Tag: Ravenna

“Aver volontà di togliersi dall’ingiustizia è delitto o justizia?”. La storia di Beatrice Cenci

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Cenci in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 31 marzo.

«Il più alto fine morale a cui si possa aspirare nel più elevato genere drammatico, è insegnare al cuore umano la conoscenza di sé stesso».

Percy Bysshe Shelley

 

I Cenci nasce dalla tragedia in versi di Percy Bysshe Shelley (1819), ispirata a un manoscritto rinvenuto negli archivi romani e ambientata nella Roma del 1599, sotto il pontificato di Clemente VIII. La vicenda, ripresa nel 1935 da Antonin Artaud come manifesto del suo “teatro della crudeltà”, racconta la storia di Beatrice Cenci, vittima degli abusi del padre e artefice della sua uccisione nel tentativo di liberarsi. Scoperta, sarà giustiziata insieme ai complici, nonostante il favore del popolo. Questa riscrittura guarda al nucleo politico e poetico dell’opera: la responsabilità individuale di fronte al male, il rapporto tra religione e potere, e una violenza sistemica che attraversa i secoli. La vicenda diventa simbolo contemporaneo di vulnerabilità e resistenza attraverso una regia che mette in dialogo teatro, cinema e arti visive con atmosfere perturbanti e un’intensa partitura sonora. Un lavoro che mira a illuminare gli abissi dell’animo umano e a interrogare la nostra coscienza collettiva.

«[…] 11 settembre 1599, Roma. Beatrice Cenci, nobildonna appartenuta a una delle più influenti famiglie rinascimentali dell’epoca, viene giustiziata per parricidio, per essersi difesa dai ripetuti abusi di un padre violento e depravato dopo innumerevoli e ignorate richieste di aiuto. Vittima prima dei soprusi, poi della giustizia. Il processo spacca la città: “aver volontà di togliersi dall’ingiustizia è delitto o justizia?” Il giorno dell’esecuzione Caravaggio e Artemisia Gentileschi assistono alla decapitazione; quell’immagine si imprime nel loro sguardo, è una discesa ripida nella carne che genera visioni. Quel teatro della crudeltà è oggi per noi un attributo del concetto di verità. Cenci traccia una linea che attraverso i secoli giunge a noi sinistramente intatta nel suo nucleo primordiale, seppur mascherata dietro civili sembianze. Vi si denuncia l’anarchia del male, la responsabilità personale dell’ingiustizia che si propaga all’intera società, la religione come fondamento e condanna dell’edificio sociale del nostro Paese, così malato e bisognoso di laicità. Siamo spettatori di un “mancato rinascimento” che la storia dei Cenci concede di osservare con dolorosa complicità; uno specchio nostrano che racconta l’identità italiana ma che abbraccia anche un’identità europea sempre più categorica e dogmatica. Beatrice Cenci è oggi il simbolo di una vulnerabilità alla prepotenza del patriarcato imperante e dei modelli androcratici dominanti. Una donna del passato traccia il futuro. In questo nuovo viaggio teatrale siamo accompagnati da un custode, Antonin Artaud, teatrante, poeta, martire e visionario che ci sembra possa sovrapporsi a Beatrice Cenci, per tentare di congiungere arte e vita, corpo naturale e identità, per confondere i limiti, spostarli in avanti di continuo».

Giorgia Cerruti

 

 

«Cenci ci ricorda come il teatro possa essere un farmaco. Al contrario dell’esibizione quotidiana dell’orrore che riempie ormai ogni minuto della nostra giornata, l’arte della scena ci mette a confronto con la natura stessa della violenza, facendoci riflettere sulle possibili alternative. Non è spettacolo di cui sadicamente godere, ma pensiero in azione, un pensiero in grado forse di farci vergognare e costringerci a cambiare».

Enrico Pastore, PAC – paneacquaculture.net

 

«La messa in scena […] è un richiamo forte a quel nostro sguardo distratto, innanzitutto nel processo di smascheramento che attiva in scena quando i protagonisti apparsi in veneziane maschere colorate, se ne spogliano per mostrare il volto violento, il ghigno della loro funesta aggressività o anche l’umanità del loro sentire. E poi nell’uso molto figurativo, quasi rinascimentale direi, del colore in cui domina il rosso di una passione trasfigurata in sangue, un uso mai simbolico che, […] è un ‘mostrare diretto’».

Maria Dolores Pesce, Dramma.it

Piccolo e Massini raccontano il coraggio di Giacomo Matteotti

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Matteotti. Anatomia di un fascismo in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri dal 26 al 29 marzo.

Ottavia Piccolo e Stefano Massini, limpida attrice e acuto drammaturgo uniti da un forte impegno civile e da un sodalizio artistico, raccontano la tragica parabola di Giacomo Matteotti, l’uomo che, negli anni Venti, comprese la gravità dell’ascesa del fascismo quando molti non videro o non vollero vedere. La pièce, tra voce, musica e parole, ricostruisce l’ascesa di quel fenomeno eversivo e il coraggio di Matteotti, riformista e pacifista, oppositore instancabile, la cui arma politica era la parola documentata e fondata sui fatti. «Una parola che smaschera. Per questo fu ucciso», sottolinea la regista Sandra Mangini.

Sul palco, Ottavia Piccolo dà voce al testo di Massini, accompagnata dalle musiche di Enrico Fink che dirige i Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo. Un’opera potente che richiama alla responsabilità civile e alla necessità di non dimenticare, a cento anni dall’assassinio del deputato, il 10 giugno 1924.

