy. Alcuni suoi lavori vengono selezionati da Antonio Latella per la Biennale Teatro 2017 di Venezia, mentre all’edizione 2020 riceve una menzione speciale per La tragedia è finita, Platonov. Nel 2020 per Marsilio Editori pubblica il suo primo romanzo, Sarà solo la fine del mondo. Seguono altri lavori registici e autoriali, prodotti da teatri nazionali e stabili: Uno spettacolo di fantascienza (2022); Morte a Venezia (2024); Hedda Gabler. Come una pistola carica (2024); Come tremano le cose riflesse nell’acqua (2024), che vince Le Maschere del Teatro Italiano come miglior spettacolo di prosa. Attualmente è impegnato insieme all’illustratore Ehsan Mehrbakhsh, nella scrittura di un graphic novel edito da Fandango.

Può il teatro rappresentare ancora le assurdità della Storia?

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Come gli uccelli in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri l’8 e il 9 aprile.

Potente e lacerante, il capolavoro drammaturgico del franco-libanese Wajdi Mouawad – rappresentato per la prima volta in Italia – racconta della storia d’amore tra Eitan, giovane tedesco di origine israeliana, e Wahida, ragazza di origine araba. Si conoscono a New York e si innamorano perdutamente, ma si troveranno presto di fronte a un drammatico destino: sull’Allenby Bridge, il famoso ponte che collega – e al tempo stesso divide – Israele e Giordania, Eitan rimane vittima di un attentato e cade in coma. In questa dimensione sospesa, vengono ripercorse le vicende familiari di diverse generazioni, generando un labirinto di storie, eredità dimenticate, lotte fratricide. «Gli ultimi efferati accadimenti avvenuti in Israele e a Gaza – afferma Marco Lorenzi – ci ricordano che tutto questo è vero, vivo e dolorosamente attuale. Ma noi insistiamo a credere che grazie a capolavori come quelli di Mouawad, il Teatro sia ancora l’unico luogo dove le assurdità della Storia possono essere rappresentate, per discuterle insieme, perché pensiamo – forse utopisticamente – che non si debbano più ripetere. […]» A interpretare i numerosi personaggi, un cast di interpreti provenienti da diversi paesi, origini e biografie, a cui Lorenzi ha chiesto di imparare a recitare in altre lingue oltre alla propria. Una scelta che deriva dall’«epica costruzione del testo di Mouawad». Una riflessione profonda, e quantomai necessaria oggi, sull’amore, l’incontro e l’appartenenza culturale.

«Ci sono testi teatrali che anticipano la realtà e diventano sempre più attuali e profetici con il passare del tempo. Tous des oiseaux di Wajdi Mouawad è uno di questi. I personaggi parlano lingue diverse non solo in senso letterale. Perché si parla inglese, tedesco, arabo ed ebraico (anche se Mouawad lo ha scritto in francese)? Perché ognuno usa la propria lingua madre per esprimere la propria identità o ricerca di identità. Quindi Tous des oiseaux è un testo in cui la lingua diventa grande protagonista. Una lingua densa, calda, magmatica e materica come lava, come creta. Che agisce, modella, crea e muove i personaggi come nuovi golem dolorosamente pensanti e senzienti. Mentre lo traducevo ho sentito, più forte che mai, la responsabilità di restituire nella mia/nostra lingua la struggente poesia del testo e l’importanza del messaggio che porta. E cioè che, al di là delle sovrastrutture in cui ci siamo ingabbiati – idiomi, religioni, tradizioni ideologiche, convinzioni politiche diverse – in realtà, nella nostra umanità più profonda, siamo tutti uguali».

Monica Capuani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Il testo era stato scritto quasi cinque anni fa e ha debuttato incredibilmente pochi giorni dopo l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre. Lo spettacolo ha adesso un respiro epocale, come l’Angels in America o il Leheman Brothers di qualche anno fa. Una saga intergenerazionale che racconta il tempo presente, quello che stiamo vivendo. Un must see assoluto di questa stagione teatrale […]».

