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Tag: Teatro Alighieri

Uno spettacolo che ci permette di ascoltare le voci di chi ha vissuto la guerra

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026 – evento speciale

Crescere, la guerra in scena come evento speciale per La Stagione dei Teatri 2025-2026 al Teatro Alighieri l’11 maggio, in collaborazione con il Festival delle Culture.

Forse il male non è il contrario del bene,
ma la sua ombra.
F. Mannocchi, Crescere, la guerra (Einaudi, 2026)

Crescere, la guerra è uno spettacolo che intreccia voci e testimonianze vere, raccolte da diverse guerre del passato e del presente, per mettere in luce il punto cieco della nostra umanità: l’indifferenza. Un viaggio teatrale, che ci costringe ad ascoltare ciò che spesso scegliamo di non vedere: il dolore degli altri.

Attraverso le parole di chi ha vissuto la guerra, si mostra come i semi dei conflitti futuri si annidino nell’inconsapevolezza del presente, nella distrazione di chi racconta senza cura, nella sordità di chi ascolta senza empatia. Una riflessione profonda sul tempo, la memoria e la responsabilità collettiva. Perché ogni guerra nasce anche da ciò che non siamo stati capaci di proteggere. E ogni pace si costruisce a partire da ciò che decidiamo di vedere.

«[…] le sue poesie – al contempo canto, preghiera e maledizione – convocano la grandezza e lo scempio dell’umano davanti alla guerra. Dalla Valle della Beqaa a Kabul, da Sednaya a Yarmouk e Jenin, i territori del massacro sono scelti da chi nel suo lavoro ne ha visitati molti altri. […] E che Mannocchi ce li abbia restituiti in modo così intenso e puntuale è ulteriore prova del suo essere sempre stata poeta, prima di essere reporter».

Alessandra Pigliaru, ilmanifesto

 

«Nel suo incedere quasi aedico, martellato di ripetizioni e di deittici, l’autrice opta per una punteggiatura ingombrante tanto quanto lo è il suo desiderio di riempire lo spazio bianco della pagina, affinché niente rimanga in balia dell’omissione, dell’indifferenza, del fraintendimento. Le parole sgambettano e tranciano, sbocciano per sgomentare: sono preghiere e denunce, canti crudi, nomi propri, dalla cui fiamma non possiamo ripararci perché intorno nel frattempo è tutto schizzato di inchiostro – e l’inchiostro è come una gabbia, che esige posture scomode e vigili».

Eva Luna Mascolino, Il Libraio.it

 

Francesca Mannocchi – Giornalista, scrittrice e documentarista italiana specializzata di migrazioni e conflitti. Ha realizzato reportage da Iraq, Libia, Libano, Siria, Tunisia, Egitto, Yemen, Afghanistan, Ucraina, Somalia, Chad, Kenya, Sud Sudan, Bangladesh, Palestina e Israele, e nel 2015 ha diretto il documentario If I close my eyes sui bambini siriani rifugiati in Libano dopo l’inizio della guerra. Nel 2016-2017 ha seguito per mesi l’offensiva per liberare Mosul dallo Stato Islamico e a seguito di quell’esperienza ha diretto e sceneggiato insieme al fotografo Alessio Romenzi il documentario Isis, Tomorrow – The lost souls of Mosul, una coproduzione italo-franco-tedesca presentata alla 75a Mostra internazionale del Cinema di Venezia e proiettata in numerosi festival internazionali tra cui Doha, New York e Berlino. Dal 2022 segue l’invasione russa in Ucraina e ha realizzato, prodotto da Fandango, il documentario Lirica Ucraina con cui ha vinto nel 2025 il David di Donatello per il miglior Documentario.

Rodrigo D’Erasmo – Violinista, polistrumentista, compositore, arrangiatore e produttore di formazione classica, dal 2001 ad oggi ha registrato decine di album e suonato con numerose band e artisti tra cui Mark Lanegan, Muse, Damon Albarn, Rokia Traoré e molti altri. Dal 2008 è il violinista degli Afterhours, con cui ha vinto tra gli altri il premio della critica al Festival di Sanremo 2009 e il premio Tenco nel 2012. È stato producer ad X Factor nelle edizioni 10, 11, 13 e 14 nel team di Manuel Agnelli e direttore musicale della trasmissione cult di Rai Ossigeno. Dal 2014 ha diretto l’orchestra di Sanremo per vari artisti tra cui Diodato, con il quale nel 2020 ha vinto il Festival con il brano Fai Rumore.
Ha composto colonne sonore per film e documentari e nel 2022 è uscito Songs in a Conversation, progetto con Roberto Angelini che omaggia Nick Drake a 50 anni dall’uscita del suo ultimo lavoro discografico Pink Moon. È ideatore e direttore artistico del Festival multidisciplinare GoDai Fest che quest’anno andrà in scena il 20 e 21 settembre a Milano per la sua terza edizione al Parco ex Paolo Pini. Con Roberto Angelini nel 2025 ha pubblicato il progetto musicale e letterario Il dominio della luce.

La storia dei 7 fratelli Cervi e di quel lutto negato

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

I 7 Cervi in scena per  La Stagione dei Teatri 2025-2026 al Teatro Alighieri il 28 aprile.

«Mi hanno sempre detto: tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami. Ma guardate il seme. Perché la quercia morirà. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo»
“Papà” Alcide Cervi

Dopo una violenza, può capitarne di seguito un’altra: quella di un silenzio imposto, di un lutto negato, di corpi sottratti alla pietà. Da qui prende avvio lo spettacolo di Eugenio Sideri, che sceglie di raccontare la vicenda dei sette fratelli Cervi intrecciandola con il mito di Antigone.

I Cervi, figli di una famiglia contadina di Campegine e protagonisti della Resistenza antifascista, furono fucilati il 28 dicembre 1943 al Poligono di Tiro di Reggio Emilia insieme a Quarto Camurri. Alla loro uccisione seguì la negazione del cordoglio: una sepoltura frettolosa e l’impossibilità, per lungo tempo, di onorarli pubblicamente. È in questo spazio che il richiamo ad Antigone si fa centrale. Come nella tragedia di Sofocle la giovane sfida il potere per dare sepoltura al fratello, così Genoeffa Cocconi, madre dei Cervi, rivendicò il diritto al lutto, senza poterlo vedere compiuto.
In scena, gli interpreti sono insieme figure storiche e personaggi tragici: Genoeffa è Antigone, il gerarca fascista richiama Creonte. Attraverso questa sovrapposizione, la vicenda diventa riflessione sul conflitto tra legge e coscienza. Il dialetto reggiano, accanto all’italiano, restituisce radicamento e concretezza.

