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Bidibibodibiboo: l’intreccio lavoro-vita nel mondo contemporaneo

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Bdibibodibiboo in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 18 marzo.

Cosa succede quando il lavoro smette di essere un diritto e diventa una prova continua da superare? Bidibibodibiboo affronta le scelte, le paure e le rinunce di una generazione segnata da un mondo del lavoro spietato attraverso il confronto tra due fratelli. L’uno, impiegato in una multinazionale, è preso di mira dal suo superiore e sprofonda in un incubo persecutorio fino al licenziamento; l’altro è un autore teatrale che sceglie di raccontare pubblicamente la vicenda del fratello, portandola in scena. Il racconto diventa così un dispositivo teatrale che mette in discussione non solo il mondo del lavoro contemporaneo, ma anche il ruolo stesso dell’arte: cosa significa trasformare la vita reale, soprattutto quando è dolorosa, in spettacolo? Attraverso un linguaggio che mescola narrazione autobiografica, ironia e momenti metateatrali, la pièce racconta il fallimento, la vergogna e il desiderio di riscatto di una generazione a confronto con un sistema produttivo sempre più esigente e con un mondo in cui domina la cultura aziendale.

Il titolo è ispirato all’opera quasi omonima di Maurizio Cattelan, nella quale uno scoiattolino è riverso su un tavolo, in un interno casalingo anni ’50 e si è appena sparato un colpo alla testa. Lo squallore di questo interno – con il tavolo e le sedie moderne, in frassino chiaro e formica gialla, le stoviglie sporche buttate nel lavandino e la muffa sulla caldaia – rende alla perfezione l’atmosfera che immaginavo mentre scrivevo. Il testo racconta di due fratelli. Uno è dipendente in una grande e nota multinazionale e, preso all’improvviso di mira da un superiore, inizia a vivere un incubo che terminerà col suo licenziamento. L’altro, che fa l’autore teatrale, decide di raccontare pubblicamente la vicenda del fratello, portandola in scena. Se da un lato volevo raccontare la vergogna e la frustrazione del fratello che ha problemi sul lavoro, dall’altro ci tenevo a ragionare sulla delicata operazione che porta a trasformare un vissuto reale in arte. Sono tanti i temi di questo spettacolo: il modello delirante di cultura aziendale che si sta imponendo a livello globale, in cui i lavoratori sono spinti a raggiungere standard che le stesse aziende definiscono con orgoglio “irragionevolmente alti” e ai dipendenti viene spiegato che quando “si arriva al limite”, a causa dei ritmi di lavoro implacabili, non resta altra soluzione che “superare quel limite”; i percorsi di vita che portano i due fratelli a compiere scelte differenti, scelte in cui la volontà ha un ruolo più marginale di quanto non si creda. La precarietà riguarda ormai sia chi la sceglie deliberatamente, come me, sia chi cerca di costruirsi una vita più stabile. Nessuno è indenne. I nuovi colossi globali del mondo capitalista non stanno ridisegnando soltanto le dinamiche del lavoro, ma anche delle nostre vite. Termini e concetti aziendali hanno invaso il nostro linguaggio – performance, competizione, miglioramento di sé, ottimizzazione – e ridefinito la nostra idea del tempo: ormai il tempo libero non è altro che tempo perso.

Francesco Alberici

 

 

«Alberici ha saputo intercettare, con un poco di anticipo, quel dibattito sulla relazione tra lavoro e vita esploso durante e dopo la pandemia: la vicenda raccontata testimonia infatti la crescente indisponibilità a sottostare alla retorica della realizzazione professionale come elemento identitario. Ma, grattando la superficie del medium che ha scelto di utilizzare, l’autore e regista racconta anche di come il lessico aziendale e le logiche lavorative utilizzati nella multinazionale non siano affatto estranee al mercato culturale».

Maddalena Giovannelli, il Sole 24Ore

 

«Uno spettacolo fuori ordinanza, i cui 100 minuti di durata non si sentono affatto, anche grazie a colpi di scena, sbalordimenti di drammaturgia e di allestimento e notevoli soluzioni di rottura. […] Magari è proprio nella somiglianza tra il fatato mondo cenerentolesco, con le sue promesse di felicità, e il magico life-work balance, con tutte le altre favole che ci racconta l’industria globale, che sta il punto. O almeno uno dei punti: l’ignota costellazione del futuro verso cui Bidibibodibiboodiboo ci spinge a guardare».

Roberto Canziani, Quantescene!

Dall’Hasapikos (danza dei macellai) alla ricerca coreografica di Gloria Dorliguzzo

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Butchers in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 14 marzo.

Butchers prende avvio dall’Hasapikos, antica danza popolare greca il cui nome significa “danza dei macellai”. La ricerca ne attraversa l’origine etimologica e rituale, ricostruendo una possibile partitura ritmica dei gesti legati al taglio della carne. «Immagino una partitura di movimenti precisi – commenta Gloria Dorliguzzo – costruiti per essere ripetuti: una grammatica del gesto sacrificale, che unisce necessità e sacralità. Gesti rituali, prescritti affinché il taglio non sia solo atto funzionale alla sopravvivenza, ma anche degno del rispetto dell’animale-Dio. Oggi questa gestualità potrebbe appartenere a un’archeologia dimenticata: ciò che intendo fare è riattivarla, riportando in vita il gesto nella sua intenzione originaria». Nella pièce nulla è cruento o realistico, ma tutto rimanda a un rito che trasforma il gesto in memoria e simbolo.

