Dalle pagine del romanzo breve di Alan Bennett, un po’ black comedy e un po’ pamphlet satirico, un monologo torrenziale, tragicomico e irriverente che è anche e soprattutto la parabola di un uomo che fronteggia, esplora e infine accoglie il desiderio carnale, trovandogli un posto dentro di sé dopo aver attraversato l’imbarazzo, la paura e in un certo senso anche la morte. Commedia e dramma si rincorrono e si prendono in giro a vicenda nella scrittura, pungente e raffinata di questo autore di elegante e sottile perfidia.
Dalla scheda artistica
«Il funerale, in ossequio alle abitudini correnti, era stato annunciato come una “celebrazione’, pratico connubio tra il festeggiamento e il commiato. Tanto per cominciare non era imperativo addolorarsi troppo, il che era decisamente un vantaggio: la persona da celebrare era morta da un pezzo e per piangere sarebbe stata necessaria una certa vis drammatica. In più, chiamarla celebrazione permetteva di non vestire a lutto.
(…)
Benché abituato a celebrare davanti a una prevalenza di donne, padre Jolliffe non si stupi nel vedere oggi tutti quegli uomini. Alcuni erano amici intimi di Clive, certo, ma a parte questo aveva notato che ali uomini erano più attratti dai funerali e dalle funzioni commemorative che non da una messa (o, che so, dal teatro), e se ne era chiesto il motivo, visto che gli uomini fanno di rado quel che non hanno voglia di fare. Aveva concluso che quando c’è un morto entra in ballo il senso di superiorità: il defunto è stato messo al suo posto, cioè nella tomba, e per quanto sontuosi possano essere i tributi che accompagnano il commiato, non si può negare che lo status dei vivi sia di gran lunga superiore. Agli uomini, in particolare, questo piace molto.
(…)
Ancora non aveva deciso come impostare il sermone. Confidava che gli sarebbe venuto in mente qualcosa, che al momento buono le parole gli sarebbero state suggerite, come gli accadeva di pensare quando si sentiva particolarmente vicino al Signore. Passando tra la gente che cantava sgangheratamente l’inno, padre Jolliffe rifletté che quella sembrava davvero una platea: elegante, attaccata alle cose terrene, si aspettava certo che lui non tirasse troppo in ballo Dio. Un po’ si risenti: benché fosse un prete smaliziato e fin troppo indulgente con se stesso, (…) gli spiaceva adattare la sua fede al pubblico che aveva davanti e, non per la prima volta, desiderò essere un vero cattolico, al quale questo problema non si sarebbe mai posto. Uno dei tanti motivi di lagnanza che padre Jolliffe aveva nei confronti della Riforma inglese era che, da allora, nel rito era entrato il sentimento. Non te la potevi più cavare con le formule: ci dovevi credere. Questi pensieri lo avevano accompagnato, insieme alla processione, fino al presbiterio, dove il coro s’infilò nelle sue panche e gli ecclesiastici gli si disposero intorno. Mancavano un paio di strofe alla fine dell’inno. Questo diede a padre Jolliffe la possibilità di pensare a cosa doveva dire di Clive, e a cosa non doveva dire».
Stralci dal racconto di Alan Bennet, La cerimonia del massaggio, Adelphi
«Oscar De Summa è un battitore libero nella scena italiana. Un narratore che nei suoi quasi trent’anni di pratica artistica ha lavorato per lo più come solista, come scrittore e interprete di monologhi che si potrebbero definire di narrazione, se non fosse che il suo modo di narrare ha una specifica tridimensionalità che ne fa l’artista speciale che è arrivato a essere, con una presenza costante nei teatri italiani ed europei. (…) De Summa sta al teatro italiano un po’ come Gipi sta al fumetto: un cinquantenne dalle radici che affondano in una adolescenza maudit, una vita letteralmente salvata dall’arte, e che ora continua a mandare i suoi “baci dalla provincia”, storie dal tratto universale, capaci di coinvolgere gli spettatori di ogni età e latitudine. Apprezzato per la capacità di intrecciare elementi autobiografici e sociali con temi universali, come il senso di appartenenza, il dolore e la ricerca di connessione, (…) De Summa stupisce per dettagli capaci di raccontare i personaggi, degni dei grandi classici russi, a volte per subitanee sensazioni di grande vuoto, in stile Carver e letteratura americana contemporanea. Il ‘narrattore’ adatta il suo linguaggio teatrale entrando e uscendo dalla vicenda, quasi a voler spegnere (ma in realtà la tecnica chiaroscurale e brechtiana amplifica) le punte emotive, oscillando fra racconto di periferia, interferenze e biografie di fisici dalla vita sregolata, a cui man mano si attorciglia proprio il tema dell’entanglement. Ma cosa è? La meccanica classica, spiega l’autore, descrive le proprietà e il comportamento della materia a grande scala e come se i corpi fossero immersi dentro spazi virtuali a sé stanti. La meccanica quantistica, invece, descrive il comportamento microscopico di singole particelle che si comportano a volte in modo contro-intuitivo, come lui stesso spiega con alcuni divertenti esempi sui fenomeni che cambiano a seconda che vengano o meno osservati.