Lo spettacolo si inserisce nel progetto “I 7 Cervi” e nasce nell’ambito dell’ottantesimo anniversario dei funerali pubblici del 28 ottobre 1945, quando quella storia entrò definitivamente nella memoria collettiva della Resistenza.

Son sette le lettere della Memoria.

A, di Aldo.
Sono partito da un pensiero che era, ed è, un ordigno esploso nella pancia: perdere 7 figli. In un attimo, in un momento, ritrovare sette sedie vuote in quella stanza che aveva visto una famiglia contadina radunarsi, parlarsi, ragionare, leggere, raccontare “fole”. All’improvvisto la stanza si fa silenzio e il vuoto avanza inesorabile, come la nebbia della campagna emiliana.

G, di Gelindo.
Ho ascoltato questa terribile sensazione che mi aggrovigliava le viscere e mi schiacciava le spalle: dolore che ti taglia, ma anche rabbia, anche un grido che si fa pianto e lamento e rivolta.

F, di Ferdinando.
I Cervi e Antigone. Una madre e una sorella rivendicano il proprio lamento e vogliono la dignità di sepoltura per i loro cari, rubati alla vita per una idea di Libertà.

A, di Antenore.
Ho cercato il racconto, in una misura cronologica, camminando con Genoeffa e Antigone a ritroso, per ricordare da dove tutto aveva avuto inizio, e come. Dai Campi rossi, presi in affitto per realizzare nuove tecniche di lavoro, alle parole di Sofocle e del popolo di Tebe.

O, di Ovidio.
E’ proprio il Coro che si fa protagonista, ieri come oggi, nella rivolta contro il potere della dittatura; Coro-Popolo che canta, che si batte, che resiste.

E, di Ettore.
Alcide si fa Tiresia e, come un indovino, legge negli incubi neri della notte che inghiottirà i suoi figli e che darà voce a Don Pasquino Borghi, di lì a poco fucilato per la sua militanza antifascista.

A, di Agostino.
Non volevo la verosimiglianza, e nemmeno la rievocazione, ma trovare un denominatore comune alle due vicende per dar voce ad una unica voce, come se anche i personaggi smettessero di essere tali ed entrassero del Coro di quell’unico funerale del 28 ottobre 1945.

Poi c’è la C, che raccoglie tutto l’alfabeto. C di Cervi.

C come chi combatte, chi non molla, chi non si è arreso nemmeno dinanzi al plotone d’esecuzione, C come madri e padri che han guardato il seme e in lui han visto il futuro.

Eugenio Sideri

Quel tentativo di fermare il tempo che ancora ci appartiene

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Tre sorelle – Nevica. Che senso ha? in scena per  La Stagione dei Teatri 2025-2026 al Teatro Alighieri dal 16 al 19 aprile.

Scritta nel 1900 e ispirata alle sorelle Zimmermann della cittadina di Perm, Tre Sorelle è un’opera del drammaturgo russo Anton Čechov. Si narra di Olga, Maša e Irina, tre donne intrappolate in una provincia soffocante, incapaci di realizzare il loro desiderio di tornare a Mosca. Nella sua rilettura, Liv Ferracchiati sceglie di far risaltare l’attualità del testo: emergono così la precarietà emotiva e il senso di vuoto che attraversa le relazioni umane. La scenografia essenziale unita a elementi contemporanei amplifica il sentimento di alienazione, mentre il linguaggio recitativo oscilla tra classicismo e modernità. Con ironia e introspezione, lo spettacolo mostra le fratture interiori dei personaggi e le loro aspirazioni irrisolte, restituendo un ritratto intenso e universale dell’incompiutezza dell’esistenza.

Tre sorelle è un testo filosofico sull’esistenza, infatti somiglia a una sequenza di fotografie che racconta come l’essere umano impiega e attraversa il tempo prima di morire. La questione centrale non è il tempo che passa, ma il momento in cui il tempo non garantisce più un senso, una promessa, una direzione. Čechov non racconta un crollo improvviso: racconta un’erosione lenta, un logoramento per accumulo, una disgregazione silenziosa che avviene mentre la vita continua uguale a se stessa, così che, alla fine e in profondità, tutto tende a equivalersi. Come direbbe Čebutykin, l’anziano dottore: «tutto è uguale». In Čechov anche il ricordo del passato sbiadisce e si perde ogni riferimento. Non a caso nel terzo atto, Čebutykin rompe l’orologio appartenuto alla madre delle sorelle, la donna che ha amato e che ora quasi non ricorda più. Un atto violento, apparentemente casuale, che neppure lui riesce a giustificare e che mostra una verità, apre un varco nella narrazione del tempo e della memoria. Questo orologio di porcellana in pezzi, a terra, è per noi uno dei nuclei più potenti dell’opera e da qui abbiamo scelto di irraggiare l’azione. Čechov parla del tempo per parlare della vita e l’orologio è, in questa prospettiva, un oggetto di sfondo appartenente a un’epoca in cui si credeva che il tempo conducesse da qualche parte. Per questo Tre sorelle ci appare così contemporaneo: anche il nostro tempo ha perso le sue garanzie senza trovare nuove fondamenta. Čechov sembra dirci che persino la memoria, ultimo appiglio doloroso, non può che cedere. I personaggi continuano a dimenticare e a non comunicare. Forse per questo, sulla scena, si scattano fotografie, per tentare di fermare la vita, di salvare almeno l’attimo presente. La consapevolezza non sprofonda mai, però, nel nichilismo, anzi rafforza il valore dell’agire nell’orizzonte terrestre, nulla è più prezioso del vivere stesso, un bicchiere di champagne, una musica da ascoltare. Va bene anche scoprire che nulla ha senso. È Tuzenbach a dirlo: «Nevica. Che senso ha?»

Liv Ferracchiati

 

Liv Ferracchiati è autore, regista e performer, diplomato alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano. Nel 2015 fonda la compagnia The Baby Walk e dà vita alla Trilogia sull’identità, il cui secondo capitolo, Stabat Mater vince il Premio Hystrio Scritture di Scena mentre il terzo, Un eschimese in Amazzonia, si aggiudica il Premio Scenario. Nel 2016 inizia una collaborazione con il Teatro Stabile dell’Umbria e debutta con Todi is a small town in the center of Italy. Alcuni suoi lavori vengono selezionati da Antonio Latella per la Biennale Teatro 2017 di Venezia, mentre all’edizione 2020 riceve una menzione speciale per La tragedia è finita, Platonov. Nel 2020 per Marsilio Editori pubblica il suo primo romanzo, Sarà solo la fine del mondo. Seguono altri lavori registici e autoriali, prodotti da teatri nazionali e stabili: Uno spettacolo di fantascienza (2022); Morte a Venezia (2024); Hedda Gabler. Come una pistola carica (2024); Come tremano le cose riflesse nell’acqua (2024), che vince Le Maschere del Teatro Italiano come miglior spettacolo di prosa. Attualmente è impegnato insieme all’illustratore Ehsan Mehrbakhsh, nella scrittura di un graphic novel edito da Fandango.