Renzo Francabandera, PAC, 2024

 

«[…] non solo uno spettacolo di notevole qualità ma anche ‘necessario’ ed ‘esigente’ nelle tematiche che affronta e che giustamente ci propone in un oggi, purtroppo, ancora una volta da esse sanguinosamente segnato e ferito, e che si segnala per il profondo respiro storico e per la necessità di sottrarlo alle dinamiche di una cronaca che spesso disconosce l’umanità condivisa delle persone nel loro presente ma anche nel loro passato».

Maria Dolores Pesce, Dramma.it, gennaio 2024

 

«Splendidi gli attori, di varia provenienza etnica, che hanno, con evidenza, introiettato i loro personaggi attraverso un approfondito lavoro di preparazione durato un paio di anni, e che ne governano con equilibrio e maestria professionale le dinamiche, le pulsioni apparentemente contraddittorie, o addirittura sconvolgenti, quando non gli eventi traumatici. Su ognuno di loro ci sarebbe da scrivere un intero saggio, a cominciare dai due giovani protagonisti».

Claudio Facchinelli, Rumor(s)cena, 2023

OSSERVATORIO SU LA STAGIONE DEI TEATRI – Concorso per le scuole secondarie di secondo grado

Anche quest’anno è aperto il concorso per le classi delle scuole secondarie di secondo grado proposto da Ravenna Teatro e legato a La Stagione dei Teatri.

In palio un viaggio alla scoperta di realtà teatrali con cui il nostro Centro di Produzione ha creato sinergie, e le città che le ospitano.
Dopo Milano, Vicenza e Pompei, sarà la volta di BOLZANO e MERANO nei giorni sabato 9 e domenica 10 maggio.

Partecipare è semplice: restituire una riflessione – scritta, disegnata, filmata, un podcast – di uno o più spettacoli della Stagione a cui si è assistito. Una giuria di attori, autori e giornalisti valuterà gli elaborati e decreterà i vincitori.
Si potrà decidere per un lavoro di gruppo o recensioni singole (più saranno gli spettacoli recensiti, più possibilità ci saranno di vincere).

Il termine per la consegna dei materiali è martedì 21 aprile via mail a promozione@ravennateatro.com indicando il proprio nome, quello del gruppo o della classe partecipante, un recapito telefonico/mail dell’insegnante e dell’Istituto di riferimento.


IN VIAGGIO CON RAVENNA TEATRO
Il concorso si lega come sempre al progetto In viaggio con Ravenna Teatro, che coinvolge anche gli adulti che desiderano condividere questa esperienza e che invitiamo fin da ora a contattare Ravenna Teatro per una pre-iscrizione.

Bolzano e Merano sono i due centri che quest’anno ci hanno coinvolto per lo spettacolo intorno all’opera di Alexander Langer e alla Fondazione a lui intitolata; avremo modo, inoltre, di conoscere il lavoro di Teatro Pratiko e del Teatro La Ribalta. E coglieremo l’occasione per effettuare una visita guidata delle città.

Informazioni Ravenna Teatro tel. 0544 36239

“Aver volontà di togliersi dall’ingiustizia è delitto o justizia?”. La storia di Beatrice Cenci

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Cenci in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 31 marzo.

«Il più alto fine morale a cui si possa aspirare nel più elevato genere drammatico, è insegnare al cuore umano la conoscenza di sé stesso».

Percy Bysshe Shelley

 

I Cenci nasce dalla tragedia in versi di Percy Bysshe Shelley (1819), ispirata a un manoscritto rinvenuto negli archivi romani e ambientata nella Roma del 1599, sotto il pontificato di Clemente VIII. La vicenda, ripresa nel 1935 da Antonin Artaud come manifesto del suo “teatro della crudeltà”, racconta la storia di Beatrice Cenci, vittima degli abusi del padre e artefice della sua uccisione nel tentativo di liberarsi. Scoperta, sarà giustiziata insieme ai complici, nonostante il favore del popolo. Questa riscrittura guarda al nucleo politico e poetico dell’opera: la responsabilità individuale di fronte al male, il rapporto tra religione e potere, e una violenza sistemica che attraversa i secoli. La vicenda diventa simbolo contemporaneo di vulnerabilità e resistenza attraverso una regia che mette in dialogo teatro, cinema e arti visive con atmosfere perturbanti e un’intensa partitura sonora. Un lavoro che mira a illuminare gli abissi dell’animo umano e a interrogare la nostra coscienza collettiva.