«Ottavia Piccolo […] alterna monologhi serrati a climax con sei solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo. Plasma un capolavoro di dignità, sguardi, posture e imposture che è la documentatissima opera Matteotti anatomia di un fascismo scritta da Stefano Massini per lei e per un tributo di oltre cent’anni dall’agguato squadrista di cui il parlamentare fu vittima».

Rodolfo di Gianmarco, La Repubblica

 

«Una bella esperienza, quasi esemplare, per restituire al teatro la sua funzione civile, senza rinunciare al fascino della parola e dell’interpretazione, e del loro uso. Non a caso la cascata finale di applausi sembrano voler esprimere il calore del pubblico non solo per la bravura e la testimonianza dello spettacolo, ma un sentimento di piena partecipazione a quel primo piano di straordinaria intensità».

Gianfranco Capitta, il manifesto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«La narrazione contiene delle vere perle letterarie-teatrali. Penso alla descrizione della luce di Roma, alla narrazione del rapimento […] O anche la descrizione delle differenze economico sociali fatta attraverso i quattro/cinque cappotti che il possidente tiene nel proprio guardaroba. Osservazioni apparentemente minimali che diventano metafora e realtà fattuale»

Alessandro Allegrini, Il Giornale dell’Umbria

 

La vicenda esistenziale e politica di Giacomo Matteotti è quella di un uomo che seppe riconoscere e sistematicamente contrastare il fenomeno fascista, con una lucidità di sguardo e di analisi decisamente fuori dal comune.
In questa sua capacità visionaria egli fu piuttosto solo, per quanto sostenuto dai compagni di partito. Chi invece gli fu sempre accanto, fu Velia Titta, sua moglie.

Era un riformista, uno spirito costruttivo, un pacifista, e nello stesso tempo un oppositore accanito e implacabile.
Fu un uomo di studi giuridici ed economici che scelse di stare dalla parte della povera gente mettendo a frutto il suo sapere: amministratore instancabile, lottò tenacemente per dare strumenti tecnici di consapevolezza, di autogoverno, ai lavoratori dei campi del suo Polesine.
Uomo delle istituzioni come espressione del bene pubblico, fu parlamentare attivissimo, nei suoi molti scritti e nei suoi moltissimi discorsi.
La sua arma politica era la parola, documentata, fondata sui fatti, indiscutibile. Una parola che smaschera. Per questo fu ucciso.

Matteotti (anatomia di un fascismo) è un racconto popolare contemporaneo che indaga sul fenomeno fascista, mettendo a fuoco una serie di elementi cruciali e caratterizzanti, il cui esito finale (l’eliminazione violenta del corpo dell’oppositore, quale soggetto rivelatore della realtà dei fatti), corrisponde del tutto alla sua vera natura originaria, al suo inizio.

La persistenza di questo stesso fenomeno, nel tempo e nello spazio, in forme vecchie e nuove, ci porta a considerare quanto sia indispensabile, oggi più che mai, occuparsi della cosa pubblica, del bene pubblico, guidati da un pensiero costruttivo, legalitario, partecipativo, paritario, realistico, competente, attraverso atti e parole chiare, come quelle di Giacomo Matteotti e di sua moglie Velia.

Sandra Mangini

Una docu-performance sulla “generazione che viene”

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Never young – Dov’è Lolit* oggi? in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 21 marzo.

C’è un’età sospesa, inquieta e sfuggente: non più infanzia, non ancora maturità. È in questo spazio fragile e contraddittorio che Never Young affonda lo sguardo, dando voce a “giovanə Lolitə”, corpi inediti che giocano a fare i grandi per lanciarsi nel domani. Lo spettacolo ha la forma di una docu-performance alla scoperta di una generazione che esige un dialogo con il mondo degli adulti, troppo spesso assente o inadeguato. Seconda parte di un dittico dedicato all’attualità della figura di Lolita, il lavoro si interroga su ciò che questa “generazione che viene” rivela del nostro tempo: quale eredità ha ricevuto, quale immaginario la attraversa, quale spazio le è concesso.
Never Young si struttura in cinque quadri che intrecciano autobiografia collettiva, immaginario mediatico e riflessione sulla sessualità. Da Autobiografia di una Nazione, che attraversa il cambiamento dell’Italia dagli anni Novanta a oggi,  si passa all’interazione con il pubblico sulla retorica televisiva e sul suo impatto su pensiero, corpo e desiderio; quindi a un’indagine sulla sessualità dell’adolescenza e della preadolescenza, a un coro di voci over 65 che interrogano il presente, fino a una riflessione sull’infanzia perduta.
In scena, più generazioni convivono e si confrontano: un gruppo di interpreti affiancato da un coro di cittadine e cittadini ravennati, coinvolti attraverso laboratori. Emerge così un ritratto critico della società contemporanea, in cui passato e presente si intrecciano e dove il bisogno condiviso è quello di affermare, senza gerarchie d’età, il proprio essere qui e ora.