Il mondo del lavoro oggi attraverso la lente della comicità

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Condominio Mon Amour in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi dal 19 al 22 febbraio.

Come sopravvivere alla folle corsa del “progresso”, all’intelligenza artificiale che sta sostituendo le relazioni umane, a un mondo del lavoro sempre più precario? È attorno a queste domande che si sviluppa Condominio mon amour, ironica e divertente commedia firmata e interpretata dal  noto comico Giacomo Poretti e dall’attrice di teatro Daniela Cristofori, con la regia di Marco Zoppello.

La vicenda è ambientata nell’atrio di palazzo della “Milano-bene” dove lavora Angelo, un vecchio custode che svolge il proprio lavoro con dedizione e cura. Un giorno, inaspettatamente, si presenta all’ingresso del condominio un’affascinante signora, Caterina, per annunciare ad Angelo che è stato licenziato. Il motivo: la sua presenza non è più necessaria, perché un’App prenderà il suo posto. Da quel momento il piccolo condominio si trasformerà in una scacchiera, in cui ogni giocatore muove strategicamente le proprie pedine: gli azionisti per monetizzare, il custode per tentare di restare a galla. Un ironico spaccato della vita quotidiana di molti di noi per riflettere, a suon di risate, sulle contraddizioni del mondo del lavoro ai nostri giorni.

Il comico racconta il mondo attraverso il paradosso, l’iperbole, l’ironia. Quando sale sul palcoscenico porta con sé uno specchio deformante, affinché la platea possa specchiarcisi e ridere di se stessa. Daniela Cristofori e Giacomo Poretti per l’occasione si cimentano in una moderna pochade, una commedia brillante dal ritmo incalzante. Nell’androne condominiale, come personaggi di una farsa di Feydeau, il custode Angelo e la tagliateste Caterina contrappongono due visioni diverse del mondo. Da una parte il progresso più estremo, digitale ad ogni costo; dall’altra il valore del rapporto umano. Quale sarà il mondo del lavoro, domani, non saremo noi ad indovinarlo. Quale saranno le soluzioni alle sfide che il lavoro, già oggi, ci pone dinnanzi, non le conosciamo. Con quello specchio deformante possiamo solo vedere quello che c’è, anche se spesso la realtà supera la nostra immaginazione. Possiamo solo prenderci un momento per porci tutti assieme qualche domanda e, attraverso gli strumenti del comico, provare a capirci qualcosa di più. Perché se ci interroghiamo tutti assieme, in quella grande agorà che è il teatro, forse ci sentiamo un po’ meno sperduti.

Marco Zoppello


Condominio mon amour
è parte di FOCUS LAVORO, una proposta di riflessione collettiva sulla delicata situazione lavorativa contemporanea attraverso spettacoli, proiezioni e incontri. Tra diritti, precarietà, intelligenza artificiale, trasformazioni sociali e welfare in trasformazione, il focus assume il lavoro come una lente privilegiata per capire lo stato di salute della nostra società, invitando a vivere l’arte come uno spazio di possibilità, confronto e resistenza.

FOCUS LAVORO è sostenuto da CGIL Ravenna, partner principale del progetto e dall’Assessorato al Lavoro del Comune di Ravenna.

Antigone e Creonte, due facce della stessa medaglia

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Antigone in scena per Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri il 7 e l’8 febbraio 2026.

Al suo debutto parigino nel 1944, l’Antigone di Anouilh – riscrittura dell’omonima tragedia sofoclea ambientata nella Francia occupata – provocò reazioni contrastanti (…). La corrispondenza tra Antigone – la figura archetipica dell’eroina che sfida una legge considerata ingiusta – e la resistenza contro l’oppressione nazista risultava imperfetta, tiepida. Conseguenza in parte della censura che l’autore aveva dovuto in qualche modo aggirare, e certamente di un momento storico in cui le questioni di obbedienza, resistenza e autorità erano materia incandescente. Ma la responsabilità di quelle reazioni alla pièce era anche dell’imperdonabile bellezza del suo Creonte.
«Anouilh non ha dato solo una voce nuova ad Antigone, ma anche a Creonte» spiega Roberto Latini, drammaturgo, regista e interprete (più volte premio Ubu), che affronta questo classico novecentesco vestendo i panni della protagonista. (…)
Non è però la metafora politica della resistenza contro l’autorità a sollecitare l’artista. «Mi interessa il fatto che tutti noi siamo Antigone. O comunque stiamo con lei fino a un certo punto della nostra esistenza, fino a che la vita reale non ingombra la vita ideale. Creonte invece lo incontriamo dopo. Crescendo – scontrandoci con gli altri sul nostro cammino – il suo punto di vista lo capiamo di più. Dunque l’uno contiene l’altra. Convivono, scontrandosi. La disputa fondamentale tra l’essere uomini e l’essere umani è tutta interiore (…)».
Nella sua riscrittura, d’altronde, Anouilh ha ascoltato la voce e il tormento di Antigone per come risuona nel Novecento: non più solo una contesa tra legge umana e divina, cioè tra quello che ci rende parti di un consesso civile e le sue regole, e quello che ci rende umani, enfatici, innamorati e disamorati (anche a dispetto di quelle regole); bensì una lotta tra le diverse ragioni che abitano in ognuno di noi, tra l’Antigone che vive in Creonte e il Creonte che vive dentro Antigone, in una dialettica del sé irrisolvibile e lastricata di contraddizioni.
Da sempre Latini frequenta letteratura e poesia (…) ingaggiando un corpo a corpo con le questioni fondanti della vita e le forme attraverso cui sono tramandate, con echi sonori di parole già sentite che nella sua voce ferina risuonano nuove, incarnate. (…) Proprio come quelle dell’Antigone di Anouilh: «Sono parole che ascoltiamo nella nostra voce. Siamo Antigone e Creonte insieme».
Così, nel momento in cui, per ragioni anagrafiche, sarebbe più vicino al ruolo del re, Latini sceglie di confrontarsi con la figura più giovane. «Oggi posso essere Antigone perché riesco a sfidare fino in fondo Creonte, e lo posso sfidare perché lo capisco, capisco cosa sto mettendo in discussione». L’altra faccia della medaglia, quella del re, ha il volto di Francesca Mazza (attrice che a sua volta vanta diversi Ubu). «È una delle prime persone che ho conosciuto nella mia vita teatrale; Francesca sa chi ero quando avevo l’età di Antigone. Non avrei potuto scegliere un altro Creonte».
(…) In questo gioco di specchi, ognuna delle altre interpreti dello spettacolo assume un ruolo doppio: la nutrice è anche il coro, Ismaele è anche il messaggero, Emone è anche le guardie. «Ciascuna figura fa i conti con un altro da sé», spiega Latini, che aggiunge: «Ho inserito nello spettacolo una frase che non è di Anouilh: “Tutte le scelte che hai fatto ti hanno portato adesso qui”, ma vale anche per quelle che non abbiamo fatto. E ho voluto l’idea di una strada come scenografia perché il corpo di Polinice, quello sulla cui sepoltura si scontrano Antigone e Creonte, è una strada su cui tutti camminiamo, e rappresenta la direzione che scegliamo di seguire. Polinice è le nostre scelte».