Estratto dai materiali della compagnia
Entanglement è un termine coniato da Erwin Schrödinger nel 1935 e indica un legame fra particelle. Una relazione. È definito da una funzione, chiamata “funzione d’onda di un sistema”, che descrive le proprietà delle particelle come fossero un unico oggetto, anche se le particelle si trovano a enorme distanza. Lo scienziato dimostrò che, se due particelle sono state vicine per un sufficiente tempo, questa correlazione permette alla prima particella di influenzare la seconda istantaneamente, e viceversa. (…) E questo è un lavoro che commuove e fa pensare a quanta parte della nostra vita lasciamo andare facendola decidere agli altri, spesso privandoci di felicità istantanee, che poi si rimpiangono. Perché la vita è veramente un giro quantico, ed è meglio vibrare con il maggior numero di particelle capaci di produrre intese energie positive».
Renzo Francabandera, paneacquaculture.net
«La frammentazione interna dell’uomo [di oggil rispecchia la sua concezione del mondo ‘esterno’, che è visto come un insieme di oggetti e di eventi separati. Si considera l’ambiente naturale come se fosse costituito da parti separate che devono essere sfruttate da vari gruppi di interesse. Questa visione non unitaria è ulteriormente estesa alla società, che viene suddivisa in differenti nazioni, razze, gruppi religiosi e politici. La convinzione che tutti questi frammenti – in noi stessi, nel nostro ambiente e nella nostra società – siano realmente separati può essere vista come la causa fondamentale di tutte le crisi attuali, sociali, ecologiche e culturali. Essa ci ha estraniati dalla natura e dagli esseri umani nostri simili. Essa ha provocato una distribuzione delle risorse naturali incredibilmente ingiusta, che crea disordine economico e politico: un’ondata di violenza, sia spontanea sia istituzionalizzata, che cresce sempre più, e un ambiente inospite, inquinato, nel quale la vita è diventata fisicamente e spiritualmente insalubre».
Scritta nel 1986 e basata sul libro di Andrew Hodges Alan Turing:The Enigma (opera che ha ispirato anche il film The Imitation Game, del 2014), questa commedia viene rappresentata in Italia per la prima volta, dopo aver raccolto successi tra Londra, Manchester e New York. Al centro vi è la figura del grande, e fino a qualche tempo fa semi-sconosciuto, scienziato che ha violato il codice usato dai sommergibilisti tedeschi per le loro comunicazioni in tempo di guerra, così come ha violato – qualche anno dopo la guerra – il codice del pudore dell’omofobica società inglese.
Il testo di Hugh Whitemore non è tanto un ritratto biografico quanto una coinvolgente riflessione sulla nostra società. L’opera si apre con l’interrogatorio che l’ufficiale Ron Miller commina ad Alan Turing a causa di un furto che quest’ultimo ha denunciato. L’ufficiale mette in difficoltà il matematico, che in realtà era stato derubato dal suo compagno, ma che, essendo l’omosessualità non tollerata dal governo inglese di quegli anni, non vuole rivelare la verità. Da questo interrogatorio hanno origine diversi flashback della vita di Turing: la sua passione per la matematica fin dai tempi della giovinezza, il periodo a Bletchley al tempo della seconda guerra mondiale, il lavoro finalizzato a decriptare i messaggi codificati, con la macchina Enigma, in possesso dell’esercito tedesco. Il suo ingegno, tuttavia, non è sufficiente a salvarlo dai pregiudizi e dalla giustizia inglese.
Dalla scheda artistica
Lo spettacolo si inserisce nel quadro del teatro documentario e biografico, gesto d’arte poetico e politico che richiama in qualche modo la figura di Bertolt Brecht, autore di pièce teatrali come Vita di Galileo e di numerosi saggi sul rapporto tra arte e società. Nel Discorso inaugurale del primo congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura (Parigi, 1935), il drammaturgo e regista tedesco prende posizione contro l’idea di una ‘letteratura pura’, affermando la necessità di un’arte capace di produrre conoscenza.