Lolita è troppe cose per sintetizzarla in un pensiero solo, ma certo ha rappresentato dalla seconda metà del Novecento ad oggi la curiosità verso un mondo degli adulti troppo lontano per poter essere d’aiuto o troppo vicino per poterne avere rispetto. La tensione verso l’altro, verso il nuovo che si avvicina, verso lo sconosciuto inteso proprio come territorio ignoto e confine da superare, è la lunga scia che da Nabokov, a Kubrick, passando per Balthus e Degas, ha segnato buona parte dell’arte e della letteratura del Novecento. Cos’è accaduto poi? Dov’è finito quello sguardo tra innocenza e pornografia che ha attraversato in sequenza più generazioni? Dov’è oggi Lolit*? Dove si nasconde,se si nasconde? Perché ci stupiamo quando lə scoviamo sulle cronache dei giornali o in qualche saggio specializzato quando sono sotto i nostri occhi tutti i giorni? Come siamo passati da Lolita alle baby squillo – alla prostituzione nei bagni delle scuole – ai marchettari bambini – agli sugar baby/sugar daddy/sugar mommy? A OnlyFans? E non nei paradisi tropicali dove nel confine tra lecito e illecito troviamo ancora la letteratura, dalla Thailandia di Houellebecq al Sudamerica di Márquez, ma nelle scuole sotto le nostre case, in questa Italia presa in prestito dalla fretta, dalla libidine a tutti i costi, dal piacere indiscriminato. Sono davvero finiti i sogni? Ma chi ha smesso, per primo, di sognare?

Note di regia, Biancofango

 

 

«La natura epica dei primi tre quadri cede, dunque, il passo all’utopia di Peter Pan. Alla bambina bionda del finale. Al sogno di un’infanzia rubata. A quell’aria di Händel che, avvolgente brano di chiusura, vuole essere in fondo anche un auspicio, una carezza poetica capace di andare oltre l’arena del mondo sociale e i soprusi della nostra storia politica, per riconsegnare ai ragazzi la loro sacrosanta “libertà” di sognare, crescere in pace, credere in se stessi e nel futuro».

Laura Novelli, Pac – Paneacquaculture.net


«Tra momenti di parossismo performativo ultragiovanilistico e pezzi di teatro documentario dedicato alla generazione oggi quasi anziana (ma che un tempo, negli anni del cosiddetto “disimpegno” furono altrettanto giovani), la figura di Lolita si distacca dall’intreccio di Nabokov per trasformarsi in emblema dell’Italia berlusconiana, quella uscita dai rottami della prima repubblica. E lo fa attraversando generi e linguaggi – dal coro, alla performance, al monologo d’attore – in una forma scenica frastagliata che, ben presto, si rivela per ciò che è davvero: una sorta di evocazione fantasmatica dei demoni che hanno abitato un’Italia gioiosamente votata all’edonismo come nuovo orizzonte politico».

Graziano Graziani, grazianograziani.wordpress.com

Bidibibodibiboo: l’intreccio lavoro-vita nel mondo contemporaneo

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Bdibibodibiboo in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 18 marzo.

Cosa succede quando il lavoro smette di essere un diritto e diventa una prova continua da superare? Bidibibodibiboo affronta le scelte, le paure e le rinunce di una generazione segnata da un mondo del lavoro spietato attraverso il confronto tra due fratelli. L’uno, impiegato in una multinazionale, è preso di mira dal suo superiore e sprofonda in un incubo persecutorio fino al licenziamento; l’altro è un autore teatrale che sceglie di raccontare pubblicamente la vicenda del fratello, portandola in scena. Il racconto diventa così un dispositivo teatrale che mette in discussione non solo il mondo del lavoro contemporaneo, ma anche il ruolo stesso dell’arte: cosa significa trasformare la vita reale, soprattutto quando è dolorosa, in spettacolo? Attraverso un linguaggio che mescola narrazione autobiografica, ironia e momenti metateatrali, la pièce racconta il fallimento, la vergogna e il desiderio di riscatto di una generazione a confronto con un sistema produttivo sempre più esigente e con un mondo in cui domina la cultura aziendale.

Il titolo è ispirato all’opera quasi omonima di Maurizio Cattelan, nella quale uno scoiattolino è riverso su un tavolo, in un interno casalingo anni ’50 e si è appena sparato un colpo alla testa. Lo squallore di questo interno – con il tavolo e le sedie moderne, in frassino chiaro e formica gialla, le stoviglie sporche buttate nel lavandino e la muffa sulla caldaia – rende alla perfezione l’atmosfera che immaginavo mentre scrivevo. Il testo racconta di due fratelli. Uno è dipendente in una grande e nota multinazionale e, preso all’improvviso di mira da un superiore, inizia a vivere un incubo che terminerà col suo licenziamento. L’altro, che fa l’autore teatrale, decide di raccontare pubblicamente la vicenda del fratello, portandola in scena. Se da un lato volevo raccontare la vergogna e la frustrazione del fratello che ha problemi sul lavoro, dall’altro ci tenevo a ragionare sulla delicata operazione che porta a trasformare un vissuto reale in arte. Sono tanti i temi di questo spettacolo: il modello delirante di cultura aziendale che si sta imponendo a livello globale, in cui i lavoratori sono spinti a raggiungere standard che le stesse aziende definiscono con orgoglio “irragionevolmente alti” e ai dipendenti viene spiegato che quando “si arriva al limite”, a causa dei ritmi di lavoro implacabili, non resta altra soluzione che “superare quel limite”; i percorsi di vita che portano i due fratelli a compiere scelte differenti, scelte in cui la volontà ha un ruolo più marginale di quanto non si creda. La precarietà riguarda ormai sia chi la sceglie deliberatamente, come me, sia chi cerca di costruirsi una vita più stabile. Nessuno è indenne. I nuovi colossi globali del mondo capitalista non stanno ridisegnando soltanto le dinamiche del lavoro, ma anche delle nostre vite. Termini e concetti aziendali hanno invaso il nostro linguaggio – performance, competizione, miglioramento di sé, ottimizzazione – e ridefinito la nostra idea del tempo: ormai il tempo libero non è altro che tempo perso.