Rossella Menna, “Corriere della Sera – La lettura”

 

Un ritratto di Alan Turing per riflettere sulla nostra società

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

ENIGMA in scena per Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri dal 15 al 18 gennaio 2026.

Scritta nel 1986 e basata sul libro di Andrew Hodges Alan Turing: The Enigma (opera che ha ispirato anche il film The Imitation Game, del 2014), questa commedia viene rappresentata in Italia per la prima volta, dopo aver raccolto successi tra Londra, Manchester e New York. Al centro vi è la figura del grande, e fino a qualche tempo fa semi-sconosciuto, scienziato che ha violato il codice usato dai sommergibilisti tedeschi per le loro comunicazioni in tempo di guerra, così come ha violato – qualche anno dopo la guerra – il codice del pudore dell’omofobica società inglese.
Il testo di Hugh Whitemore non è tanto un ritratto biografico quanto una coinvolgente riflessione sulla nostra società. L’opera si apre con l’interrogatorio che l’ufficiale Ron Miller commina ad Alan Turing a causa di un furto che quest’ultimo ha denunciato. L’ufficiale mette in difficoltà il matematico, che in realtà era stato derubato dal suo compagno, ma che, essendo l’omosessualità non tollerata dal governo inglese di quegli anni, non vuole rivelare la verità. Da questo interrogatorio hanno origine diversi flashback della vita di Turing: la sua passione per la matematica fin dai tempi della giovinezza, il periodo a Bletchley al tempo della seconda guerra mondiale, il lavoro finalizzato a decriptare i messaggi codificati, con la macchina Enigma, in possesso dell’esercito tedesco. Il suo ingegno, tuttavia, non è sufficiente a salvarlo dai pregiudizi e dalla giustizia inglese.

Dalla scheda artistica

 

Lo spettacolo si inserisce nel quadro del teatro documentario e biografico, gesto d’arte poetico e politico che richiama in qualche modo la figura di Bertolt Brecht, autore di pièce teatrali come Vita di Galileo e di numerosi saggi sul rapporto tra arte e società. Nel Discorso inaugurale del primo congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura (Parigi, 1935), il drammaturgo e regista tedesco prende posizione contro l’idea di una ‘letteratura pura’, affermando la necessità di un’arte capace di produrre conoscenza.

Inserito in un contesto antifascista, il suo intervento era teso a sottolineare come la lotta contro il nazismo imponesse una collaborazione tra arte e scienza, riaffermando così il carattere conoscitivo e politico della pratica artistica.

“Non dobbiamo partire dall’arte antica, ma dalla scienza nuova. Non vogliamo rimuovere niente dall’uomo, anzi vogliamo aggiungergli qualcosa. L’arte sarà in grado di elaborare le grandi soggettività sociali dell’epoca e di dominarle soltanto se si porrà al livello della scienza. L’arte deve scoprire il gesto sociale della nostra epoca. Il suo compito è quello di rappresentare il mondo in modo da renderlo dominabile. Deve fornire immagini della vita umana che aiutino a padroneggiarla. La scienza ha elaborato metodi per cambiare il mondo. Per secoli l’arte ha rappresentato il mondo in modi diversi. È venuto il momento di unificare i due metodi. L’arte deve imparare dalla scienza a essere sobria, precisa. Deve imparare a considerare il mondo come una totalità trasformabile, dominabile. Questo è anche un piacere. Il grande piacere che la scienza dà agli scienziati, il piacere di cambiare il mondo, deve essere portato dal teatro sulla scena, e lì trasformato in un piacere per tutti.
Il teatro deve diventare una istituzione della gioia pratica, della curiosità attiva. Deve fornire immagini della vita che siano strumenti per la vita. Il suo fine non è più quello di fornire immagini del mondo cosi come, ma di rappresentarlo come trasformabile. E trasformabile non da déi o da eroi, ma dagli uomini stessi, qui e ora”.

da Bertold Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte, a cura di Cesare Cases, Einaudi, Torino, 1973

SIOR TODERO BRONTOLON, il lato oscuro della marionetta

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Sior Todero Brontolon in scena per Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri dal 4 al 7 dicembre 2025.

Il mondo di Goldoni e il mondo delle marionette si congiungono nel microcosmo della scena, luogo reale e immaginario insieme, amplificando la poesia e la comicità di uno dei personaggi più buffi di quell’universo di maschere: l’indifendibile “brontolòn”. Questa rilettura di una commedia della maturità goldoniana è condotta con rigoroso rispetto filologico per il testo e per la straordinaria armoniosità di una lingua unica come quella veneta, che è già in sé poesia, ma anche con un’originale intuizione del regista Paolo Valerio che vede, appunto, le marionette in scena accanto agli attori – ora in sintonia ora in contrasto con essi – come alter ego dei personaggi. Quell’attore che a sua volta si fa marionetta, macchina corporea in cerca di una soluzione al mistero del personaggio.
La marionetta come lato oscuro, per sopportare e reagire all’orrore domestico della famiglia di Sior Todero, per sopportare e superare un personaggio odioso ed egoista, rappresentazione, nel peggiore dei casi, del genere maschile. Dove, come spesso avviene nelle commedie di Goldoni, l’universo femminile è salvifico e risolutivo e riesce a rimediare e risolvere i conflitti, per un presunto e pur instabile, lieto fine.
Carlo Goldoni parla delle marionette nei “Mémories”, tra i primissimi ricordi della sua infanzia: «Mia madre prese cura di educarmi, e il mio genitore di divertirmi.
Fece fabbricare un teatro di marionette, (…) e in età di quattr’anni trovai esser questo un delizioso divertimento».
Da quell’amore per le marionette (…) prende spunto questo progetto di regia che vuole presentare una versione del Sior Todero come un Grande Burattinaio, anzi Marionettista. Da qui la vicinanza con un altro personaggio patriarcale che vuole controllare e dirigere la famiglia, Vito Corleone, che nel manifesto del capolavoro di Coppola, Il Padrino, è appunto rappresentato con una mano che manovra i fili.