Ad affiancare la ricerca, Butchers Capsule, un dispositivo performativo e teorico su due spazi comunicanti, condotta dalla dramaturg Lucia Amara: da un lato un’assemblea pubblica, dall’altro una cella frigorifera dove un macellaio esegue in continuum il gesto del taglio. Un flusso continuo di spettatori attraversa i due ambienti, generando un’esperienza tra parola e corpo, teoria ed esperienza (13 marzo, Ridotto del Teatro Rasi).

Παραγενομενος χαί έπωτώμενος τί
μάρεστι θύσων, είπε παιανα
cosa porti ad essere sacrificato? un peana

Scholia vetera in Pindari Carmina, 1,3
Drachmann

Perché il corpo diventi carne deve esserci un taglio. Il passaggio dal corpo alla carne divide la storia umana in due ere.
La prima è quella del corporito.
La seconda quella della carnedanza.
Lo sfondo è cupo, l’immagine si ripete indefinitamente.
Un tavolo, un piano, una radura.
Una mano si stacca, raggiunge un punto lontano dal corpo, – di chi taglia e di chi è tagliato.
Vibra il colpo (coltello o ascia).
Se il corpo è sacro bisogna fuggire lontano e seppellire l’arma, disporre un cerimoniale per nettarsi le mani (le mani vengono prima della coscienza), poi mettere in scena un teatro dell’innocenza perché il crimine sia frollo; Se il corpo è solo nutrimento se ne rimuove il sacro, nel taglio si dimentica il corpo: una separazione è in atto.
Succede una partitura di gesti: il capo si abbassa, un cesello si opera all’interno della materia corporea: la mano lavora il corpo, lo scortica, lo affiletta, lo batte: si tagliano le membra, si disfano in pezzi, si rompono le ossa, si distribuiscono le parti, si mettono in fila, filetti e frattaglie.
Il coltello segue le articolazioni naturali del corpo.
L’anatomia fonda il principio di classificazione.
Una discesa a picco nella carne.
Il gesto deve essere ripetibile.
Il ritmo succede al rito (rende superfluo il rito).
La scansione distoglie dal terrore del sacrilegio.
La musica è nelle viscere ed è organica.
Il terrore si scioglie nel sentimento di un nutrimento necessario.
Al dio invocato con la supplica che lo strazio si plachi, segue una preghiera di ringraziamento per il banchetto consumato.

Lucia Amara

 

Asella Gilmore
Sono nata a giugno 1995, a Mulhouse, in Francia nella regione dell’Alsazia. Sono macellaia professionista da un anno. Ho completato la mia formazione triennale presso la scuola EFP a Stalle a Bruxelles. Attualmente lavoro da Spek’n’Bonnen, un negozio in cui tutti i prodotti sono realizzati artigianalmente. Imparare il mestiere di macellaia ha rappresentato per me un modo di riconnettermi e reinserirmi nella società. Mi ha portato disciplina e struttura nella vita. Oggi sono orgogliosa di lavorare e di continuare ad apprendere.

Sono Luca Tassinari, nato a Ravenna il 16-06-1977 da una famiglia di macellai. Mio padre mi ha formato per essere un bravo Macellaio in tutto. Nato con il coltello in mano e la passione per la cucina, ho trasformato la tradizionale macelleria in gastronomia di alta qualità. Nel frattempo continuo a fare il mio lavoro, uno dei mestieri più antichi e ne vado fiero.

Mauro Barbiero
Mi chiamo Mauro Barbiero, nato a Cosenza, il 4/8/1974 sono un attore e performer e sono cresciuto in una famiglia dove la cultura della terra era parte integrante della vita quotidiana. Fin da piccolo ho potuto osservare dal vivo la pratica della macellazione, di cui conosco natura e contraddizioni.

Butchers Capsule, un viaggio tra luogo della parola e luogo del corpo

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Butchers Capsule in scena come evento speciale fuori abbonamento de La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 13 marzo.

Accanto alla ricerca coreografica Butchers di Gloria Dorliguzzo sull’Hasapikos, antica “danza dei macellai”, nasce Butchers Capsule, dispositivo performativo e teorico articolato su due spazi comunicanti. Attorno a un tavolo, una studiosa dei linguaggi performativi – la dramaturg Lucia Amara – conduce una lectio sul sacrificio e sul taglio rituale dell’animale nel pensiero greco antico, dove il gesto incideva non solo la carne ma anche la poesia e le politiche di spartizione egalitaria che ci riportano alle prime forme di democrazia. Il discorso è informale e partecipato: può interrompersi, aprirsi al dialogo, riprendere. In uno spazio adiacente, una stanza, un vero macellaio esegue in continuum le sequenze del taglio: inizio, svolgimento, fine e ri-inizio, in un paesaggio sonoro che richiama la cella frigorifera e le spazzole per l’igienizzazione. A piccoli gruppi, il pubblico attraversa la soglia per assistere alla performance e rientra poi nell’assemblea, generando un flusso bilaterale tra luogo della parola e luogo del corpo. Non una conferenza-spettacolo, ma un sistema di reciproca implicazione, in cui teoria ed esperienza si sospendono e si ricuciono continuamente, costruendo una comunità temporanea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Παραγενομενος χαί έπωτώμενος τί
μάρεστι θύσων, είπε παιανα
cosa porti ad essere sacrificato? un peana