«[…] 11 settembre 1599, Roma. Beatrice Cenci, nobildonna appartenuta a una delle più influenti famiglie rinascimentali dell’epoca, viene giustiziata per parricidio, per essersi difesa dai ripetuti abusi di un padre violento e depravato dopo innumerevoli e ignorate richieste di aiuto. Vittima prima dei soprusi, poi della giustizia. Il processo spacca la città: “aver volontà di togliersi dall’ingiustizia è delitto o justizia?” Il giorno dell’esecuzione Caravaggio e Artemisia Gentileschi assistono alla decapitazione; quell’immagine si imprime nel loro sguardo, è una discesa ripida nella carne che genera visioni. Quel teatro della crudeltà è oggi per noi un attributo del concetto di verità. Cenci traccia una linea che attraverso i secoli giunge a noi sinistramente intatta nel suo nucleo primordiale, seppur mascherata dietro civili sembianze. Vi si denuncia l’anarchia del male, la responsabilità personale dell’ingiustizia che si propaga all’intera società, la religione come fondamento e condanna dell’edificio sociale del nostro Paese, così malato e bisognoso di laicità. Siamo spettatori di un “mancato rinascimento” che la storia dei Cenci concede di osservare con dolorosa complicità; uno specchio nostrano che racconta l’identità italiana ma che abbraccia anche un’identità europea sempre più categorica e dogmatica. Beatrice Cenci è oggi il simbolo di una vulnerabilità alla prepotenza del patriarcato imperante e dei modelli androcratici dominanti. Una donna del passato traccia il futuro. In questo nuovo viaggio teatrale siamo accompagnati da un custode, Antonin Artaud, teatrante, poeta, martire e visionario che ci sembra possa sovrapporsi a Beatrice Cenci, per tentare di congiungere arte e vita, corpo naturale e identità, per confondere i limiti, spostarli in avanti di continuo».

Giorgia Cerruti

 

 

«Cenci ci ricorda come il teatro possa essere un farmaco. Al contrario dell’esibizione quotidiana dell’orrore che riempie ormai ogni minuto della nostra giornata, l’arte della scena ci mette a confronto con la natura stessa della violenza, facendoci riflettere sulle possibili alternative. Non è spettacolo di cui sadicamente godere, ma pensiero in azione, un pensiero in grado forse di farci vergognare e costringerci a cambiare».

Enrico Pastore, PAC – paneacquaculture.net

 

«La messa in scena […] è un richiamo forte a quel nostro sguardo distratto, innanzitutto nel processo di smascheramento che attiva in scena quando i protagonisti apparsi in veneziane maschere colorate, se ne spogliano per mostrare il volto violento, il ghigno della loro funesta aggressività o anche l’umanità del loro sentire. E poi nell’uso molto figurativo, quasi rinascimentale direi, del colore in cui domina il rosso di una passione trasfigurata in sangue, un uso mai simbolico che, […] è un ‘mostrare diretto’».

Maria Dolores Pesce, Dramma.it

Piccolo e Massini raccontano il coraggio di Giacomo Matteotti

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Matteotti. Anatomia di un fascismo in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri dal 26 al 29 marzo.

Ottavia Piccolo e Stefano Massini, limpida attrice e acuto drammaturgo uniti da un forte impegno civile e da un sodalizio artistico, raccontano la tragica parabola di Giacomo Matteotti, l’uomo che, negli anni Venti, comprese la gravità dell’ascesa del fascismo quando molti non videro o non vollero vedere. La pièce, tra voce, musica e parole, ricostruisce l’ascesa di quel fenomeno eversivo e il coraggio di Matteotti, riformista e pacifista, oppositore instancabile, la cui arma politica era la parola documentata e fondata sui fatti. «Una parola che smaschera. Per questo fu ucciso», sottolinea la regista Sandra Mangini.

Sul palco, Ottavia Piccolo dà voce al testo di Massini, accompagnata dalle musiche di Enrico Fink che dirige i Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo. Un’opera potente che richiama alla responsabilità civile e alla necessità di non dimenticare, a cento anni dall’assassinio del deputato, il 10 giugno 1924.