Francesco Alberici

 

 

«Alberici ha saputo intercettare, con un poco di anticipo, quel dibattito sulla relazione tra lavoro e vita esploso durante e dopo la pandemia: la vicenda raccontata testimonia infatti la crescente indisponibilità a sottostare alla retorica della realizzazione professionale come elemento identitario. Ma, grattando la superficie del medium che ha scelto di utilizzare, l’autore e regista racconta anche di come il lessico aziendale e le logiche lavorative utilizzati nella multinazionale non siano affatto estranee al mercato culturale».

Maddalena Giovannelli, il Sole 24Ore

 

«Uno spettacolo fuori ordinanza, i cui 100 minuti di durata non si sentono affatto, anche grazie a colpi di scena, sbalordimenti di drammaturgia e di allestimento e notevoli soluzioni di rottura. […] Magari è proprio nella somiglianza tra il fatato mondo cenerentolesco, con le sue promesse di felicità, e il magico life-work balance, con tutte le altre favole che ci racconta l’industria globale, che sta il punto. O almeno uno dei punti: l’ignota costellazione del futuro verso cui Bidibibodibiboodiboo ci spinge a guardare».

Roberto Canziani, Quantescene!

Dall’Hasapikos (danza dei macellai) alla ricerca coreografica di Gloria Dorliguzzo

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Butchers in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 14 marzo.

Butchers prende avvio dall’Hasapikos, antica danza popolare greca il cui nome significa “danza dei macellai”. La ricerca ne attraversa l’origine etimologica e rituale, ricostruendo una possibile partitura ritmica dei gesti legati al taglio della carne. «Immagino una partitura di movimenti precisi – commenta Gloria Dorliguzzo – costruiti per essere ripetuti: una grammatica del gesto sacrificale, che unisce necessità e sacralità. Gesti rituali, prescritti affinché il taglio non sia solo atto funzionale alla sopravvivenza, ma anche degno del rispetto dell’animale-Dio. Oggi questa gestualità potrebbe appartenere a un’archeologia dimenticata: ciò che intendo fare è riattivarla, riportando in vita il gesto nella sua intenzione originaria». Nella pièce nulla è cruento o realistico, ma tutto rimanda a un rito che trasforma il gesto in memoria e simbolo.

Ad affiancare la ricerca, Butchers Capsule, un dispositivo performativo e teorico su due spazi comunicanti, condotta dalla dramaturg Lucia Amara: da un lato un’assemblea pubblica, dall’altro una cella frigorifera dove un macellaio esegue in continuum il gesto del taglio. Un flusso continuo di spettatori attraversa i due ambienti, generando un’esperienza tra parola e corpo, teoria ed esperienza (13 marzo, Ridotto del Teatro Rasi).

Παραγενομενος χαί έπωτώμενος τί
μάρεστι θύσων, είπε παιανα
cosa porti ad essere sacrificato? un peana

Scholia vetera in Pindari Carmina, 1,3
Drachmann

Perché il corpo diventi carne deve esserci un taglio. Il passaggio dal corpo alla carne divide la storia umana in due ere.
La prima è quella del corporito.
La seconda quella della carnedanza.
Lo sfondo è cupo, l’immagine si ripete indefinitamente.
Un tavolo, un piano, una radura.
Una mano si stacca, raggiunge un punto lontano dal corpo, – di chi taglia e di chi è tagliato.
Vibra il colpo (coltello o ascia).
Se il corpo è sacro bisogna fuggire lontano e seppellire l’arma, disporre un cerimoniale per nettarsi le mani (le mani vengono prima della coscienza), poi mettere in scena un teatro dell’innocenza perché il crimine sia frollo; Se il corpo è solo nutrimento se ne rimuove il sacro, nel taglio si dimentica il corpo: una separazione è in atto.
Succede una partitura di gesti: il capo si abbassa, un cesello si opera all’interno della materia corporea: la mano lavora il corpo, lo scortica, lo affiletta, lo batte: si tagliano le membra, si disfano in pezzi, si rompono le ossa, si distribuiscono le parti, si mettono in fila, filetti e frattaglie.
Il coltello segue le articolazioni naturali del corpo.
L’anatomia fonda il principio di classificazione.
Una discesa a picco nella carne.
Il gesto deve essere ripetibile.
Il ritmo succede al rito (rende superfluo il rito).
La scansione distoglie dal terrore del sacrilegio.
La musica è nelle viscere ed è organica.
Il terrore si scioglie nel sentimento di un nutrimento necessario.
Al dio invocato con la supplica che lo strazio si plachi, segue una preghiera di ringraziamento per il banchetto consumato.

Lucia Amara

 

Asella Gilmore
Sono nata a giugno 1995, a Mulhouse, in Francia nella regione dell’Alsazia. Sono macellaia professionista da un anno. Ho completato la mia formazione triennale presso la scuola EFP a Stalle a Bruxelles. Attualmente lavoro da Spek’n’Bonnen, un negozio in cui tutti i prodotti sono realizzati artigianalmente. Imparare il mestiere di macellaia ha rappresentato per me un modo di riconnettermi e reinserirmi nella società. Mi ha portato disciplina e struttura nella vita. Oggi sono orgogliosa di lavorare e di continuare ad apprendere.