Inserito in un contesto antifascista, il suo intervento era teso a sottolineare come la lotta contro il nazismo imponesse una collaborazione tra arte e scienza, riaffermando così il carattere conoscitivo e politico della pratica artistica.
“Non dobbiamo partire dall’arte antica, ma dalla scienza nuova. Non vogliamo rimuovere niente dall’uomo, anzi vogliamo aggiungergli qualcosa. L’arte sarà in grado di elaborare le grandi soggettività sociali dell’epoca e di dominarle soltanto se si porrà al livello della scienza. L’arte deve scoprire il gesto sociale della nostra epoca. Il suo compito è quello di rappresentare il mondo in modo da renderlo dominabile. Deve fornire immagini della vita umana che aiutino a padroneggiarla. La scienza ha elaborato metodi per cambiare il mondo. Per secoli l’arte ha rappresentato il mondo in modi diversi. È venuto il momento di unificare i due metodi. L’arte deve imparare dalla scienza a essere sobria, precisa. Deve imparare a considerare il mondo come una totalità trasformabile, dominabile. Questo è anche un piacere. Il grande piacere che la scienza dà agli scienziati, il piacere di cambiare il mondo, deve essere portato dal teatro sulla scena, e lì trasformato in un piacere per tutti.
Il teatro deve diventare una istituzione della gioia pratica, della curiosità attiva. Deve fornire immagini della vita che siano strumenti per la vita. Il suo fine non è più quello di fornire immagini del mondo cosi come, ma di rappresentarlo come trasformabile. E trasformabile non da déi o da eroi, ma dagli uomini stessi, qui e ora”.
da Bertold Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte, a cura di Cesare Cases, Einaudi, Torino, 1973
Il mondo di Goldoni e il mondo delle marionette si congiungono nel microcosmo della scena, luogo reale e immaginario insieme, amplificando la poesia e la comicità di uno dei personaggi più buffi di quell’universo di maschere: l’indifendibile “brontolòn”. Questa rilettura di una commedia della maturità goldoniana è condotta con rigoroso rispetto filologico per il testo e per la straordinaria armoniosità di una lingua unica come quella veneta, che è già in sé poesia, ma anche con un’originale intuizione del regista Paolo Valerio che vede, appunto, le marionette in scena accanto agli attori – ora in sintonia ora in contrasto con essi – come alter ego dei personaggi. Quell’attore che a sua volta si fa marionetta, macchina corporea in cerca di una soluzione al mistero del personaggio.
La marionetta come lato oscuro, per sopportare e reagire all’orrore domestico della famiglia di Sior Todero, per sopportare e superare un personaggio odioso ed egoista, rappresentazione, nel peggiore dei casi, del genere maschile. Dove, come spesso avviene nelle commedie di Goldoni, l’universo femminile è salvifico e risolutivo e riesce a rimediare e risolvere i conflitti, per un presunto e pur instabile, lieto fine.
Carlo Goldoni parla delle marionette nei “Mémories”, tra i primissimi ricordi della sua infanzia: «Mia madre prese cura di educarmi, e il mio genitore di divertirmi.
Fece fabbricare un teatro di marionette, (…) e in età di quattr’anni trovai esser questo un delizioso divertimento».
Da quell’amore per le marionette (…) prende spunto questo progetto di regia che vuole presentare una versione del Sior Todero come un Grande Burattinaio, anzi Marionettista. Da qui la vicinanza con un altro personaggio patriarcale che vuole controllare e dirigere la famiglia, Vito Corleone, che nel manifesto del capolavoro di Coppola, Il Padrino, è appunto rappresentato con una mano che manovra i fili.
Dalle note di regia
Si staglia nello spettacolo l’interpretazione di un attore ispirato e carnale, spigoloso e lirico, espressionista e indomabile quale Franco Branciaroli, riferimento imprescindibile della scena italiana. Siamo di fronte a quell’attitudine scenica carismatica che attinge la propria unicità da un enigma insondabile e provocatorio.