«Ottavia Piccolo […] alterna monologhi serrati a climax con sei solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo. Plasma un capolavoro di dignità, sguardi, posture e imposture che è la documentatissima opera Matteotti anatomia di un fascismo scritta da Stefano Massini per lei e per un tributo di oltre cent’anni dall’agguato squadrista di cui il parlamentare fu vittima».

Rodolfo di Gianmarco, La Repubblica

 

«Una bella esperienza, quasi esemplare, per restituire al teatro la sua funzione civile, senza rinunciare al fascino della parola e dell’interpretazione, e del loro uso. Non a caso la cascata finale di applausi sembrano voler esprimere il calore del pubblico non solo per la bravura e la testimonianza dello spettacolo, ma un sentimento di piena partecipazione a quel primo piano di straordinaria intensità».

Gianfranco Capitta, il manifesto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«La narrazione contiene delle vere perle letterarie-teatrali. Penso alla descrizione della luce di Roma, alla narrazione del rapimento […] O anche la descrizione delle differenze economico sociali fatta attraverso i quattro/cinque cappotti che il possidente tiene nel proprio guardaroba. Osservazioni apparentemente minimali che diventano metafora e realtà fattuale»

Alessandro Allegrini, Il Giornale dell’Umbria

 

La vicenda esistenziale e politica di Giacomo Matteotti è quella di un uomo che seppe riconoscere e sistematicamente contrastare il fenomeno fascista, con una lucidità di sguardo e di analisi decisamente fuori dal comune.
In questa sua capacità visionaria egli fu piuttosto solo, per quanto sostenuto dai compagni di partito. Chi invece gli fu sempre accanto, fu Velia Titta, sua moglie.

Era un riformista, uno spirito costruttivo, un pacifista, e nello stesso tempo un oppositore accanito e implacabile.
Fu un uomo di studi giuridici ed economici che scelse di stare dalla parte della povera gente mettendo a frutto il suo sapere: amministratore instancabile, lottò tenacemente per dare strumenti tecnici di consapevolezza, di autogoverno, ai lavoratori dei campi del suo Polesine.
Uomo delle istituzioni come espressione del bene pubblico, fu parlamentare attivissimo, nei suoi molti scritti e nei suoi moltissimi discorsi.
La sua arma politica era la parola, documentata, fondata sui fatti, indiscutibile. Una parola che smaschera. Per questo fu ucciso.

Matteotti (anatomia di un fascismo) è un racconto popolare contemporaneo che indaga sul fenomeno fascista, mettendo a fuoco una serie di elementi cruciali e caratterizzanti, il cui esito finale (l’eliminazione violenta del corpo dell’oppositore, quale soggetto rivelatore della realtà dei fatti), corrisponde del tutto alla sua vera natura originaria, al suo inizio.

La persistenza di questo stesso fenomeno, nel tempo e nello spazio, in forme vecchie e nuove, ci porta a considerare quanto sia indispensabile, oggi più che mai, occuparsi della cosa pubblica, del bene pubblico, guidati da un pensiero costruttivo, legalitario, partecipativo, paritario, realistico, competente, attraverso atti e parole chiare, come quelle di Giacomo Matteotti e di sua moglie Velia.

Sandra Mangini

Una docu-performance sulla “generazione che viene”

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Never young – Dov’è Lolit* oggi? in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 21 marzo.

C’è un’età sospesa, inquieta e sfuggente: non più infanzia, non ancora maturità. È in questo spazio fragile e contraddittorio che Never Young affonda lo sguardo, dando voce a “giovanə Lolitə”, corpi inediti che giocano a fare i grandi per lanciarsi nel domani. Lo spettacolo ha la forma di una docu-performance alla scoperta di una generazione che esige un dialogo con il mondo degli adulti, troppo spesso assente o inadeguato. Seconda parte di un dittico dedicato all’attualità della figura di Lolita, il lavoro si interroga su ciò che questa “generazione che viene” rivela del nostro tempo: quale eredità ha ricevuto, quale immaginario la attraversa, quale spazio le è concesso.
Never Young si struttura in cinque quadri che intrecciano autobiografia collettiva, immaginario mediatico e riflessione sulla sessualità. Da Autobiografia di una Nazione, che attraversa il cambiamento dell’Italia dagli anni Novanta a oggi,  si passa all’interazione con il pubblico sulla retorica televisiva e sul suo impatto su pensiero, corpo e desiderio; quindi a un’indagine sulla sessualità dell’adolescenza e della preadolescenza, a un coro di voci over 65 che interrogano il presente, fino a una riflessione sull’infanzia perduta.
In scena, più generazioni convivono e si confrontano: un gruppo di interpreti affiancato da un coro di cittadine e cittadini ravennati, coinvolti attraverso laboratori. Emerge così un ritratto critico della società contemporanea, in cui passato e presente si intrecciano e dove il bisogno condiviso è quello di affermare, senza gerarchie d’età, il proprio essere qui e ora.