Sono Luca Tassinari, nato a Ravenna il 16-06-1977 da una famiglia di macellai. Mio padre mi ha formato per essere un bravo Macellaio in tutto. Nato con il coltello in mano e la passione per la cucina, ho trasformato la tradizionale macelleria in gastronomia di alta qualità. Nel frattempo continuo a fare il mio lavoro, uno dei mestieri più antichi e ne vado fiero.

Mauro Barbiero
Mi chiamo Mauro Barbiero, nato a Cosenza, il 4/8/1974 sono un attore e performer e sono cresciuto in una famiglia dove la cultura della terra era parte integrante della vita quotidiana. Fin da piccolo ho potuto osservare dal vivo la pratica della macellazione, di cui conosco natura e contraddizioni.

Butchers Capsule, un viaggio tra luogo della parola e luogo del corpo

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Butchers Capsule in scena come evento speciale fuori abbonamento de La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 13 marzo.

Accanto alla ricerca coreografica Butchers di Gloria Dorliguzzo sull’Hasapikos, antica “danza dei macellai”, nasce Butchers Capsule, dispositivo performativo e teorico articolato su due spazi comunicanti. Attorno a un tavolo, una studiosa dei linguaggi performativi – la dramaturg Lucia Amara – conduce una lectio sul sacrificio e sul taglio rituale dell’animale nel pensiero greco antico, dove il gesto incideva non solo la carne ma anche la poesia e le politiche di spartizione egalitaria che ci riportano alle prime forme di democrazia. Il discorso è informale e partecipato: può interrompersi, aprirsi al dialogo, riprendere. In uno spazio adiacente, una stanza, un vero macellaio esegue in continuum le sequenze del taglio: inizio, svolgimento, fine e ri-inizio, in un paesaggio sonoro che richiama la cella frigorifera e le spazzole per l’igienizzazione. A piccoli gruppi, il pubblico attraversa la soglia per assistere alla performance e rientra poi nell’assemblea, generando un flusso bilaterale tra luogo della parola e luogo del corpo. Non una conferenza-spettacolo, ma un sistema di reciproca implicazione, in cui teoria ed esperienza si sospendono e si ricuciono continuamente, costruendo una comunità temporanea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Παραγενομενος χαί έπωτώμενος τί
μάρεστι θύσων, είπε παιανα
cosa porti ad essere sacrificato? un peana

Scholia vetera in Pindari Carmina, 1,3
Drachmann

Perché il corpo diventi carne deve esserci un taglio. Il passaggio dal corpo alla carne divide la storia umana in due ere.
La prima è quella del corporito.
La seconda quella della carnedanza.
Lo sfondo è cupo, l’immagine si ripete indefinitamente.
Un tavolo, un piano, una radura.
Una mano si stacca, raggiunge un punto lontano dal corpo, – di chi taglia e di chi è tagliato.
Vibra il colpo (coltello o ascia).
Se il corpo è sacro bisogna fuggire lontano e seppellire l’arma, disporre un cerimoniale per nettarsi le mani (le mani vengono prima della coscienza), poi mettere in scena un teatro dell’innocenza perché il crimine sia frollo; Se il corpo è solo nutrimento se ne rimuove il sacro, nel taglio si dimentica il corpo: una separazione è in atto.
Succede una partitura di gesti: il capo si abbassa, un cesello si opera all’interno della materia corporea: la mano lavora il corpo, lo scortica, lo affiletta, lo batte: si tagliano le membra, si disfano in pezzi, si rompono le ossa, si distribuiscono le parti, si mettono in fila, filetti e frattaglie.
Il coltello segue le articolazioni naturali del corpo.
L’anatomia fonda il principio di classificazione.
Una discesa a picco nella carne.
Il gesto deve essere ripetibile.
Il ritmo succede al rito (rende superfluo il rito).
La scansione distoglie dal terrore del sacrilegio.
La musica è nelle viscere ed è organica.
Il terrore si scioglie nel sentimento di un nutrimento necessario.
Al dio invocato con la supplica che lo strazio si plachi, segue una preghiera di ringraziamento per il banchetto consumato.

Lucia Amara

 

Lucia Amara conduce una ricerca presso il Dipartimento di Storia delle Religioni alla Sapienza di Roma su mistica e linguaggio. Ha svolto il biennio in Archeologia presso l’Università di Catania e si è laureata in Lettere Classiche a Firenze con una tesi
sulla critica alla democrazia nel pensiero di Cicerone. In seguito studia al DAMS all’Università di Bologna, dove ha svolto il dottorato in collaborazione con Paris VII, nel Dipartimento di Semiologia diretto da Julia Kristeva. Ha curato l’edizione italiana dei Cahiers di Artaud, Questo corpo è un uomo, per la casa editrice Neri Pozza nella collana Quarta Prosa diretta da Giorgio Agamben.

Sono Luca Tassinari, nato a Ravenna il 16-06-1977 da una famiglia di macellai. Mio padre mi ha formato per essere un bravo Macellaio in tutto. Nato con il coltello in mano e la passione per la cucina, ho trasformato la tradizionale macelleria in gastronomia di alta qualità. Nel frattempo continuo a fare il mio lavoro, uno dei mestieri più antichi e ne vado fiero.