“Il ‘brontolòn’ attorno a cui gira la trama permalosa del lavoro goldoniano, è un avaro, un uomo irritante e opprimente, l’opposto di una figura empatica. Nella nostra tradizione ha avuto il crisma cesellato da attori tutti d’un pezzo come Cesco Baseggio o da tipologie inossidabili alla maniera di Giulio Bosetti, o di Gastone Moschin: ma l’apparato convenzionale fa adesso un salto per aria in virtù dell’autorità e del sopra-le-righe di cui è munito Branciaroli, (…) «Sono favorito dal fatto che il veneto, come anche il napoletano, sono vere lingue vive teatrali, e qui il dialetto è di per sé un capolavoro drammaturgico (…)» . Indossa i panni di un patriarca raggirato dalle donne, perché in fondo il ruolo decisivo è quello della nuora Marcolina, che con un complotto femminile gli fa fare la figura del pirla. «Malgrado io ci metta tutte le mie qualità gigionesche, e si sa che ne ho, e non mi risparmio di sfogarle: ma non riuscirò a portare a termine un intrigo fondato su una dote»”
Rodolfo di Giammarco, “Branciaroli ‘brontolon’, una trama goldoniana dove le donne vincono”, la Repubblica
“[Il carisma] Fa parte della rappresentazione di se stesso che ha l’attore: il dominio su come mettere le dita, come stare con i gomiti, come apparire, la consapevolezza e il controllo dell’apparizione, il dominio del proprio corpo in tutte le espressioni degli arti, la consapevolezza di rappresentare qualche cosa di irripetibile che ha a che fare con il proprio nome e cognome. È proprio questo che crea intorno a loro una sorta di fosforescenza”.
Federico Fellini in Rita Cirio, “Il mestiere del regista”, Garzanti.
Biglietti in promozione a partire da 10€… ma affrettati!
Hai tempo soltanto dalle ore 10.00 alle ore 13.00 di venerdì 28 novembre!
Come acquistare:
– via telefono pagando con carta di credito o Satispay, al numero 0544 249244
– presso la biglietteria del Teatro Alighieri dalle ore 10 alle ore 13 (via Mariani, 2)
Offerta valida sui seguenti titoli della La Stagione dei Teatri, secondo disponibilità di posto.
di Carlo Goldoni • drammaturgia Piermario Vescovo • con Franco Branciaroli e con Piergiorgio Fasolo, Stefania Felicioli, Alessandro Albertin, Ester Galazzi, Riccardo Maranzana, Valentina Violo, Emanuele Fortunati, Davide Falbo, Federica Di Cesare in collaborazione con I Piccoli di Podrecca • regia Paolo Valerio • scene Marta Crisolini Malatesta • costumi Stefano Nicolao • luci Gigi Saccomandi • musiche Antonio Di Pofi • movimenti di scena Monica Codena • produzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro de gli Incamminati, Centro Teatrale Bresciano
Teatro Alighieri
giovedì 15, venerdì 16, sabato 17 gennaio ore 21:00,
domenica 18 gennaio ore 15:30
di Hugh Whitemore • traduzione Antonia Brancati • regia Giovanni Anfuso • con Peppino Mazzotta, Maurizio Marchetti, Liliana Randi • e con (in o.a.) Domenico Bravo, Carmelo Crisafulli, Luca Fiorino, Vincenzo Palmeri, Irene Timpanaro • scene Alessandro Chiti • costumi Dora Argento • musiche Paolo Daniele • luci Antonio Rinaldi • violino Leo Gadaleta • videomaker Enzo Del Regno • aiuto regista Valeria La Bua • direttore di scena Angelo Grasso • produzione Teatro Biondo Palermo, Teatro di Messina – Centro di Produzione, Tieffe Teatro Milano
Teatro Alighieri
giovedì 16, venerdì 17, sabato 18 aprile ore 21:00
domenica 19 aprile ore 15:30
di Anton Čechov • testo Liv Ferracchiati • dramaturg Piera Mungiguerra • consulenza letteraria Margherita Crepax • con Francesco Aricò, Valentina Bartolo, Giovanni Battaglia, Giordana Faggiano, Rosario Lisma, Antonio Mingarelli, Marco Quaglia, Livia Rossi, Irene Villa • regia Liv Ferracchiati • scene Giuseppe Stellato • costumi Gianluca Sbicca • luci Emiliano Austeri • suono Giacomo Agnifili • aiuto regia Adele Di Bella • produzione Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale
SPETTACOLI A 10€
Teatro Alighieri
sabato 7 febbraio ore 21:00
domenica 8 febbraio ore 15:30
di Jean Anouilh • traduzione Andrea Rodighiero • con Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza • regia Roberto Latini • scene Gregorio Zurla • costumi Gianluca Sbicca • musica e suono Gianluca Misiti • luci e direzione tecnica Max Mugnai in collaborazione con Bàste Sartoria • produzione La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello, Teatro di Roma Teatro Nazionale
scritto e diretto da Eleonora Danco • con Eleonora Danco e cast in via di definizione • musiche scelte da Marco Tecce • scenografia Mario Antonini • disegno luci Eleonora Danco • produzione La Fabbrica dell’Attore