Lolita è troppe cose per sintetizzarla in un pensiero solo, ma certo ha rappresentato dalla seconda metà del Novecento ad oggi la curiosità verso un mondo degli adulti troppo lontano per poter essere d’aiuto o troppo vicino per poterne avere rispetto. La tensione verso l’altro, verso il nuovo che si avvicina, verso lo sconosciuto inteso proprio come territorio ignoto e confine da superare, è la lunga scia che da Nabokov, a Kubrick, passando per Balthus e Degas, ha segnato buona parte dell’arte e della letteratura del Novecento. Cos’è accaduto poi? Dov’è finito quello sguardo tra innocenza e pornografia che ha attraversato in sequenza più generazioni? Dov’è oggi Lolit*? Dove si nasconde,se si nasconde? Perché ci stupiamo quando lə scoviamo sulle cronache dei giornali o in qualche saggio specializzato quando sono sotto i nostri occhi tutti i giorni? Come siamo passati da Lolita alle baby squillo – alla prostituzione nei bagni delle scuole – ai marchettari bambini – agli sugar baby/sugar daddy/sugar mommy? A OnlyFans? E non nei paradisi tropicali dove nel confine tra lecito e illecito troviamo ancora la letteratura, dalla Thailandia di Houellebecq al Sudamerica di Márquez, ma nelle scuole sotto le nostre case, in questa Italia presa in prestito dalla fretta, dalla libidine a tutti i costi, dal piacere indiscriminato. Sono davvero finiti i sogni? Ma chi ha smesso, per primo, di sognare?

Note di regia, Biancofango

 

 

«La natura epica dei primi tre quadri cede, dunque, il passo all’utopia di Peter Pan. Alla bambina bionda del finale. Al sogno di un’infanzia rubata. A quell’aria di Händel che, avvolgente brano di chiusura, vuole essere in fondo anche un auspicio, una carezza poetica capace di andare oltre l’arena del mondo sociale e i soprusi della nostra storia politica, per riconsegnare ai ragazzi la loro sacrosanta “libertà” di sognare, crescere in pace, credere in se stessi e nel futuro».

Laura Novelli, Pac – Paneacquaculture.net


«Tra momenti di parossismo performativo ultragiovanilistico e pezzi di teatro documentario dedicato alla generazione oggi quasi anziana (ma che un tempo, negli anni del cosiddetto “disimpegno” furono altrettanto giovani), la figura di Lolita si distacca dall’intreccio di Nabokov per trasformarsi in emblema dell’Italia berlusconiana, quella uscita dai rottami della prima repubblica. E lo fa attraversando generi e linguaggi – dal coro, alla performance, al monologo d’attore – in una forma scenica frastagliata che, ben presto, si rivela per ciò che è davvero: una sorta di evocazione fantasmatica dei demoni che hanno abitato un’Italia gioiosamente votata all’edonismo come nuovo orizzonte politico».

Graziano Graziani, grazianograziani.wordpress.com

Bidibibodibiboo: l’intreccio lavoro-vita nel mondo contemporaneo

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Bdibibodibiboo in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 18 marzo.

Cosa succede quando il lavoro smette di essere un diritto e diventa una prova continua da superare? Bidibibodibiboo affronta le scelte, le paure e le rinunce di una generazione segnata da un mondo del lavoro spietato attraverso il confronto tra due fratelli. L’uno, impiegato in una multinazionale, è preso di mira dal suo superiore e sprofonda in un incubo persecutorio fino al licenziamento; l’altro è un autore teatrale che sceglie di raccontare pubblicamente la vicenda del fratello, portandola in scena. Il racconto diventa così un dispositivo teatrale che mette in discussione non solo il mondo del lavoro contemporaneo, ma anche il ruolo stesso dell’arte: cosa significa trasformare la vita reale, soprattutto quando è dolorosa, in spettacolo? Attraverso un linguaggio che mescola narrazione autobiografica, ironia e momenti metateatrali, la pièce racconta il fallimento, la vergogna e il desiderio di riscatto di una generazione a confronto con un sistema produttivo sempre più esigente e con un mondo in cui domina la cultura aziendale.