Cassandra, voce di un nuovo presente

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Il Vangelo di Cassandra in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi dal 10 al 12 marzo.

La regista e performer Gemma Hansson Carbone prosegue la sua ricerca pluriennale sulla parola poetica e politica di Dimitris Dimitriadis, fra le voci più autorevoli della letteratura greca contemporanea. L’opera è una rilettura della figura mitologica di Cassandra, non più profetessa inascoltata, ma voce di un nuovo presente. Un’esperienza immersiva dove parola e movimento, corpo e linguaggio si fondono aprendo scenari di trasformazione, creazione e libertà.

Ne Il Vangelo di Cassandra, con oltre duemila anni di ritardo, è finalmente possibile capire le disarticolate previsioni di Cassandra, la profetessa maledetta, la cagna ringhiante di Ilio, poiché, finalmente, viviamo il tempo in cui lei stessa ci com-prende.
Come creatura totale, come donna/uomo amante, «Cassandra apollonizzata» e simultaneamente «Apollo cassandrizzato» – come la chiama l’autore stesso – parla l’avvento di un nuovo tempo: il tempo dell’adesso.
È finito il mondo del prima ed è arrivato il mondo del presente, un mondo in cui il rifiuto è cessato, in cui Cassandra ha accolto l’amore di Apollo e diviene essere amante, genitrice totale, protettrice e guardiana dell’atto di potenza umano più sacro.
Chiuso il tempo del mito, si apre il tempo dell’umano, conclusosi il tempo del rifiuto, nasce il tempo del desiderio. Questo poema degli opposti che si ricompongono e si uniscono, chiama il sacro e la sintesi del tutto. Il testo, nella mia interpretazione, si incarna in una materia vocale e fisica intensamente organica dove tutto diventa un inno. Le coreografie di Gloria Dorliguzzo fondono e plasmano i movimenti, i sussulti erotici e vitali della profetessa, in una creatura assoluta, dionisiaca e apollinea allo stesso tempo, antica e fantascientifica, femminina e mascolina. Cassandra è un essere vociante, aperto, che, come da indicazione dell’autore, parla al contrario, mentre l’impianto scenotecnico, curato da Alessandro Panzavolta – Orthographe e Antropotopia, offre la fruizione del testo lineare, in un gioco tra reverse e diritto, tra acustico e amplificato, live e registrato, centrale e periferico, riflessi e irraggiamenti, moltitudine e unità.
Proprio seguendo il senso dell’annunciazione, è all’unità finale che questo spettacolo vuole portare i suoi spettatori: dalla dicotomia iniziale dell’uomo e della donna, del divino e dell’umano, del no e del sì, attraverso l’esperienza del desiderio, è possibile far avvenire la fine delle cose e l’inizio dell’amore, l’unità assoluta e definitiva, il tempo nuovo, il presente, il nostro tempo.

Gemma Hansson Carbone, note di regia

 

 

[…]. Carbone intende interpretare il testo attraverso un lavoro vocale e corporeo che conferisce al linguaggio di Dimitriadis una presenza fisica, amplificando la tragicità e l’intensità del tema dell’annunciazione. […]
Le coreografie di Gloria Dorliguzzo danno forma e vita alla dimensione fisica di Cassandra, creando una performance che fonde elementi dionisiaci e apollinei. Dorliguzzo, il cui metodo integra la disciplina delle arti marziali con la danza, vuole indagare la profetessa come una figura totale, ermafrodita, erotica e vitale. […] Questi gesti coreografici non solo accompagnano il testo ma si fanno essi stessi “logos”, riflettendo la rivoluzione semantica di Dimitriadis che trasforma la parola profetica, incompresa e incomprensibile, in parola accolta, assunta, genetica. […]

L’impianto scenico, curato da Alessandro Panzavolta – Orthographe e Antropotopia, è concepito come una struttura aperta e immersiva, dove Cassandra è una creatura abitatrice di un luogo magico, delimitato da cinque elementi specchianti che riflettono la luce verso un sole centrale in un gioco di raggi e costellazioni che ricalcano antiche geometrie astronomiche. Questa installazione luminosa circoscrive l’azione illuminando la scena in un movimento che parte da una massima luminosità al buio, circondando performer e pubblico in un abbraccio circolare che ripercorre la traiettoria del sole attorno alla terra […] 

Zeno Cosini racconta le fragilità in ognuno di noi

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

La coscienza di Zeno in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri dal 5 all’8 marzo.

Realizzato in occasione del centenario della pubblicazione de La coscienza di Zeno di Italo Svevo, tra i capolavori della letteratura del Novecento, questo adattamento teatrale restituisce la stratificata complessità del romanzo. Lo spettacolo, nato dalla collaborazione tra Paolo Valerio e Monica Codena, rilegge l’innovativa scrittura sveviana traducendone l’ironia, l’ambiguità e la tensione analitica in una drammaturgia autonoma e coerente.

Il protagonista Zeno Cosini è infatti lontano da ogni cliché, grazie anche all’interpretazione di Alessandro Haber, che ne tratteggia la profondità e l’ironia surreale, così come le nevrosi e gli slanci vitali. È un uomo incapace di sentirsi “in sintonia” con la società, che affida al dottor S. e al diario psicanalitico il tentativo di comprendersi. Contraddizioni che risuonano potentemente nel presente e fanno di Zeno un personaggio attuale e teatrale nella sua surrealtà, nelle ostinazioni e nelle intuizioni che continuano a interrogarci.