Scholia vetera in Pindari Carmina, 1,3
Drachmann

Perché il corpo diventi carne deve esserci un taglio. Il passaggio dal corpo alla carne divide la storia umana in due ere.
La prima è quella del corporito.
La seconda quella della carnedanza.
Lo sfondo è cupo, l’immagine si ripete indefinitamente.
Un tavolo, un piano, una radura.
Una mano si stacca, raggiunge un punto lontano dal corpo, – di chi taglia e di chi è tagliato.
Vibra il colpo (coltello o ascia).
Se il corpo è sacro bisogna fuggire lontano e seppellire l’arma, disporre un cerimoniale per nettarsi le mani (le mani vengono prima della coscienza), poi mettere in scena un teatro dell’innocenza perché il crimine sia frollo; Se il corpo è solo nutrimento se ne rimuove il sacro, nel taglio si dimentica il corpo: una separazione è in atto.
Succede una partitura di gesti: il capo si abbassa, un cesello si opera all’interno della materia corporea: la mano lavora il corpo, lo scortica, lo affiletta, lo batte: si tagliano le membra, si disfano in pezzi, si rompono le ossa, si distribuiscono le parti, si mettono in fila, filetti e frattaglie.
Il coltello segue le articolazioni naturali del corpo.
L’anatomia fonda il principio di classificazione.
Una discesa a picco nella carne.
Il gesto deve essere ripetibile.
Il ritmo succede al rito (rende superfluo il rito).
La scansione distoglie dal terrore del sacrilegio.
La musica è nelle viscere ed è organica.
Il terrore si scioglie nel sentimento di un nutrimento necessario.
Al dio invocato con la supplica che lo strazio si plachi, segue una preghiera di ringraziamento per il banchetto consumato.

Lucia Amara

 

Lucia Amara conduce una ricerca presso il Dipartimento di Storia delle Religioni alla Sapienza di Roma su mistica e linguaggio. Ha svolto il biennio in Archeologia presso l’Università di Catania e si è laureata in Lettere Classiche a Firenze con una tesi
sulla critica alla democrazia nel pensiero di Cicerone. In seguito studia al DAMS all’Università di Bologna, dove ha svolto il dottorato in collaborazione con Paris VII, nel Dipartimento di Semiologia diretto da Julia Kristeva. Ha curato l’edizione italiana dei Cahiers di Artaud, Questo corpo è un uomo, per la casa editrice Neri Pozza nella collana Quarta Prosa diretta da Giorgio Agamben.

Sono Luca Tassinari, nato a Ravenna il 16-06-1977 da una famiglia di macellai. Mio padre mi ha formato per essere un bravo Macellaio in tutto. Nato con il coltello in mano e la passione per la cucina, ho trasformato la tradizionale macelleria in gastronomia di alta qualità. Nel frattempo continuo a fare il mio lavoro, uno dei mestieri più antichi e ne vado fiero.

Cassandra, voce di un nuovo presente

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Il Vangelo di Cassandra in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi dal 10 al 12 marzo.

La regista e performer Gemma Hansson Carbone prosegue la sua ricerca pluriennale sulla parola poetica e politica di Dimitris Dimitriadis, fra le voci più autorevoli della letteratura greca contemporanea. L’opera è una rilettura della figura mitologica di Cassandra, non più profetessa inascoltata, ma voce di un nuovo presente. Un’esperienza immersiva dove parola e movimento, corpo e linguaggio si fondono aprendo scenari di trasformazione, creazione e libertà.

Ne Il Vangelo di Cassandra, con oltre duemila anni di ritardo, è finalmente possibile capire le disarticolate previsioni di Cassandra, la profetessa maledetta, la cagna ringhiante di Ilio, poiché, finalmente, viviamo il tempo in cui lei stessa ci com-prende.
Come creatura totale, come donna/uomo amante, «Cassandra apollonizzata» e simultaneamente «Apollo cassandrizzato» – come la chiama l’autore stesso – parla l’avvento di un nuovo tempo: il tempo dell’adesso.
È finito il mondo del prima ed è arrivato il mondo del presente, un mondo in cui il rifiuto è cessato, in cui Cassandra ha accolto l’amore di Apollo e diviene essere amante, genitrice totale, protettrice e guardiana dell’atto di potenza umano più sacro.
Chiuso il tempo del mito, si apre il tempo dell’umano, conclusosi il tempo del rifiuto, nasce il tempo del desiderio. Questo poema degli opposti che si ricompongono e si uniscono, chiama il sacro e la sintesi del tutto. Il testo, nella mia interpretazione, si incarna in una materia vocale e fisica intensamente organica dove tutto diventa un inno. Le coreografie di Gloria Dorliguzzo fondono e plasmano i movimenti, i sussulti erotici e vitali della profetessa, in una creatura assoluta, dionisiaca e apollinea allo stesso tempo, antica e fantascientifica, femminina e mascolina. Cassandra è un essere vociante, aperto, che, come da indicazione dell’autore, parla al contrario, mentre l’impianto scenotecnico, curato da Alessandro Panzavolta – Orthographe e Antropotopia, offre la fruizione del testo lineare, in un gioco tra reverse e diritto, tra acustico e amplificato, live e registrato, centrale e periferico, riflessi e irraggiamenti, moltitudine e unità.
Proprio seguendo il senso dell’annunciazione, è all’unità finale che questo spettacolo vuole portare i suoi spettatori: dalla dicotomia iniziale dell’uomo e della donna, del divino e dell’umano, del no e del sì, attraverso l’esperienza del desiderio, è possibile far avvenire la fine delle cose e l’inizio dell’amore, l’unità assoluta e definitiva, il tempo nuovo, il presente, il nostro tempo.