Il titolo è ispirato all’opera quasi omonima di Maurizio Cattelan, nella quale uno scoiattolino è riverso su un tavolo, in un interno casalingo anni ’50 e si è appena sparato un colpo alla testa. Lo squallore di questo interno – con il tavolo e le sedie moderne, in frassino chiaro e formica gialla, le stoviglie sporche buttate nel lavandino e la muffa sulla caldaia – rende alla perfezione l’atmosfera che immaginavo mentre scrivevo. Il testo racconta di due fratelli. Uno è dipendente in una grande e nota multinazionale e, preso all’improvviso di mira da un superiore, inizia a vivere un incubo che terminerà col suo licenziamento. L’altro, che fa l’autore teatrale, decide di raccontare pubblicamente la vicenda del fratello, portandola in scena. Se da un lato volevo raccontare la vergogna e la frustrazione del fratello che ha problemi sul lavoro, dall’altro ci tenevo a ragionare sulla delicata operazione che porta a trasformare un vissuto reale in arte. Sono tanti i temi di questo spettacolo: il modello delirante di cultura aziendale che si sta imponendo a livello globale, in cui i lavoratori sono spinti a raggiungere standard che le stesse aziende definiscono con orgoglio “irragionevolmente alti” e ai dipendenti viene spiegato che quando “si arriva al limite”, a causa dei ritmi di lavoro implacabili, non resta altra soluzione che “superare quel limite”; i percorsi di vita che portano i due fratelli a compiere scelte differenti, scelte in cui la volontà ha un ruolo più marginale di quanto non si creda. La precarietà riguarda ormai sia chi la sceglie deliberatamente, come me, sia chi cerca di costruirsi una vita più stabile. Nessuno è indenne. I nuovi colossi globali del mondo capitalista non stanno ridisegnando soltanto le dinamiche del lavoro, ma anche delle nostre vite. Termini e concetti aziendali hanno invaso il nostro linguaggio – performance, competizione, miglioramento di sé, ottimizzazione – e ridefinito la nostra idea del tempo: ormai il tempo libero non è altro che tempo perso.

Francesco Alberici

 

 

«Alberici ha saputo intercettare, con un poco di anticipo, quel dibattito sulla relazione tra lavoro e vita esploso durante e dopo la pandemia: la vicenda raccontata testimonia infatti la crescente indisponibilità a sottostare alla retorica della realizzazione professionale come elemento identitario. Ma, grattando la superficie del medium che ha scelto di utilizzare, l’autore e regista racconta anche di come il lessico aziendale e le logiche lavorative utilizzati nella multinazionale non siano affatto estranee al mercato culturale».

Maddalena Giovannelli, il Sole 24Ore

 

«Uno spettacolo fuori ordinanza, i cui 100 minuti di durata non si sentono affatto, anche grazie a colpi di scena, sbalordimenti di drammaturgia e di allestimento e notevoli soluzioni di rottura. […] Magari è proprio nella somiglianza tra il fatato mondo cenerentolesco, con le sue promesse di felicità, e il magico life-work balance, con tutte le altre favole che ci racconta l’industria globale, che sta il punto. O almeno uno dei punti: l’ignota costellazione del futuro verso cui Bidibibodibiboodiboo ci spinge a guardare».

Roberto Canziani, Quantescene!

Dall’Hasapikos (danza dei macellai) alla ricerca coreografica di Gloria Dorliguzzo

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Butchers in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 14 marzo.