 

 

Come scrive Giorgio Strehler, La coscienza di Zeno è «una pietra nel cuore di tutti i triestini» e per me è una sfida davvero particolare. Ho affrontato questo lavoro privilegiando fortemente la narrazione di Svevo: ho voluto racchiudere in questa esperienza teatrale alcune pagine che trovo straordinarie, indimenticabili, costruendo un altro Zeno accanto all’Io narrante. Quindi Zeno – interpretato da Alessandro Haber – si racconta e si rivive attraverso il corpo di un altro attore.
Zeno ci rivela l’inciampo, l’umanità… E anche il personaggio di Alessandro Haber s’intreccia a questa inettitudine e talvolta, durante lo spettacolo, si sovrappone l’uomo all’attore, per sottolineare “l’originalità della vita”.
Zeno ci appartiene, racconta di noi, della nostra fragilità, della nostra ingannevole coscienza, della voce che ci parla e che nessuno sente e che ci suggerisce la vita.
Attraverso l’occhio scrutatore del Dottor S. ho cercato di restituire la dimensione surreale, ironica e talvolta bugiarda di Zeno, immersa nell’atmosfera della sua Trieste e di tutti gli straordinari personaggi che la vivono. Un immaginario il cui respiro cerebrale dialoga con il mondo dell’arte, con la psicoanalisi e dove ho cercato di rendere con forza la dialettica fra “esterno e interno” nella spietata analisi che Zeno fa della propria esistenza, lasciando costantemente aperta una finestra sul proprio mondo interiore. Grazie a tutti gli attori, ai collaboratori e grazie alla passione di Alessandro Haber, il nostro spettacolo vorrebbe essere proprio così, come dice Zeno Cosini: «La vita non è né bella né brutta, ma è originale. La vita mi pareva tanto nuova come se l’avessi vista per la prima volta con i suoi corpi gassosi fluidi e solidi. Se la raccontassimo a qualcuno che non ci fosse abituato rimarrebbe senza fiato dinanzi all’enorme costruzione priva di scopo. Mi avrebbe domandato: ma come l’avete sopportata? E dopo essersi informato di ogni singolo dettaglio, da quei corpi celesti appesi lassù perché si vedano ma non si tocchino, fino al mistero che circonda la morte, avrebbe certamente esclamato: Molto originale!»

Paolo Valerio, note di regia

 

Lode […] all’apporto fondamentale della recitazione incisiva ma misurata degli altri coprotagonisti, che si sono messi al servizio di questa messa in scena con dedizione artistica, raggiungendo tutta l’intensità interpretativa richiesta dalla lettura del regista. A tratti Haber interagisce con i protagonisti della sua vita, ne corregge il tono, puntualizza alcune espressioni, rendendo così viva ogni memoria scaturita dall’indagine psicoanalitica ma è la forza scenica della sua presenza che non permette di perdere una sola battuta, […].

Giulia Clai, Rumorscena

Un viaggio emozionale e fisico con il danzatore Nicola Galli

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Deserto tattile in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 4 marzo.

Dopo Il mondo altrove (andato in scena martedì 3 marzo), La Stagione dei Teatri ospita la seconda creazione del coreografo e danzatore Nicola Galli, Deserto tattile una riflessione sulle forme della solitudine e sul deserto inteso come spazio sconfinato e condizione esistenziale.

Questa pièce è un’indagine sulla memoria del corpo, sull’esperienza aptica e sul profondo rapporto tra sguardo, gesto e tattilità quali elementi per entrare in contatto con il mondo e cogliere l’intangibile. Sulla soglia di un velo lattiginoso un abisso di luoghi del corpo e del mondo viene rivelato e celato attraverso un gioco di contrazioni ed espansioni che dissolve le definizioni di limite e distanza. Gesto, luce e suono si condensano dando vita a miraggi sensoriali in cui smarrirsi e incontrare figure viaggiatrici solitarie impegnate a sondare, ascoltare, guardare, spingere, scuotere, lasciarsi accarezzare e toccare. Deserto tattile è un viaggio conteso tra lontananza e prossimità, nitidezza e opacità, unione ed esclusione, capace di sospendere il ritmo del quotidiano fino ad annullare la nostra percezione dello spazio-tempo.

«Su quello che sembra un tramonto infuocato, un’altra creatura si aggira nella solitudine di questo palcoscenico che ha portato davanti ai nostri occhi l’intera esistenza: dall’alba iniziale, fino agli abissi di quelli che sembrano gli oceani più profondi. Si incontrano, si nascondono uno dall’altro, si difendono e infine si studiano fino a riscoprirsi nelle proprie diversità, a imitarsi in un ballo a due, in movimenti che si accompagnano e si sintonizzano in questa immensità desertica dell’esistenza moderna»

Erica Baglio, Exibart.com

 

 

«Scena brumosa, invece, per Deserto Tattile di Nicola Galli, danzatore di rara plasticità, in scena ad accompagnare lo spettatore in un viaggio emozionale e fisico condotto dentro uno spazio volumetrico scuro fuori dal tempo. Il tatto qui è una ricerca personale di conquista ‘alla cieca’ di presenze ‘altre’. […] Mostruosa ma pacata – è un centauro nero dal lungo naso a pungiglione interpretato da Giulio Petrucci sempre in relevé su zoccoli da cavallo – la creatura, meno spaesata dell’umano, si mostra incuriosita dal nuovo arrivato. L’avvicinamento è progressivo, un gioco di fioretto tra il naso del centauro e il corpo di Galli, un dialogo di fine coreografia impostato con la distanza e la diffidenza tipiche del deserto empatico contemporaneo»

Maria Luisa Buzzi, Danza&Danza

 

«Davanti al sipario incendiato di luce, una figura si muove a carponi. Chissà se è un uomo, o un ominide piuttosto, creatura ancora animale. Tasta il terreno con gli arti, si inoltra con cautela in quel deserto infuocato, disabitato. Per lui è una terra sconosciuta. Certo pericolosa. E la esplora»

Roberto Canziani, Quantescene!