Gemma Hansson Carbone, note di regia

 

 

[…]. Carbone intende interpretare il testo attraverso un lavoro vocale e corporeo che conferisce al linguaggio di Dimitriadis una presenza fisica, amplificando la tragicità e l’intensità del tema dell’annunciazione. […]
Le coreografie di Gloria Dorliguzzo danno forma e vita alla dimensione fisica di Cassandra, creando una performance che fonde elementi dionisiaci e apollinei. Dorliguzzo, il cui metodo integra la disciplina delle arti marziali con la danza, vuole indagare la profetessa come una figura totale, ermafrodita, erotica e vitale. […] Questi gesti coreografici non solo accompagnano il testo ma si fanno essi stessi “logos”, riflettendo la rivoluzione semantica di Dimitriadis che trasforma la parola profetica, incompresa e incomprensibile, in parola accolta, assunta, genetica. […]

L’impianto scenico, curato da Alessandro Panzavolta – Orthographe e Antropotopia, è concepito come una struttura aperta e immersiva, dove Cassandra è una creatura abitatrice di un luogo magico, delimitato da cinque elementi specchianti che riflettono la luce verso un sole centrale in un gioco di raggi e costellazioni che ricalcano antiche geometrie astronomiche. Questa installazione luminosa circoscrive l’azione illuminando la scena in un movimento che parte da una massima luminosità al buio, circondando performer e pubblico in un abbraccio circolare che ripercorre la traiettoria del sole attorno alla terra […] 

Zeno Cosini racconta le fragilità in ognuno di noi

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

La coscienza di Zeno in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri dal 5 all’8 marzo.

Realizzato in occasione del centenario della pubblicazione de La coscienza di Zeno di Italo Svevo, tra i capolavori della letteratura del Novecento, questo adattamento teatrale restituisce la stratificata complessità del romanzo. Lo spettacolo, nato dalla collaborazione tra Paolo Valerio e Monica Codena, rilegge l’innovativa scrittura sveviana traducendone l’ironia, l’ambiguità e la tensione analitica in una drammaturgia autonoma e coerente.

Il protagonista Zeno Cosini è infatti lontano da ogni cliché, grazie anche all’interpretazione di Alessandro Haber, che ne tratteggia la profondità e l’ironia surreale, così come le nevrosi e gli slanci vitali. È un uomo incapace di sentirsi “in sintonia” con la società, che affida al dottor S. e al diario psicanalitico il tentativo di comprendersi. Contraddizioni che risuonano potentemente nel presente e fanno di Zeno un personaggio attuale e teatrale nella sua surrealtà, nelle ostinazioni e nelle intuizioni che continuano a interrogarci.

 

 

Come scrive Giorgio Strehler, La coscienza di Zeno è «una pietra nel cuore di tutti i triestini» e per me è una sfida davvero particolare. Ho affrontato questo lavoro privilegiando fortemente la narrazione di Svevo: ho voluto racchiudere in questa esperienza teatrale alcune pagine che trovo straordinarie, indimenticabili, costruendo un altro Zeno accanto all’Io narrante. Quindi Zeno – interpretato da Alessandro Haber – si racconta e si rivive attraverso il corpo di un altro attore.
Zeno ci rivela l’inciampo, l’umanità… E anche il personaggio di Alessandro Haber s’intreccia a questa inettitudine e talvolta, durante lo spettacolo, si sovrappone l’uomo all’attore, per sottolineare “l’originalità della vita”.
Zeno ci appartiene, racconta di noi, della nostra fragilità, della nostra ingannevole coscienza, della voce che ci parla e che nessuno sente e che ci suggerisce la vita.
Attraverso l’occhio scrutatore del Dottor S. ho cercato di restituire la dimensione surreale, ironica e talvolta bugiarda di Zeno, immersa nell’atmosfera della sua Trieste e di tutti gli straordinari personaggi che la vivono. Un immaginario il cui respiro cerebrale dialoga con il mondo dell’arte, con la psicoanalisi e dove ho cercato di rendere con forza la dialettica fra “esterno e interno” nella spietata analisi che Zeno fa della propria esistenza, lasciando costantemente aperta una finestra sul proprio mondo interiore. Grazie a tutti gli attori, ai collaboratori e grazie alla passione di Alessandro Haber, il nostro spettacolo vorrebbe essere proprio così, come dice Zeno Cosini: «La vita non è né bella né brutta, ma è originale. La vita mi pareva tanto nuova come se l’avessi vista per la prima volta con i suoi corpi gassosi fluidi e solidi. Se la raccontassimo a qualcuno che non ci fosse abituato rimarrebbe senza fiato dinanzi all’enorme costruzione priva di scopo. Mi avrebbe domandato: ma come l’avete sopportata? E dopo essersi informato di ogni singolo dettaglio, da quei corpi celesti appesi lassù perché si vedano ma non si tocchino, fino al mistero che circonda la morte, avrebbe certamente esclamato: Molto originale!»