concept, regia e coreografia Nicola Galli • danza Rafael Candela, Nicola Galli • light design Lucia Ferrero, Nicola Galli • dramaturg Giulia Melandri • elementi scenici Giulio Mazzacurati • cura e promozione Margherita Dotta • produzione TIR Danza, Nebula • co-produzione Oriente Occidente • residenze artistiche TROIS C-L, Oriente Occidente, PimOff Milano, Orbita | Teatro Quarticciolo • con il sostegno di Network Grand Luxe, Orbita | Spellbound Centro Nazionale di Produzione della Danza, PimOff Milano • creazione selezionata per NID Platform 2023 – open studios
progetto di Gloria Dorliguzzo • dramaturg Lucia Amara • butchers Francesco Inserra • sound designer Manfredi Clemente • masks Plastikart • produzione INDEX • con il supporto di MiC Ministero della Cultura
un progetto di Biancofango • drammaturgia Francesca Macrì e Andrea Trapani • regia Francesca Macrì • con Marco Gregorio Pulieri, Irma Ticozzelli, Andrea Trapani, Sara Younes, Cristian Zandonella • e con la partecipazione di un coro di cittadine e cittadini over 65 • musica, sound design e live electronics Giovanni Frison • aiuto regia e collaborazione artistica Lorenzo Profita • assistente alla regia Giorgia Azzellini • light design Massimiliano Chinelli • foto Arianna Romagnolo • produzione Elsinor Centro di produzione teatrale, Fattore K • con la collaborazione produttiva di OperaEstate • in collaborazione con Teatri di Vetro e Atcl Lazio
consulente storico Natalie Zemon Davis • traduzione Monica Capuani del testo originale Tous des oiseaux • adattamento Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi • con Federico Palumeri, Lucrezia Forni, Barbara Mazzi, Irene Ivaldi, Rebecca Rossetti, Aleksandar Cvjetković, Elio D’Alessandro, Said Esserairi, Raffaele Musella • regia Marco Lorenzi • assistente alla regia Lorenzo De Iacovo • dramaturg Monica Capuani • scenografia e costumi Gregorio Zurla • disegno luci Umberto Camponeschi • disegno sonoro Massimiliano Bressan • vocal coach e composizioni originali Elio D’Alessandro • esecuzione al pianoforte de La marcia del tempo e Valzer per chi non crede nella magiaGianluca Angelillo • video full of Beans – Edoardo Palma & Emanuele Gaetano Forte • consulente lingua ebraica Sarah Kaminski • consulente lingua tedesca Elisabeth Eberl • un progetto de Il Mulino di Amleto • spettacolo prodotto con il sostegno di A.M.A. Factory, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, TPE – Teatro Piemonte Europa • in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi • con il sostegno di Bando ART-WAVES Produzioni 2022 e 2023 della Fondazione Compagnia di San Paolo
Lo spettacolo inizierà alle 20:00 (tutti i giorni tranne il lunedì e il giovedì) e verranno proposte la prima, la seconda e la terza anta insieme. Quest’anno, con l’ultima, la trilogia verrà completata al Teatro Rasi
Dal 25 giugno al 13 luglio (tutti i giorni tranne il lunedì e il giovedì), alle 20:00, nell’ambito di Ravenna Festival, andrà in scena l’edizione integrale di DON CHISCIOTTE AD ARDERE, ideato e diretto da Ermanna Montanari e Marco Martinelli, fondatori e direzione artistica delle Albe, che partirà da Palazzo Malagola, in via di Roma 118. Lo spettacolo è una coproduzione Albe/Ravenna Teatro, Ravenna Festival e Teatro Alighieri in collaborazione con i Musei nazionali di Ravenna e l’Opera di Religione della Diocesi di Ravenna.
La terza anta conclude il progetto triennale (2023-2025) che i due direttori artistici delle Albe, Ermanna Montanari e Marco Martinelli, dedicano all’opera-mondo di Cervantes. Il progetto è continuato nel solco del Cantiere Malagola, esperienza che ha raccolto l’eredità del Cantiere Dante e che, dal 2017 al 2022, ha coinvolto migliaia di cittadini nella messa in scena delle cantiche della Divina Commedia. Dopo la prima anta, che parte e si sviluppa negli spazi dell’omonimo Palazzo Malagola, sede del Centro di ricerca vocale e sonora fondato e diretto proprio da Montanari insieme a Enrico Pitozzi, e la seconda, ospitata tra le mura di Palazzo Teodorico, quest’anno la trilogia si conclude al Teatro Rasi. I maghi (Hermanita e Marcus, alias Ermanna Montanari e Marco Martinelli), insieme agli “erranti” e alle maschere (Don Chisciotte, Dulcinea, Sancio, alias Roberto Magnani, Laura Redaelli e Alessandro Argnani) arrivano di fronte ad un antico edificio – una chiesa? un teatro? – per ‘tirare le fila’ di questa reinvenzione del romanzo seicentesco, che si rivolge al nostro XXI secolo, dilaniato da guerre e ingiustizie, non diverso da quello contro cui si scagliava il mite sognatore. Le bacchette di questi due maghi scalcagnati sono però spuntate e non possono fare altro che evocare fantasmi. Attorno a loro centinaia di cittadine e cittadini. Che cosa è reale, che cosa è sogno, che cosa è profezia?