 

Nicola Galli, classe 1990, è coreografo, danzatore, light e costume designer. La sua ricerca si declina in azioni e dispositivi che spaziano dalla coreografia alla performance, dall’installazione all’ideazione grafico-visiva. Dal 2010 sviluppa un’indagine coreografica incentrata sul profondo rapporto tra uomo e natura e dal 2014 è artista sostenuto dall’organismo di produzione TIR Danza. Nel 2018 vince il Premio Equilibrio – Fondazione Musica per Roma e il premio Danza&Danza come miglior coreografo emergente. Nel 2019 vince il premio Sfera d’Oro per la danza. Le sue creazioni sono state presentate in Egitto, Francia, Germania, Giappone, Italia, Lussemburgo, Olanda, Perù, Spagna, Svizzera e tramite livestreaming in Corea del Sud.

Il mondo altrove: la danza come ritualità magica

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Il mondo altrove: una storia notturna in scena come evento speciale fuori abbonamento de La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 3 marzo

Un rituale danzato che celebra il movimento di un mondo inesplorato: Il mondo altrove: una storia notturna è una creazione che intreccia Oriente e Occidente, liberamente ispirandosi ai rituali indigeni dell’America del Sud, alle tradizioni del teatro Nō giapponese e all’ossessiva e mistica ricerca musicale di Giacinto Scelsi attorno all’idea sferica del suono. Al centro, una figura sciamanica finemente adornata conduce una cerimonia senza tempo. I suoi gesti e i lineamenti del volto sono modellati secondo canoni estranei alla cultura occidentale: custodiscono il rituale di una possibile tradizione altra, agito all’interno di un confine circolare che delimita uno spazio ancora attribuibile al sacro e che raccoglie l’esito di una convivenza armonica tra habitat naturale e azione umana. L’azione, immersa in cromie di oro, ciano e porpora, è pensata al crepuscolo in un dialogo gestuale notturno,
di sostegno reciproco e comunione universale. Un invito a decifrare i “geroglifici” di questa figura ignota e a confrontarsi con un linguaggio fisico che apre a un mondo nuovo, riscoprendo la propria umanità nel riflesso dell’incontro.

«[…] Ciò che va in scena è una sorta di rito primitivo, è una danza che guarda agli archetipi della ritualità magica in cui spazio e oggetti diventano scenari affacciati sull’indicibile, sull’eterno, sul mistero della vita e del creato. Questo senso liminale – per dirla con Victor Turner – attraversa la performance di Nicola Galli che traduce il suo stile contemporaneo in una sorta di partitura mimica che vive di suggestioni etnologiche e iconografiche di un’arte primitiva e rupestre che emerge dalla postura del corpo».

Nicola Arrigoni, sipario.it

 

[…] Con una maschera a suo modo prodroma della Commedia dell’Arte, si aggancia ai riti campestri o ai pleniluni arcaici proiettando quel corpo fuori da sé oltre sé, rimuovendo le “incrostazioni” dell’adesso mostrando infine un racconto immemore. Sposta pietre, cadenza quasi levigando l’aria con una gestualità perplessa, orchestra lo spazio di una celebrazione antica in quell’assoluto della presenza e della natura con un discorso danzato bellissimo».

Paolo Ruffini, Limina teatri

 

 

«[…] É questa la sensazione di spaesamento che si ha di fronte a una perfomance che potremmo ricondurre alla danza solo per la presenza della musica (evocativa prima ma con un senso di pericolo ed enfasi poi) e l’assenza delle parole; ma, come la maschera e il costume, l’ascendenza dei gesti va ricercata nelle pratiche dell’estremo oriente, nei ricordi di stampo balinesi, con l’obiettivo però di riposizionare i segni di quelle culture e dei loro immaginari in altri luoghi per creare, appunto, nuovi orizzonti e non una mera imitazione»

Andrea Pocosgnich, Cordelia – Teatro e Critica

 

 

Nicola Galli, classe 1990, è coreografo, danzatore, light e costume designer. La sua ricerca si declina in azioni e dispositivi che spaziano dalla coreografia alla performance, dall’installazione all’ideazione grafico-visiva. Dal 2010 sviluppa un’indagine coreografica incentrata sul profondo rapporto tra uomo e natura e dal 2014 è artista sostenuto dall’organismo di produzione TIR Danza. Nel 2018 vince il Premio Equilibrio – Fondazione Musica per Roma e il premio Danza&Danza come miglior coreografo emergente. Nel 2019 vince il premio Sfera d’Oro per la danza. Le sue creazioni sono state presentate in Egitto, Francia, Germania, Giappone, Italia, Lussemburgo, Olanda, Perù, Spagna, Svizzera e tramite livestreaming in Corea del Sud.