Paolo Valerio, note di regia

 

Lode […] all’apporto fondamentale della recitazione incisiva ma misurata degli altri coprotagonisti, che si sono messi al servizio di questa messa in scena con dedizione artistica, raggiungendo tutta l’intensità interpretativa richiesta dalla lettura del regista. A tratti Haber interagisce con i protagonisti della sua vita, ne corregge il tono, puntualizza alcune espressioni, rendendo così viva ogni memoria scaturita dall’indagine psicoanalitica ma è la forza scenica della sua presenza che non permette di perdere una sola battuta, […].

Giulia Clai, Rumorscena

Un viaggio emozionale e fisico con il danzatore Nicola Galli

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Deserto tattile in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 4 marzo.

Dopo Il mondo altrove (andato in scena martedì 3 marzo), La Stagione dei Teatri ospita la seconda creazione del coreografo e danzatore Nicola Galli, Deserto tattile una riflessione sulle forme della solitudine e sul deserto inteso come spazio sconfinato e condizione esistenziale.

Questa pièce è un’indagine sulla memoria del corpo, sull’esperienza aptica e sul profondo rapporto tra sguardo, gesto e tattilità quali elementi per entrare in contatto con il mondo e cogliere l’intangibile. Sulla soglia di un velo lattiginoso un abisso di luoghi del corpo e del mondo viene rivelato e celato attraverso un gioco di contrazioni ed espansioni che dissolve le definizioni di limite e distanza. Gesto, luce e suono si condensano dando vita a miraggi sensoriali in cui smarrirsi e incontrare figure viaggiatrici solitarie impegnate a sondare, ascoltare, guardare, spingere, scuotere, lasciarsi accarezzare e toccare. Deserto tattile è un viaggio conteso tra lontananza e prossimità, nitidezza e opacità, unione ed esclusione, capace di sospendere il ritmo del quotidiano fino ad annullare la nostra percezione dello spazio-tempo.

«Su quello che sembra un tramonto infuocato, un’altra creatura si aggira nella solitudine di questo palcoscenico che ha portato davanti ai nostri occhi l’intera esistenza: dall’alba iniziale, fino agli abissi di quelli che sembrano gli oceani più profondi. Si incontrano, si nascondono uno dall’altro, si difendono e infine si studiano fino a riscoprirsi nelle proprie diversità, a imitarsi in un ballo a due, in movimenti che si accompagnano e si sintonizzano in questa immensità desertica dell’esistenza moderna»

Erica Baglio, Exibart.com

 

 

«Scena brumosa, invece, per Deserto Tattile di Nicola Galli, danzatore di rara plasticità, in scena ad accompagnare lo spettatore in un viaggio emozionale e fisico condotto dentro uno spazio volumetrico scuro fuori dal tempo. Il tatto qui è una ricerca personale di conquista ‘alla cieca’ di presenze ‘altre’. […] Mostruosa ma pacata – è un centauro nero dal lungo naso a pungiglione interpretato da Giulio Petrucci sempre in relevé su zoccoli da cavallo – la creatura, meno spaesata dell’umano, si mostra incuriosita dal nuovo arrivato. L’avvicinamento è progressivo, un gioco di fioretto tra il naso del centauro e il corpo di Galli, un dialogo di fine coreografia impostato con la distanza e la diffidenza tipiche del deserto empatico contemporaneo»

Maria Luisa Buzzi, Danza&Danza

 

«Davanti al sipario incendiato di luce, una figura si muove a carponi. Chissà se è un uomo, o un ominide piuttosto, creatura ancora animale. Tasta il terreno con gli arti, si inoltra con cautela in quel deserto infuocato, disabitato. Per lui è una terra sconosciuta. Certo pericolosa. E la esplora»

Roberto Canziani, Quantescene!

 

Nicola Galli, classe 1990, è coreografo, danzatore, light e costume designer. La sua ricerca si declina in azioni e dispositivi che spaziano dalla coreografia alla performance, dall’installazione all’ideazione grafico-visiva. Dal 2010 sviluppa un’indagine coreografica incentrata sul profondo rapporto tra uomo e natura e dal 2014 è artista sostenuto dall’organismo di produzione TIR Danza. Nel 2018 vince il Premio Equilibrio – Fondazione Musica per Roma e il premio Danza&Danza come miglior coreografo emergente. Nel 2019 vince il premio Sfera d’Oro per la danza. Le sue creazioni sono state presentate in Egitto, Francia, Germania, Giappone, Italia, Lussemburgo, Olanda, Perù, Spagna, Svizzera e tramite livestreaming in Corea del Sud.