“I linguaggi del teatro – dichiara l’assessore alla Cultura del Comune di Ravenna, Fabio Sbaraglia – si confermano ancora una volta straordinari per muovere partecipazione e accendere attenzione collettiva. Questo ‘Don Chisciotte’ chiude un lavoro di tre anni che ha saputo coinvolgere centinaia di cittadini e cittadine, protagonisti di un racconto fantastico che apre squarci sulle tragedie del nostro tempo, indagando con la sensibilità tipica delle Albe/Ravenna Teatro le contraddizioni della natura umana. Uno spettacolo che si annuncia come un’esperienza unica, capace di fondersi con la magia dei luoghi in cui sarà immerso”.
“Anche quest’anno – afferma Andrea Sardo, direttore dei Musei nazionali di Ravenna – l’Istituto del Ministero della Cultura ospiterà l’omaggio all’opera di Cervantes, mettendo a disposizione l’enigmatica struttura del Palazzo di Teodorico per l’ambientazione del suggestivo spettacolo. Grazie alla collaborazione con Ravenna Teatro, si salderà ulteriormente il rapporto tra il monumento, memoria della grandiosa residenza imperiale e pregevole testimonianza dell’architettura alto-medievale di Ravenna, il suo contesto urbano di riferimento e le comunità cittadine”.
“In questi tempi – osserva Franco Masotti, direttore artistico del Ravenna Festival – in cui un’umanità dispersa e scoraggiata si interroga su come affrontare i drammi e gli sconvolgimenti a cui i tempi presenti ci pongono di fronte, si avverte sempre di più l’esigenza di farsi comunità, di intessere rapporti empatici e solidali tra le persone e il teatro ci offre un’occasione unica e preziosa per poterlo fare, attraverso la ricerca condivisa della bellezza nell’esercizio del pensiero critico, tra emozione e riflessione. Il DON CHISCIOTTE AD ARDERE delle Albe, che giunge quest’anno alla sua conclusione, rappresenta così un’esperienza unica, attraverso quella modalità della ‘Chiamata pubblica’, praticata e affinata negli anni, che ha reso Ravenna un caso unico – e invidiato – in tutta Europa”.
Anche quest’anno il progetto vedrà la partecipazione, insieme alle cittadine e ai cittadini di Ravenna, di “tribù” (gruppi composti da ragazzi e ragazze che hanno partecipato a laboratori di non-scuola) provenienti sia dall’Italia che dall’Estero. Più che raddoppiati, rispetto allo scorso anno, i giovani che arriveranno dal nostro Paese, e in particolare da Bari, Firenze, Foligno, Marsciano, Napoli, Noto, Rimini, Roma, Santarcangelo, Sassuolo, Trento, Varese, Villanovaforru. Grazie ad una presenza radicata anche all’estero, diversi ragazzi e ragazze giungeranno anche da Malta e da Parigi.
Ideazione, spazi architettonici, drammaturgia e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari
in scena Ermanna Montanari, Marco Martinelli, Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Laura Redaelli, Marco Saccomandi, Fagio e le cittadine e i cittadini della Chiamata Pubblica guide Cinzia Baccinelli, Alice Billò, Vittoria Nicita, Marco Saccomandi, Marco Sciotto, Anna-Lou Toudjian
musiche LEDA commissione di Ravenna Festival
Serena Abrami voce/synth/chitarra acustica
Enrico Vitali chitarre
Fabrizio Baioni batteria/impulsi e segnali metallici
Giorgio Baioni basso
electronics e sound design Marco Olivieri scenografia Ludovica Diomedi, Elisa Gelmi, Matilde Grossi disegno dal vivo Stefano Ricci costumi Federica Famà, Flavia Ruggeri disegno luci Luca Pagliano direzione tecnica Luca Pagliano, Alessandro Bonoli e Fagio
Dopo aver incantato e commosso decine di spettatori lo scorso ottobre, la performance viene proposta nell’ambito di una collaborazione tra Ravenna Teatro e Trail Romagna.