Dalle note di regia

 

Si staglia nello spettacolo l’interpretazione di un attore ispirato e carnale, spigoloso e lirico, espressionista e indomabile quale Franco Branciaroli, riferimento imprescindibile della scena italiana. Siamo di fronte a quell’attitudine scenica carismatica che attinge la propria unicità da un enigma insondabile e provocatorio.

“Il ‘brontolòn’ attorno a cui gira la trama permalosa del lavoro goldoniano, è un avaro, un uomo irritante e opprimente, l’opposto di una figura empatica. Nella nostra tradizione ha avuto il crisma cesellato da attori tutti d’un pezzo come Cesco Baseggio o da tipologie inossidabili alla maniera di Giulio Bosetti, o di Gastone Moschin: ma l’apparato convenzionale fa adesso un salto per aria in virtù dell’autorità e del sopra-le-righe di cui è munito Branciaroli, (…) «Sono favorito dal fatto che il veneto, come anche il napoletano, sono vere lingue vive teatrali, e qui il dialetto è di per sé un capolavoro drammaturgico (…)» . Indossa i panni di un patriarca raggirato dalle donne, perché in fondo il ruolo decisivo è quello della nuora Marcolina, che con un complotto femminile gli fa fare la figura del pirla. «Malgrado io ci metta tutte le mie qualità gigionesche, e si sa che ne ho, e non mi risparmio di sfogarle: ma non riuscirò a portare a termine un intrigo fondato su una dote»”

Rodolfo di Giammarco, “Branciaroli ‘brontolon’, una trama goldoniana dove le donne vincono”, la Repubblica

 

“[Il carisma] Fa parte della rappresentazione di se stesso che ha l’attore: il dominio su come mettere le dita, come stare con i gomiti, come apparire, la consapevolezza e il controllo dell’apparizione, il dominio del proprio corpo in tutte le espressioni degli arti, la consapevolezza di rappresentare qualche cosa di irripetibile che ha a che fare con il proprio nome e cognome. È proprio questo che crea intorno a loro una sorta di fosforescenza”.

Federico Fellini in Rita Cirio, “Il mestiere del regista”, Garzanti.

Partecipa al Black Friday de “La Stagione dei Teatri”!

Anche La Stagione dei Teatri partecipa al Black Friday 2025!

Biglietti in promozione a partire da 10€… ma affrettati!
Hai tempo soltanto dalle ore 10.00 alle ore 13.00 di venerdì 28 novembre!

Come acquistare:

via telefono pagando con carta di credito o Satispay, al numero 0544 249244
presso la biglietteria del Teatro Alighieri dalle ore 10 alle ore 13 (via Mariani, 2)

Offerta valida sui seguenti titoli della La Stagione dei Teatri, secondo disponibilità di posto.

Per informazioni
0544 36239
promozione@ravennateatro.com

SPETTACOLI A 15€

Teatro Alighieri
giovedì 4, venerdì 5, sabato 6 dicembre ore 21:00,
domenica 7 dicembre ore 15:30

Franco Branciaroli, Paolo Valerio, Carlo Goldoni

SIOR TODERO BRONTOLON

di Carlo Goldoni • drammaturgia Piermario Vescovo • con Franco Branciaroli e con Piergiorgio Fasolo, Stefania Felicioli, Alessandro Albertin, Ester Galazzi, Riccardo Maranzana, Valentina Violo, Emanuele Fortunati, Davide Falbo, Federica Di Cesare in collaborazione con I Piccoli di Podrecca • regia Paolo Valerio • scene Marta Crisolini Malatesta • costumi Stefano Nicolao • luci Gigi Saccomandi • musiche Antonio Di Pofi • movimenti di scena Monica Codena • produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro de gli Incamminati, Centro Teatrale Bresciano

Teatro Alighieri
giovedì 15, venerdì 16, sabato 17 gennaio ore 21:00,
domenica 18 gennaio ore 15:30

Peppino Mazzotta

ENIGMA

di Hugh Whitemore • traduzione Antonia Brancati • regia Giovanni Anfuso • con Peppino Mazzotta, Maurizio Marchetti, Liliana Randi • e con (in o.a.) Domenico Bravo, Carmelo Crisafulli, Luca Fiorino, Vincenzo Palmeri, Irene Timpanaro • scene Alessandro Chiti • costumi Dora Argento • musiche Paolo Daniele • luci Antonio Rinaldi • violino Leo Gadaleta • videomaker Enzo Del Regno • aiuto regista Valeria La Bua • direttore di scena Angelo Grasso • produzione Teatro Biondo Palermo, Teatro  di Messina – Centro di Produzione, Tieffe Teatro Milano

 Teatro Alighieri
giovedì 16, venerdì 17, sabato 18 aprile ore 21:00
domenica 19 aprile ore 15:30

Liv Ferracchiati, Anton Čechov

TRE SORELLE

di Anton Čechov • testo Liv Ferracchiati • dramaturg Piera Mungiguerra • consulenza letteraria Margherita Crepax • con Francesco Aricò, Valentina Bartolo, Giovanni Battaglia, Giordana Faggiano, Rosario Lisma, Antonio Mingarelli, Marco Quaglia, Livia Rossi, Irene Villa • regia Liv Ferracchiati • scene Giuseppe Stellato • costumi Gianluca Sbicca • luci Emiliano Austeri • suono Giacomo Agnifili • aiuto regia Adele Di Bella • produzione Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale

SPETTACOLI A 10€

Teatro Alighieri
sabato 7 febbraio ore 21:00
domenica 8 febbraio ore 15:30

Roberto Latini, Jean Anouilh

ANTIGONE

di Jean Anouilh • traduzione Andrea Rodighiero • con Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza • regia Roberto Latini • scene Gregorio Zurla • costumi Gianluca Sbicca • musica e suono Gianluca Misiti • luci e direzione tecnica Max Mugnai in collaborazione con Bàste Sartoria • produzione La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello, Teatro di Roma Teatro Nazionale

Teatro Rasi
venerdì 13 febbraio ore 21:00

Eleonora Danco

SABBIA

scritto e diretto da Eleonora Danco • con Eleonora Danco e cast in via di definizione • musiche scelte da Marco Tecce • scenografia Mario Antonini • disegno luci Eleonora Danco • produzione La Fabbrica dell’Attore