Il mondo altrove: la danza come ritualità magica

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Il mondo altrove: una storia notturna in scena come evento speciale fuori abbonamento de La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 3 marzo

Un rituale danzato che celebra il movimento di un mondo inesplorato: Il mondo altrove: una storia notturna è una creazione che intreccia Oriente e Occidente, liberamente ispirandosi ai rituali indigeni dell’America del Sud, alle tradizioni del teatro Nō giapponese e all’ossessiva e mistica ricerca musicale di Giacinto Scelsi attorno all’idea sferica del suono. Al centro, una figura sciamanica finemente adornata conduce una cerimonia senza tempo. I suoi gesti e i lineamenti del volto sono modellati secondo canoni estranei alla cultura occidentale: custodiscono il rituale di una possibile tradizione altra, agito all’interno di un confine circolare che delimita uno spazio ancora attribuibile al sacro e che raccoglie l’esito di una convivenza armonica tra habitat naturale e azione umana. L’azione, immersa in cromie di oro, ciano e porpora, è pensata al crepuscolo in un dialogo gestuale notturno,
di sostegno reciproco e comunione universale. Un invito a decifrare i “geroglifici” di questa figura ignota e a confrontarsi con un linguaggio fisico che apre a un mondo nuovo, riscoprendo la propria umanità nel riflesso dell’incontro.

«[…] Ciò che va in scena è una sorta di rito primitivo, è una danza che guarda agli archetipi della ritualità magica in cui spazio e oggetti diventano scenari affacciati sull’indicibile, sull’eterno, sul mistero della vita e del creato. Questo senso liminale – per dirla con Victor Turner – attraversa la performance di Nicola Galli che traduce il suo stile contemporaneo in una sorta di partitura mimica che vive di suggestioni etnologiche e iconografiche di un’arte primitiva e rupestre che emerge dalla postura del corpo».

Nicola Arrigoni, sipario.it

 

[…] Con una maschera a suo modo prodroma della Commedia dell’Arte, si aggancia ai riti campestri o ai pleniluni arcaici proiettando quel corpo fuori da sé oltre sé, rimuovendo le “incrostazioni” dell’adesso mostrando infine un racconto immemore. Sposta pietre, cadenza quasi levigando l’aria con una gestualità perplessa, orchestra lo spazio di una celebrazione antica in quell’assoluto della presenza e della natura con un discorso danzato bellissimo».

Paolo Ruffini, Limina teatri

 

 

«[…] É questa la sensazione di spaesamento che si ha di fronte a una perfomance che potremmo ricondurre alla danza solo per la presenza della musica (evocativa prima ma con un senso di pericolo ed enfasi poi) e l’assenza delle parole; ma, come la maschera e il costume, l’ascendenza dei gesti va ricercata nelle pratiche dell’estremo oriente, nei ricordi di stampo balinesi, con l’obiettivo però di riposizionare i segni di quelle culture e dei loro immaginari in altri luoghi per creare, appunto, nuovi orizzonti e non una mera imitazione»

Andrea Pocosgnich, Cordelia – Teatro e Critica

 

 

Nicola Galli, classe 1990, è coreografo, danzatore, light e costume designer. La sua ricerca si declina in azioni e dispositivi che spaziano dalla coreografia alla performance, dall’installazione all’ideazione grafico-visiva. Dal 2010 sviluppa un’indagine coreografica incentrata sul profondo rapporto tra uomo e natura e dal 2014 è artista sostenuto dall’organismo di produzione TIR Danza. Nel 2018 vince il Premio Equilibrio – Fondazione Musica per Roma e il premio Danza&Danza come miglior coreografo emergente. Nel 2019 vince il premio Sfera d’Oro per la danza. Le sue creazioni sono state presentate in Egitto, Francia, Germania, Giappone, Italia, Lussemburgo, Olanda, Perù, Spagna, Svizzera e tramite livestreaming in Corea del Sud.

La Commedia dell’Arte incontra l’Intelligenza Artificiale

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Arlecchino nel futuro in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 24 febbraio.

Nord Italia, tra cent’anni: la Terra non è stata spazzata via da alcuna catastrofe, eppure il caldo è diventato insostenibile, al punto che l’umanità prepara una migrazione verso la Luna inseguendo l’idea di una vita migliore. Non tutti, però, possono permettersi di partire: di certo non Arlecchino, “poareto” dalla fedina penale poco limpida, costretto a restare ai margini di un futuro già selettivo.

Nella loro nuova creazione, il duo Dammacco/Balivo affida alla maschera più popolare della Commedia dell’Arte il ruolo di protagonista e, attraverso il linguaggio della farsa e un dialetto veneziano “schiarito”, rende omaggio alla tradizione facendola dialogare con l’immaginario tecnologico di domani. Tra imbrogli, sotterfugi maldestri e incontri esilaranti con maschere e figure inattese,  Arlecchino tenterà l’unica via che gli resta: fingersi un androide pur di guadagnarsi un posto sull’astronave. Come andrà a finire?