Butchers prende avvio dall’Hasapikos, antica danza popolare greca il cui nome significa “danza dei macellai”. La ricerca ne attraversa l’origine etimologica e rituale, ricostruendo una possibile partitura ritmica dei gesti legati al taglio della carne. «Immagino una partitura di movimenti precisi – commenta Gloria Dorliguzzo – costruiti per essere ripetuti: una grammatica del gesto sacrificale, che unisce necessità e sacralità. Gesti rituali, prescritti affinché il taglio non sia solo atto funzionale alla sopravvivenza, ma anche degno del rispetto dell’animale-Dio. Oggi questa gestualità potrebbe appartenere a un’archeologia dimenticata: ciò che intendo fare è riattivarla, riportando in vita il gesto nella sua intenzione originaria». Nella pièce nulla è cruento o realistico, ma tutto rimanda a un rito che trasforma il gesto in memoria e simbolo.

Ad affiancare la ricerca, Butchers Capsule, un dispositivo performativo e teorico su due spazi comunicanti, condotta dalla dramaturg Lucia Amara: da un lato un’assemblea pubblica, dall’altro una cella frigorifera dove un macellaio esegue in continuum il gesto del taglio. Un flusso continuo di spettatori attraversa i due ambienti, generando un’esperienza tra parola e corpo, teoria ed esperienza (13 marzo, Ridotto del Teatro Rasi).

Παραγενομενος χαί έπωτώμενος τί
μάρεστι θύσων, είπε παιανα
cosa porti ad essere sacrificato? un peana

Scholia vetera in Pindari Carmina, 1,3
Drachmann

Perché il corpo diventi carne deve esserci un taglio. Il passaggio dal corpo alla carne divide la storia umana in due ere.
La prima è quella del corporito.
La seconda quella della carnedanza.
Lo sfondo è cupo, l’immagine si ripete indefinitamente.
Un tavolo, un piano, una radura.
Una mano si stacca, raggiunge un punto lontano dal corpo, – di chi taglia e di chi è tagliato.
Vibra il colpo (coltello o ascia).
Se il corpo è sacro bisogna fuggire lontano e seppellire l’arma, disporre un cerimoniale per nettarsi le mani (le mani vengono prima della coscienza), poi mettere in scena un teatro dell’innocenza perché il crimine sia frollo; Se il corpo è solo nutrimento se ne rimuove il sacro, nel taglio si dimentica il corpo: una separazione è in atto.
Succede una partitura di gesti: il capo si abbassa, un cesello si opera all’interno della materia corporea: la mano lavora il corpo, lo scortica, lo affiletta, lo batte: si tagliano le membra, si disfano in pezzi, si rompono le ossa, si distribuiscono le parti, si mettono in fila, filetti e frattaglie.
Il coltello segue le articolazioni naturali del corpo.
L’anatomia fonda il principio di classificazione.
Una discesa a picco nella carne.
Il gesto deve essere ripetibile.
Il ritmo succede al rito (rende superfluo il rito).
La scansione distoglie dal terrore del sacrilegio.
La musica è nelle viscere ed è organica.
Il terrore si scioglie nel sentimento di un nutrimento necessario.
Al dio invocato con la supplica che lo strazio si plachi, segue una preghiera di ringraziamento per il banchetto consumato.

Lucia Amara

 

Asella Gilmore
Sono nata a giugno 1995, a Mulhouse, in Francia nella regione dell’Alsazia. Sono macellaia professionista da un anno. Ho completato la mia formazione triennale presso la scuola EFP a Stalle a Bruxelles. Attualmente lavoro da Spek’n’Bonnen, un negozio in cui tutti i prodotti sono realizzati artigianalmente. Imparare il mestiere di macellaia ha rappresentato per me un modo di riconnettermi e reinserirmi nella società. Mi ha portato disciplina e struttura nella vita. Oggi sono orgogliosa di lavorare e di continuare ad apprendere.

Sono Luca Tassinari, nato a Ravenna il 16-06-1977 da una famiglia di macellai. Mio padre mi ha formato per essere un bravo Macellaio in tutto. Nato con il coltello in mano e la passione per la cucina, ho trasformato la tradizionale macelleria in gastronomia di alta qualità. Nel frattempo continuo a fare il mio lavoro, uno dei mestieri più antichi e ne vado fiero.

Mauro Barbiero
Mi chiamo Mauro Barbiero, nato a Cosenza, il 4/8/1974 sono un attore e performer e sono cresciuto in una famiglia dove la cultura della terra era parte integrante della vita quotidiana. Fin da piccolo ho potuto osservare dal vivo la pratica della macellazione, di cui conosco natura e contraddizioni.