Teatro Rasi
mercoledì 4 marzo ore 21:00

Nicola Galli

DESERTO TATTILE

concept, regia e coreografia Nicola Galli • danza Rafael Candela, Nicola Galli • light design Lucia Ferrero, Nicola Galli • dramaturg Giulia Melandri • elementi scenici Giulio Mazzacurati • cura e promozione Margherita Dotta • produzione TIR Danza, Nebula • co-produzione Oriente Occidente • residenze artistiche TROIS C-L, Oriente Occidente, PimOff Milano, Orbita | Teatro Quarticciolo • con il sostegno di Network Grand Luxe, Orbita | Spellbound Centro Nazionale di Produzione della Danza, PimOff Milano • creazione selezionata per NID Platform 2023 – open studios

Teatro Rasi
sabato 14 marzo ore 21:00

Gloria Dorliguzzo, Lucia Amara

BUTCHERS

progetto di Gloria Dorliguzzo • dramaturg Lucia Amara • butchers Francesco Inserra • sound designer Manfredi Clemente • masks Plastikart • produzione INDEX • con il supporto di MiC Ministero della Cultura

Teatro Rasi
sabato 21 marzo ore 21:00

Biancofango

NEVER YOUNG
Dov’è Lolit* oggi?

un progetto di Biancofango •
 drammaturgia Francesca Macrì e Andrea Trapani •
 regia Francesca Macrì •
 con Marco Gregorio Pulieri, Irma Ticozzelli, Andrea Trapani, Sara Younes, Cristian Zandonella •
 e con la partecipazione di un coro di cittadine e cittadini over 65 •
 musica, sound design e live electronics Giovanni Frison • 
aiuto regia e collaborazione artistica Lorenzo Profita • assistente alla regia Giorgia Azzellini • light design Massimiliano Chinelli • 
foto Arianna Romagnolo • produzione Elsinor Centro di produzione teatrale, Fattore K •
 con la collaborazione produttiva di OperaEstate • 
in collaborazione con Teatri di Vetro e Atcl Lazio

Teatro Alighieri
mercoledì 8, giovedì 9 aprile ore 21:00

Marco Lorenzi, Wajdi Mouawad 

COME GLI UCCELLI

consulente storico Natalie Zemon Davis
 • traduzione Monica Capuani
 del testo originale Tous des oiseaux 
• adattamento Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi • con Federico Palumeri, Lucrezia Forni, Barbara Mazzi, Irene Ivaldi, Rebecca Rossetti, Aleksandar Cvjetković, Elio D’Alessandro, Said Esserairi, Raffaele Musella • regia Marco Lorenzi • assistente alla regia Lorenzo De Iacovo •  dramaturg Monica Capuani • scenografia e costumi Gregorio Zurla
 • disegno luci Umberto Camponeschi
 • disegno sonoro Massimiliano Bressan
 • vocal coach e composizioni originali Elio D’Alessandro
 • esecuzione al pianoforte de La marcia del tempo e Valzer per chi non crede nella magia Gianluca Angelillo 
• video full of BeansEdoardo Palma & Emanuele Gaetano Forte
 • consulente lingua ebraica Sarah Kaminski
 • consulente lingua tedesca Elisabeth Eberl • un progetto de Il Mulino di Amleto • 
spettacolo prodotto con il sostegno di A.M.A. Factory, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, TPE – Teatro Piemonte Europa • in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi • con il sostegno di Bando ART-WAVES Produzioni 2022 e 2023 della Fondazione Compagnia di San Paolo

Storie di Ravenna: ottava edizione

Storie di Ravenna: la rassegna che racconta la storia della città attraverso la lente del teatro giunge alla sua ottava edizione. Primo spettacolo al Teatro Alighieri dedicato a Guidarello Guidarelli, protagonista anche delle date al MAR con un testo firmato da Nevio Spadoni

 

Ideata e curata da Alessandro Argnani, Giovanni Gardini, Alessandro Luparini, Roberto Magnani, Laura Orlandini, Alessandro Renda, la rassegna Storie di Ravenna nasce dalla volontà di raccontare la storia della città attraverso la voce di studiosi ed esperti utilizzando i tempi e i linguaggi del teatro. Un racconto a più voci, corredato di immagini e letture, che scandaglia il passato e interroga il presente, cercando tracce e attraversamenti di racconto nelle archeologie e nelle icone, nelle narrazioni orali e nelle carte.

La nuova stagione inizia con una dedica a Guidarello Guidarelli, la figura del condottiero ravennate vissuto nella metà del XV secolo. Oggi custodita nelle sale del Mar, la sua lastra tombale è, come la vicenda personale, ammantata di mistero sull’autore, sulla originalità e sulla leggenda che la lega alle promesse d’amore. Guidarello, il cavaliere di Ravenna: il cinquecentenario della statua tra storia, restauro e leggenda è in scena lunedì 1 dicembre al Teatro Alighieri alle ore 18:00.

Il programma prosegue al Teatro Rasi con un piccolo viaggio dentro i “poteri” che hanno attraversato Ravenna, tra re, sovrani in visita, viaggiatori curiosi e cittadini chiamati alle urne.

Si parte con Ravenna e il suo re, tra Roma e i Goti. L’eredità di Teodorico a 1500 anni dalla morte (lunedì 12 gennaio), che celebra l’anniversario della morte di un’imprescindibile figura storica, riportando la città al tempo in cui era capitale del regno ostrogoto e interroga ciò che resta oggi di quella stagione tra impero e regno. Con Ravenna “reale”. Le visite di Pio IX, Umberto I e altri regnanti tra Otto e Novecento (lunedì 23 febbraio) lo sguardo si sposta sulle giornate in cui la città diventa palcoscenico di cerimonie ufficiali, cortei, gesti di devozione e propaganda. A Ravenna non si arriva per caso. Storie di viaggiatori in una città fuori rotta (lunedì 16 marzo) raccoglie invece le tracce di chi ha scelto di deviare dalle rotte principali per arrivare fin qui: lettere, taccuini, racconti che compongono un mosaico di sguardi esterni, a volte stupiti, a volte spiazzati, dal Grand Tour al turismo contemporaneo. Si chiude con Al voto! Al voto! Repubblica e dintorni, a 80 anni dalle elezioni del 1946 (lunedì 27 aprile), quando schede, comizi e file ai seggi segnano l’ingresso della Ravenna del dopoguerra nella Repubblica, tra entusiasmi, paure e discussioni che continuano a risuonare nel presente.