Sono previste anche due repliche speciali all’alba.
Nata da una precisa richiesta di Azimut, e realizzata in collaborazione con l’Amministrazione comunale, la performance Nephesh – proteggere l’ombra, dopo l’emozionante debutto di ottobre nell’ambito del Prologo a La Stagione dei Teatri, in cui ha lasciato dietro di sé una lunga eco di richieste e riflessioni, torna a percorrere i viali silenziosi del Cimitero di Ravenna dall’1 al 13 aprile 2025.
Se in autunno il riscontro era stato talmente alto da non riuscire a soddisfare tutte le richieste pervenute, ora dal 1° aprile si potrà cogliere l’opportunità di immergersi in questa riflessione sul rapporto tra vita e morte e sul tempo che ancora abbiamo a disposizione, partecipando alla performance che viene ora nuovamente presentata grazie alla collaborazione tra Ravenna Teatro e Trail Romagna, un progetto che unisce natura, cammino e territorio con nuove modalità di fruizione culturale.
«Affiancare Ravenna Teatro in cammino è per noi motivo d’orgoglio – afferma il presidente di Trail Romagna, Ciro Costa – non solo perché condividiamo già l’esperienza di Storie di Ravenna, ma per la comune attitudine all’animazione territoriale, potente strumento per creare consapevolezza dell’impatto sociale all’interno della comunità e dei territori».
Nephesh – proteggere l’ombra non è uno spettacolo e non è una visita guidata del cimitero. È un’esperienza intima e collettiva, una drammaturgia sonora che avvolge i partecipanti, conducendoli in un itinerario sospeso tra memoria e presente. Ideata e diretta da Alessandro Renda, attore e regista e membro delle Albe, e scritta insieme allo scrittore Tahar Lamri, la performance intreccia racconti e immagini che si muovono tra vita e morte, leggende e storie personali, architetture e fotografie, e si trasforma in un invito a proteggere ciò che resta invisibile agli occhi: le ombre, i legami, il respiro stesso del tempo.
Fotografie di Serena Spadavecchia
Venti spettatori alla volta, dotati di cuffie (il lavoro sonoro è a cura di Francesco Tedde e Cecilia Pellegrini di Antropotopia), cammineranno attraverso un tragitto sorprendente tra tombe, lapidi, statue e fotografie. Le parole, sussurrate, diventeranno compagne di viaggio. Ogni passo sarà un invito a interrogarsi sul legame fragile e potente che unisce chi resta e chi è già ombra, chi osserva e chi è osservato.
In un tempo che tende a dimenticare, Nephesh – Proteggere l’Ombrasuggerisce un gesto contrario: proteggere ciò che rischia di svanire, riconoscere il valore delle cose che il tempo non cancella, integrare la morte come parte della vita stessa.
Aggiunge Alessandro Renda, «Questo lavoro è nato dall’urgenza di dare voce a ciò che normalmente resta nascosto, non detto, a quel senso di vertigine che capita a ognuno di noi di fronte alla morte o alla malattia: è come attraversare uno spazio fragile, dove le ombre che ci abitano prendono corpo e ci parlano delle nostre paure, delle nostre memorie, dei margini del visibile. È un’esperienza che interroga profondamente e invita a concentrarci sul nostro respiro vitale. L’incontro con gli spettatori è stato potentissimo, ho ricevuto decine e decine di lettere e messaggi di chi poi ha voluto condividere con me il proprio ricordo personale. Quando con Tahar Lamri scrivevamo il testo, desideravamo proprio questo tipo di relazione intima da una parte e di condivisione dall’altra, perché il cimitero può diventare non solo un luogo doloroso, ma un luogo vitale che ci suggerisce di proteggere proprio quell’ombra che ci rende umani».
Le nuove repliche si svolgeranno al tramonto, alle ore 18:00, dal martedì alla domenica. E in due occasioni speciali – sabato 5 e sabato 12 aprile – sarà possibile vivere la performance all’alba, quando la città ancora tace e il primo chiarore filtra tra gli alberi. L’evento avverrà nel rispetto del luogo, durante le consuete aperture del cimitero, senza disturbare chi lo frequenta o le sue funzioni. La camminata è silenziosa, discreta, pensata per offrire uno spazio di riflessione profonda sul tempo che ci è dato, sulle relazioni che coltiviamo e sulla città che custodisce i suoi defunti come parte viva della sua storia.