La genesi del progetto di spettacolo e i suoi temi
«La visione di un Arlecchino nel futuro ha fatto capolino nella mia mente un paio di anni fa mentre ero impegnato in un progetto che prevedeva il tentativo di comporre drammaturgia con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale. È stata un’esperienza ricca di spunti, alla fine della quale non avevo alcun interesse a proseguire la collaborazione con i sistemi di scrittura che avevo avuto modo di saggiare; in compenso avevo a disposizione una serie di appunti, domande e possibili paradossi, spesso buffi […] una mattina stavo dialogando […] con uno di questi sistemi e ho avuto l’inquietante percezione che la futura relazione tra l’intelligenza artificiale e gli umani si annunci piena di sfumature […] che porteranno, forse, a una prova di forza tra Umano e Macchina più sottile, insidiosa e ambigua di quanto si possa immaginare. Mi è parso che non si tratterà soltanto di evitare che i robot facciano perdere il lavoro agli esseri umani, di per sé una catastrofe; non si tratterà soltanto di sperare che sistemi di difesa non scatenino in autonomia dagli umani una guerra magari atomica o con armi che ancora non possiamo immaginare: ho avuto la sensazione che si tratterà di fare fronte a come queste macchine, che dovrebbero essere strumenti nelle mani dell’umanità, rischiano di infilarsi nel nostro intimo e personalissimo modo di sentire e vivere la vita, la relazione con gli altri, con se stessi e il senso della vita. Tenteremo la via dell’immortalità?[…]»

 


I personaggi in scena e le loro maschere

Le maschere sono state realizzate appositamente per l’Arlecchino nel futuro dal Maestro Renzo Sindoca (Arlecchino, Androide 17-22, Puteo, Sbirrandroide) e dall’artigiano, giovane Maestro, Leonardo Gasparri (Pantalone e un Arlecchino nero che compare per un attimo restando fuori dal conto dei personaggi). Le maschere di Sindoca e Gasparri sono state uno strumento importante nel gioco di corrispondenze e rimandi tra i personaggi del nostro spettacolo e quelli della commedia dell’arte. […] Il nostro Arlecchino, per una volta padrone di casa, protagonista forse, certamente ponte tra la scena e la platea, è agito alternativamente da Serena Balivo ed Mariachiara Falcone, e porta una maschera da Arlecchino. Il Vecio è nella vicenda un uomo di oltre centocinquant’anni di età, creato da Balivo nel solco della maschera di Pantalone, […] L’Androide 17-22 è creato e agito da Balivo con una maschera da Pulcinella ispirata ai disegni del Tiepolo […] Lo Sbirrandroide è il poliziotto del futuro ed è creato e agito da Falcone sul solco del Capitano della Commedia dell’Arte, una grottesca macchina da guerra che non disdegna di vantarsi delle sue imprese […] Il Puteo, l’uomo del futuro, è affidato anch’esso al lavoro di Falcone che ne tratteggia il carattere lavorando in riferimento ad uno zanni ebete ma con una maschera d’invenzione del maestro Sindoca,[…]»

Mariano Dammacco, dalle note di regia

Il mondo del lavoro oggi attraverso la lente della comicità

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Condominio Mon Amour in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi dal 19 al 22 febbraio.

Come sopravvivere alla folle corsa del “progresso”, all’intelligenza artificiale che sta sostituendo le relazioni umane, a un mondo del lavoro sempre più precario? È attorno a queste domande che si sviluppa Condominio mon amour, ironica e divertente commedia firmata e interpretata dal  noto comico Giacomo Poretti e dall’attrice di teatro Daniela Cristofori, con la regia di Marco Zoppello.

La vicenda è ambientata nell’atrio di palazzo della “Milano-bene” dove lavora Angelo, un vecchio custode che svolge il proprio lavoro con dedizione e cura. Un giorno, inaspettatamente, si presenta all’ingresso del condominio un’affascinante signora, Caterina, per annunciare ad Angelo che è stato licenziato. Il motivo: la sua presenza non è più necessaria, perché un’App prenderà il suo posto. Da quel momento il piccolo condominio si trasformerà in una scacchiera, in cui ogni giocatore muove strategicamente le proprie pedine: gli azionisti per monetizzare, il custode per tentare di restare a galla. Un ironico spaccato della vita quotidiana di molti di noi per riflettere, a suon di risate, sulle contraddizioni del mondo del lavoro ai nostri giorni.

Il comico racconta il mondo attraverso il paradosso, l’iperbole, l’ironia. Quando sale sul palcoscenico porta con sé uno specchio deformante, affinché la platea possa specchiarcisi e ridere di se stessa. Daniela Cristofori e Giacomo Poretti per l’occasione si cimentano in una moderna pochade, una commedia brillante dal ritmo incalzante. Nell’androne condominiale, come personaggi di una farsa di Feydeau, il custode Angelo e la tagliateste Caterina contrappongono due visioni diverse del mondo. Da una parte il progresso più estremo, digitale ad ogni costo; dall’altra il valore del rapporto umano. Quale sarà il mondo del lavoro, domani, non saremo noi ad indovinarlo. Quale saranno le soluzioni alle sfide che il lavoro, già oggi, ci pone dinnanzi, non le conosciamo. Con quello specchio deformante possiamo solo vedere quello che c’è, anche se spesso la realtà supera la nostra immaginazione. Possiamo solo prenderci un momento per porci tutti assieme qualche domanda e, attraverso gli strumenti del comico, provare a capirci qualcosa di più. Perché se ci interroghiamo tutti assieme, in quella grande agorà che è il teatro, forse ci sentiamo un po’ meno sperduti.