Il successo di Storie di Ravenna, cresciuto e confermato anno dopo anno, spinge Ravenna Teatro ad affiancare alla vendita dei singoli biglietti sempre disponibili online sul sito anche una formula di abbonamento pensata per il pubblico più affezionato. Venerdì 21 e sabato 22 novembre sarà possibile sottoscrivere gli abbonamenti (fino a 4 per persona), mentre da lunedì 24 novembre saranno in vendita i biglietti per tutte le serate.

Partono invece domenica 7 dicembre gli appuntamenti al Mar Museo d’Arte della Città di Ravenna con Guidarello di Nevio Spadoni; in scena Alice Cottifogli e Marco Saccomandi per la regia di Roberto Magnani. Nel pieno Rinascimento Ravenna è sotto la Serenissima, e proprio allora Guidarello comincia la sua carriera militare, inizialmente al servizio di Venezia. Spadoni si muove tra storia e leggenda, tra mille ipotesi e dati a volte contraddittori, ma quello che conta è che Guidarello è più che un simbolo, è un’avventura. Una storia per certi aspetti unica: faro, illusione, feticcio, capolavoro d’arte. Chi oserebbe mai trascorrere un’intera notte accanto alla sua immagine marmorea? Eppure, c’è chi, come il custode del museo, l’ha fatto e lo rifarebbe, perché quella statua vive tra di noi. Lo spettacolo può accogliere un massimo di 30 spettatori, ma ci sono diverse repliche in programma nei fine settimana di dicembre e gennaio, questo il calendario: 7 e 8 dicembre ore 15.00 e 16.30; 13 e 14 dicembre ore 10.00, ore 15.00 e 16.30; 20 dicembre ore 10.00, ore 15.00 e 16.30; 21 dicembre 15.00 e 16.30. A gennaio: 3 e 4 gennaio ore 15.00 e 16.30; 10 gennaio ore 10.00, ore 15.00 e 16.30, 11 gennaio ore 15.00 e 16.30. Le repliche del sabato mattina alle 10.00 sono dedicate alle scuole.

Dopo il Teatro Alighieri, il Rasi e il Mar, Storie di Ravenna si sposta negli spazi dell’Archivio di Stato per un percorso teatrale tra documenti e mappe della memoria della città (12 repliche a posti limitati tra aprile e maggio). Storie di Ravenna — Dentro l’Archivio di Stato, con la regia di Alessandro Renda, sarà una narrazione itinerante costruita sui materiali dell’Archivio di Stato di Ravenna. Attraverso corridoi, sale e depositi, seguendo un’unica partitura di interventi, si mostrerà come le tracce della città nascono, si conservano e si interpretano. A guidare il percorso saranno gli archivisti, dando voce a documenti provenienti da fondi diversi – archivi di polizia, atti notarili, mappe, registri – e restituendo l’Archivio come strumento vivo delle memorie della città.

Tutte le stagioni di Ravenna Teatro di quest’anno condividono un’identità visiva ecologica comune, con immagini di alberi scelte come segno distintivo. Per Storie di Ravenna le fotografie sono di Cesare Ballardini. La grafica è di Luca Sarti.

BIGLIETTI E ABBONAMENTI

Abbonamenti  25 €
Gli abbonamenti garantiscono l’assegnazione del posto e sono in vendita esclusivamente al Teatro Rasi venerdì 21 novembre dalle 15.00 alle 19.00 e sabato 22 novembredalle 11.00 alle 13.00; non sono prenotabili telefonicamente né in vendita on line. Si possono acquistare fine a un massimo di 4 abbonamenti a testa.

Biglietti 5 €
I biglietti per tutti gli spettacoli sono in vendita nella BIGLIETTERIA ON-LINE a partire dal 24 novembre e presso la biglietteria del Rasi dal 27 novembre (giovedì dalle 16.00 alle 18.00).

I biglietti della data del 1° dicembre si possono acquistare anche al Teatro Alighieri. I posti disponibili saranno in vendita da un’ora prima di ogni spettacolo (è sempre consigliato l’acquisto in prevendita).

I biglietti per lo spettacolo Guidarello, il cavaliere di Ravenna sono in vendita da lunedì 24 novembre anche presso la biglietteria del Teatro Alighieri (qui è previsto il diritto di prevendita).

Le informazioni sulle modalità di acquisto per Guidarello al Mar e Storie di Ravenna — Dentro l’Archivio di Stato saranno pubblicate su ravennateatro.com

INFORMAZIONI

Ravenna Teatro\Teatro Rasi via di Roma 39, Ravenna tel. 0544 36239, info@ravennateatro.com
Biglietteria del Teatro Rasi, tel. 0544 30227.

Storie di Ravenna è supportato da Comune di Ravenna, Regione Emilia-Romagna, Ministero della Cultura, Fondazione del Monte, Bcc Ravennate Forlivese e Imolese, Assicoop Romagna Futura, Coop Alleanza 3.0, Sedar Cna Servizi, Reclam, Nuova OLP

FOCUS LAVORO

Con NON SIAMO NIENTE SAREMO TUTTO al Teatro Socjale comincia il FOCUS LAVORO, un viaggio nel mondo del lavoro attraverso teatro, cinema e incontri. Un progetto che unisce linguaggi e generazioni diverse per parlare di ciò che ci lega tutti: il lavoro, la sua trasformazione, e la necessità di immaginare un futuro che non ci separi, ma ci metta ancora in comune.

 

Il lavoro è un punto di osservazione privilegiato per capire lo stato di salute di una società. Negli ultimi decenni crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche e una pandemia mondiale hanno ridisegnato il nostro modo di vivere e produrre. Tra tempo di vita e tempo di lavoro, tra diritti e precarietà, tra intelligenza artificiale e welfare in trasformazione, Ravenna Teatro dedica la stagione 2025/2026 a un grande tema collettivo: il lavoro.

Il FOCUS LAVORO che attraverserà l’intera stagione, intrecciando spettacoli, incontri, proiezioni e dialoghi. Un percorso che invita a riflettere su come il lavoro definisca le nostre esistenze, ma anche su come l’arte possa diventare spazio di confronto e di resistenza.

Il viaggio comincia nella stagione di Al Socjale, al Teatro Socjale di Piangipane con NON SIAMO NIENTE SAREMO TUTTO – in scena da martedì 14 a domenica 26 ottobre, con pausa lunedì 20 – di Alessandro Renda / Albe, Zona K, con l’attore ravennate Matteo Gatta. Dopo le tappe di La Spezia, Milano, Aosta e Lecce, il progetto arriva a Ravenna in collaborazione con CGIL Ravenna: un affondo poetico e sociologico che mette al centro le vite, le fatiche e le speranze di chi lavora, restituendo la possibilità di sentirsi ancora “coro”. Ogni sera sulla scena lavoratrici e lavoratori diversi e un esperto, per una drammaturgia in continuo cambiamento e esplorazione. Con una Chiamata Pubblica rivolta a chiunque desideri raccontarsi attraverso quello che ha fatto, sta facendo o vorrebbe fare nel mondo del lavoro.