Nephesh – Proteggere l’Ombra è in programma da martedì 1 a domenica 13 aprile alle ore 18:00 (sabato 5 e sabato 12 ore 6:00). Performance itinerante, posti limitati, prevendita online o il giovedì pomeriggio dalle 16:00 alle 18:00 alla biglietteria del Teatro Rasi. Durata 105 minuti. Il cimitero di Ravenna si trova in via Cimitero.
Ravenna Teatro segnala inoltre che per la rassegna “I sabati a Scattisparsi”, curata da Ivano Mazzani, sarà possibile incontrare Renda e Lamri in un appuntamento proprio dedicato alla genesi di questo progetto e ad alcune considerazioni a partire dalla sua drammaturgia. L’incontro si terrà alla Libreria Scattisparsi in via Sant’Agata 8, sabato 12 aprile alle ore 18:00.
CALENDARIO 1-13 aprile (pausa 7 aprile):
martedì 1 ore 18:00
mercoledì 2 ore 18:00
giovedì 3 ore 18:00
venerdì 4 ore 18:00
sabato 5 replica speciale all’alba, ore 6:00
domenica 6 ore 18:00
martedì 8 ore 18:00
mercoledì 9 ore 18:00
giovedì 10 ore 18:00
venerdì 11 ore 18:00
sabato 12 replica speciale all’alba, ore 6:00
domenica 13 ore 18:00
BIGLIETTI
I biglietti sono in vendita sul sito Ravenna Teatro e negli orari di apertura della biglietteria del Teatro Rasi (giovedì dalle 16:00 alle 18:00, tel. 0544 30227)
“Viviamo un mondo in cui sembra impossibile trovare un equilibrio tra naturale ed artificiale. Quasi che questa dicotomia sia impossibile da gestire. Da una parte la modernità, le fabbriche, gli elettrodomestici, i prodotti e i veleni chimici, i sapori e gli odori riprodotti in laboratorio, la tecnologia… dall’altra le tradizioni da riscoprire, l’orto da coltivare dietro casa, il biologico, il biodinamico, la vacanza wild, la marmellata fatta in casa… Noi ci troviamo nel mezzo, ognuno col suo grado di consapevolezza e di ignoranza. Viviamo sotto il fuoco incrociato di notizie allarmanti e catastrofiche che fatichiamo a gestire. Notizie rispetto alle quali non sempre sappiamo come comportarci. Il più delle volte ignoriamo, in certi casi per scelta, in altri perché informarsi è complesso, farsi un’opinione è complesso, essere coerenti è complesso. La terra collasserà a breve a causa del surriscaldamento? L’avanzata dei deserti raggiungerà all’improvviso il nostro pianerottolo? L’isola di plastica presente nell’oceano pacifico diventerà davvero meta di vacanza? Lo zucchero bianco è davvero un veleno peggio dell’eroina? La tassa sulla plastica è realmente un provvedimento caro solo a un’élite pseudointellettuale? Perché una pubblicità che mi indica che i biscotti in questione sono senza lattosio dovrebbe invogliarmi ad acquistarli? Quanti kilometri percorre una banana prima che io possa scivolare sulla sua buccia? Quanti litri d’acqua servono per produrre una bistecca? Quanto è preziosa l’acqua utilizzata per produrre la suddetta bistecca? Quante delle suddette bistecche posso mangiare al minuto per non sentirmi un nemico della terra? Quante popolazioni sono state sgomberate dalle loro terre per soddisfare il fabbisogno di anacardi richiesti dal mercato mondiale per alimentare chi non mangia più le suddette bistecche? Chi taglierà la coda al cane affinché smetta di mordersela? Dato che è un cane che si morde la coda, tagliamo la testa al toro e lasciamo che a decidere tutto siano gli specchietti per allodole? Ognuno nel suo piccolo può fare la sua parte. Quale? Io vorrei sapere qual è la mia. Vorrei che qualcuno me lo dicesse. Giuro che la farei. Al massimo se non mi piace la scambio con qualcun altro. Meglio acquistare prodotti biologici confezionati nella plastica o prodotti non biologici confezionati nella carta? Guardo al mio bene o a quello collettivo? Un po’ per ciascuno non fa male a nessuno. Partiamo da qui, da queste domande, che non possono nemmeno essere definite provocazioni, perché sono domande reali, che ci accompagnano e ci assillano, a cui rivolgiamo attenzione a volte e che fingiamo di non udire altre, per costruire uno spettacolo che condiva col pubblico le nostre domande. Per approfondire temi e questioni che ci sono cari. Che non crediamo abbiano una sola risposta, ma che non possiamo accantonare per questa ragione”.
Enrico Castellani e Valeria Raimondi
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