Marco Zoppello


Condominio mon amour
è parte di FOCUS LAVORO, una proposta di riflessione collettiva sulla delicata situazione lavorativa contemporanea attraverso spettacoli, proiezioni e incontri. Tra diritti, precarietà, intelligenza artificiale, trasformazioni sociali e welfare in trasformazione, il focus assume il lavoro come una lente privilegiata per capire lo stato di salute della nostra società, invitando a vivere l’arte come uno spazio di possibilità, confronto e resistenza.

FOCUS LAVORO è sostenuto da CGIL Ravenna, partner principale del progetto e dall’Assessorato al Lavoro del Comune di Ravenna.

La natura plasmabile e appiccicosa del desiderio

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Sabbia in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 13 febbraio 2026.

«Sabbia è uno spettacolo sul desiderio. Qualcosa che sta prima della sessualità che pure ne rappresenta, anche su questa scena, il lato immediatamente visibile. E, come da titolo, è uno spettacolo scritto sulla sabbia ammucchiata al centro del palcoscenico vuoto. (…) Materia per sua natura labile e incoerente, pronta a prendere qualsiasi forma, e che tuttavia resta appiccicata addosso malgrado i tentativi di scrollarsene. Com’è appunto del desiderio. Danco ci si butta sopra, con impeto passionale. Sembra quasi volervi aderire, mentre si libera delle parole, anche quelle più imbarazzanti. Con una forza fisica che rappresenta l’aspetto più coinvolgente del suo lavoro, a tratti quasi una danza».

Gianni Manzella, il manifesto

 

«Ho visto per la prima volta uno spettacolo di Eleonora Danco in un piccolo teatro a Roma e ne fui impressionato. Era diretto, popolare, recuperava al teatro una lingua romana fresca e autentica, straziata e contemporanea, lontana mille miglia da stereotipi e volgarità. Vero e reale il suo agire in scena, eppure non si trattava di spontaneità, dietro c’era un lavoro, si intuiva che il processo che consentiva di giungere a quel piccolo miracolo era complesso. La Danco pensa pittoricamente quando scrive e recita, per meglio dire pensa alla pittura informale, a Pollock: le sue parole sono getti di colore sul palcoscenico e si compongono liberamente: ma non sono getti estetici, sono getti umani, allo stesso tempo sofferti e vitali, che giungono a comporsi esteticamente per grazia e forza intuitiva in una forma autobiografica che sembra una fotografia scattata in movimento».

Mario Martone, dal volume di Eleonora Danco , Ero purissima, Minimum Fax

«Non c’è niente di improvvisato nei suoi spettacoli, sono macchine infernali e lei, Eleonora Danco, è vittima e carnefice. “Mi torturo. Quando ero più giovane mi veniva più facile, ora è faticoso. Ma se non mi torturo, se non raggiungo quel livello di tensione non succede niente”. Le chiedo se arriva in teatro col testo già pronto. “Sì, sì. Scrivo in casa, mi tengo prigioniera per giorni e giorni. Sto chiusa, mi dispero. Mi metto davanti al computer, penso che non ce la farò. Ma sto lì, scrivo. La sera mi mando un messaggio sul telefonino, mi spedisco il testo perché vedendolo su un altro schermo mi si chiariscono le idee”. Parlare con Eleonora significa beccarsi in faccia la sua irrequietezza, il continuo levare e mettere, affermare e negare. C’è in lei la proverbiale incapacità di prendersi troppo sul serio dei romani, ma anche, degli stessi, l’impudicizia, il fatalismo, l’egocentrismo. (…) “Il teatro è questione di ritmo, e il ritmo lo trovo impazzendo. Poi, una volta messa a punto questa partitura in maniera selvaggia, primitiva, allora lo spettacolo regge l’impatto. Del pubblico e di tutti gli inconvenienti possibili della scena. Non c’è improvvisazione, mai. C’è la verità, ci devi stare dentro”. (…) Nelle cose che scrive, sembra esserci un’ossessione per l’età: i pischelli, gli adulti e i vecchi. I pischelli sono vitali, allegri, innocenti. I vecchi sono saggi e un po’ matti e dicono solo cose geniali. Chi non si salva mai, sono gli adulti».

Elena Stancanelli, rivistastudio.com

 

«Per Eleonora Danco la vita adulta non è interessante. Neanche la prima infanzia lo è. Interessanti sono l’adolescenza, con i sentimenti in bella mostra come brufoli, e la vecchiaia, passata a far finta di non aver bisogno di niente e tantomeno della morte. In entrambe esplode il sentimento della mancanza: puoi nasconderti quanto vuoi, tanto si vede che soffri. Prima non sei abbastanza adulto da saper fingere, poi lo sei stato per troppo tempo e non ne hai più voglia».

Nadia Terranova, Internazionale