Nelle due domeniche, dopo lo spettacolo sono previsti due incontri: il 19 ottobre Osvaldo Danzi presenterà il libro Il lavoro trattato male (Edizioni FiordiRisorse, 2025), il 26 ottobre Lara Mariani e Simona Malta presentano SENZAFILTRO (Edizioni FiordiRisorse), il giornale che si occupa di cultura del lavoro.

«Con questo FOCUS LAVORO» ha dichiarato Alessandro Renda, attore e regista nelle Albe «abbiamo provato a tenere insieme i frammenti di un discorso collettivo che riguarda tutti: il lavoro come misura delle nostre vite, come spazio di fatica ma anche di immaginazione. Da NON SIAMO NIENTE SAREMO TUTTO – nato dal confronto diretto con lavoratrici e lavoratori di ogni settore – si è allargato un orizzonte più vasto, che attraversa la stagione e unisce teatro, cinema e incontri in un unico racconto. Il filo rosso è la domanda su chi siamo oggi dentro questo tempo di trasformazioni: tra intelligenza artificiale e nuove disuguaglianze, tra desiderio e precarietà, tra la necessità di produrre e il bisogno di appartenere. Il teatro, in questo percorso, accoglie le voci del presente, le rende visibili. Perché parlare di lavoro significa parlare di vita, di comunità e di futuro».

A febbraio, infatti, per La Stagione dei Teatri, il Teatro Alighieri ospiterà Condominio Mon Amour, scritto e interpretato da Giacomo Poretti e Daniela Cristofori. Con ironia e leggerezza, lo spettacolo racconta il caos del mondo del lavoro di oggi: orari impossibili, mestieri improbabili, un linguaggio invaso da inglesismi e la minaccia dell’intelligenza artificiale. In un piccolo condominio, un portinaio e una manager diventano metafora della nostra confusione quotidiana, scambiandosi continuamente i ruoli di vittima e carnefice.

 

A marzo, al Teatro Rasi, arriva Bidibibodibidoo di Francesco Alberici, vincitore del Premio Ubu 2024 per il Miglior Nuovo Testo Italiano. Con tenerezza e ferocia, racconta il viaggio di un giovane impiegato nel labirinto aziendale di oggi, tra ambizione, controllo e perdita di sé. Una storia amara e divertente sulla precarietà come condizione esistenziale, più che economica.

 

 

«Ravenna affronta il tema del lavoro anche come una forma d’arte, e per noi è molto importante questa collaborazione con il mondo della cultura», dice Manuela Trancossi, segretaria generale della CGIL della provincia di Ravenna. «Viviamo in una società che, in molti aspetti, è malata. Crediamo che mettere insieme sindacato e cultura possa creare le condizioni per migliorare ciò che ci circonda. È una grande opportunità per avere una visione più ampia della realtà che stiamo vivendo. Per un’organizzazione come la nostra, il lavoro è centrale. “Non siamo niente, saremo tutto” non è solo uno slogan: è una frase che viviamo ogni giorno. Oggi il lavoro, purtroppo, viene spesso considerato “niente”, ma noi sappiamo che le persone sono “tutto”. Il lavoro è il motore che fa andare avanti il Paese: se è sano, crea benessere. Ma oggi non gli viene dato il giusto valore e molte persone non si riconoscono più nel proprio ruolo. Chi parteciperà a “Non siamo niente, saremo tutto” farà un percorso importante e già questo, per noi, è molto importante».

Oltre agli spettacoli, il percorso proseguirà con una rassegna cinematografica di cinema contemporaneo europeo al Cinema Mariani. Pensato in  collaborazione con Festival delle Culture e Cinemaincentro, questo ciclo propone film che intrecciano in maniera potente il tema del lavoro e del precariato con i temi legati all’immigrazione. Quattro film per attraversare il presente: lavoro, precarietà, diritti, esclusione, possibilità di futuro. Mercoledì 29 aprile, ore 21:00: La storia di Souleymane, di Boris Lojkine (Fra 2024, 93’, VOS) con ingresso gratuito, martedì 5 maggio, ore 21:00: Grand Ciel, di Akihiro Hata (Fra, 2026, 91’, VOS), martedì 12 maggio, ore 21:00: The Old Oak, di Ken Loach (Gb, 2023, 113’, VOS), chiuderà martedì 19 maggio, ore 21:00: Anywhere Anytime, di Milad Tangshir (Ita 2024, 82’) con ingresso gratuito. Il film di apertura e quello di chiusura sono eventi gratuiti. Per Grand Ciel e The Old Oak i biglietti sono prenotabili o acquistabili su cinemaincentro.com o direttamente al Cinema Mariani.

Durante la conferenza stampa nella sede della CGIL di Ravenna è intervenuta Federica Moschini, Assessora con delega al Lavoro, Comune di Ravenna: «L’amministrazione comunale sostiene con convinzione questa iniziativa, perché la cultura è uno strumento capace di unire le persone e di aprire spazi di confronto sui temi che ci riguardano da vicino. Tutti, prima o poi, ci troviamo a dire “questa non è vita”: quando diventa difficile tenere insieme lavoro, famiglia, figli, responsabilità. Oggi le soddisfazioni sono sempre più rare, e proprio per questo è importante ricordare il valore del lavoro e della sua dignità. Il sindacato deve tornare al centro del dibattito e della vita sociale: in passato ha fatto la differenza, e può continuare a farla, anche attraverso sportelli di ascolto e supporto. In molti contesti lavorativi, sentirsi riconosciuti — un “sei bravo”, un “hai fatto un buon lavoro” — vale più di qualsiasi incentivo economico. Le gratificazioni umane sono essenziali e troppo spesso dimenticate. Questo FOCUS LAVORO, così come lo spettacolo NON SIAMO NIENTE SAREMO TUTTO, è prezioso perché riporta il lavoro al centro della riflessione collettiva: parlarne, con i linguaggi dell’arte e della scena, è un modo per riconoscersi e ripartire insieme».

FOCUS LAVORO è sostenuto da CGIL Ravenna, partner principale del progetto e dall’Assessorato al Lavoro del Comune di Ravenna.

La fotografia del manifesto FOCUS LAVORO è di Giovanni Zaffagnini
Grafica Luca Sarti