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Dall’Hasapikos (danza dei macellai) alla ricerca coreografica di Gloria Dorliguzzo

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Butchers in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 14 marzo.

Butchers prende avvio dall’Hasapikos, antica danza popolare greca il cui nome significa “danza dei macellai”. La ricerca ne attraversa l’origine etimologica e rituale, ricostruendo una possibile partitura ritmica dei gesti legati al taglio della carne. «Immagino una partitura di movimenti precisi – commenta Gloria Dorliguzzo – costruiti per essere ripetuti: una grammatica del gesto sacrificale, che unisce necessità e sacralità. Gesti rituali, prescritti affinché il taglio non sia solo atto funzionale alla sopravvivenza, ma anche degno del rispetto dell’animale-Dio. Oggi questa gestualità potrebbe appartenere a un’archeologia dimenticata: ciò che intendo fare è riattivarla, riportando in vita il gesto nella sua intenzione originaria». Nella pièce nulla è cruento o realistico, ma tutto rimanda a un rito che trasforma il gesto in memoria e simbolo.

Ad affiancare la ricerca, Butchers Capsule, un dispositivo performativo e teorico su due spazi comunicanti, condotta dalla dramaturg Lucia Amara: da un lato un’assemblea pubblica, dall’altro una cella frigorifera dove un macellaio esegue in continuum il gesto del taglio. Un flusso continuo di spettatori attraversa i due ambienti, generando un’esperienza tra parola e corpo, teoria ed esperienza (13 marzo, Ridotto del Teatro Rasi).

Παραγενομενος χαί έπωτώμενος τί
μάρεστι θύσων, είπε παιανα
cosa porti ad essere sacrificato? un peana

Scholia vetera in Pindari Carmina, 1,3
Drachmann

Perché il corpo diventi carne deve esserci un taglio. Il passaggio dal corpo alla carne divide la storia umana in due ere.
La prima è quella del corporito.
La seconda quella della carnedanza.
Lo sfondo è cupo, l’immagine si ripete indefinitamente.
Un tavolo, un piano, una radura.
Una mano si stacca, raggiunge un punto lontano dal corpo, – di chi taglia e di chi è tagliato.
Vibra il colpo (coltello o ascia).
Se il corpo è sacro bisogna fuggire lontano e seppellire l’arma, disporre un cerimoniale per nettarsi le mani (le mani vengono prima della coscienza), poi mettere in scena un teatro dell’innocenza perché il crimine sia frollo; Se il corpo è solo nutrimento se ne rimuove il sacro, nel taglio si dimentica il corpo: una separazione è in atto.
Succede una partitura di gesti: il capo si abbassa, un cesello si opera all’interno della materia corporea: la mano lavora il corpo, lo scortica, lo affiletta, lo batte: si tagliano le membra, si disfano in pezzi, si rompono le ossa, si distribuiscono le parti, si mettono in fila, filetti e frattaglie.
Il coltello segue le articolazioni naturali del corpo.
L’anatomia fonda il principio di classificazione.
Una discesa a picco nella carne.
Il gesto deve essere ripetibile.
Il ritmo succede al rito (rende superfluo il rito).
La scansione distoglie dal terrore del sacrilegio.
La musica è nelle viscere ed è organica.
Il terrore si scioglie nel sentimento di un nutrimento necessario.
Al dio invocato con la supplica che lo strazio si plachi, segue una preghiera di ringraziamento per il banchetto consumato.

Lucia Amara

 

Asella Gilmore
Sono nata a giugno 1995, a Mulhouse, in Francia nella regione dell’Alsazia. Sono macellaia professionista da un anno. Ho completato la mia formazione triennale presso la scuola EFP a Stalle a Bruxelles. Attualmente lavoro da Spek’n’Bonnen, un negozio in cui tutti i prodotti sono realizzati artigianalmente. Imparare il mestiere di macellaia ha rappresentato per me un modo di riconnettermi e reinserirmi nella società. Mi ha portato disciplina e struttura nella vita. Oggi sono orgogliosa di lavorare e di continuare ad apprendere.

Sono Luca Tassinari, nato a Ravenna il 16-06-1977 da una famiglia di macellai. Mio padre mi ha formato per essere un bravo Macellaio in tutto. Nato con il coltello in mano e la passione per la cucina, ho trasformato la tradizionale macelleria in gastronomia di alta qualità. Nel frattempo continuo a fare il mio lavoro, uno dei mestieri più antichi e ne vado fiero.

Mauro Barbiero
Mi chiamo Mauro Barbiero, nato a Cosenza, il 4/8/1974 sono un attore e performer e sono cresciuto in una famiglia dove la cultura della terra era parte integrante della vita quotidiana. Fin da piccolo ho potuto osservare dal vivo la pratica della macellazione, di cui conosco natura e contraddizioni.

Butchers Capsule, un viaggio tra luogo della parola e luogo del corpo

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Butchers Capsule in scena come evento speciale fuori abbonamento de La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 13 marzo.

Accanto alla ricerca coreografica Butchers di Gloria Dorliguzzo sull’Hasapikos, antica “danza dei macellai”, nasce Butchers Capsule, dispositivo performativo e teorico articolato su due spazi comunicanti. Attorno a un tavolo, una studiosa dei linguaggi performativi – la dramaturg Lucia Amara – conduce una lectio sul sacrificio e sul taglio rituale dell’animale nel pensiero greco antico, dove il gesto incideva non solo la carne ma anche la poesia e le politiche di spartizione egalitaria che ci riportano alle prime forme di democrazia. Il discorso è informale e partecipato: può interrompersi, aprirsi al dialogo, riprendere. In uno spazio adiacente, una stanza, un vero macellaio esegue in continuum le sequenze del taglio: inizio, svolgimento, fine e ri-inizio, in un paesaggio sonoro che richiama la cella frigorifera e le spazzole per l’igienizzazione. A piccoli gruppi, il pubblico attraversa la soglia per assistere alla performance e rientra poi nell’assemblea, generando un flusso bilaterale tra luogo della parola e luogo del corpo. Non una conferenza-spettacolo, ma un sistema di reciproca implicazione, in cui teoria ed esperienza si sospendono e si ricuciono continuamente, costruendo una comunità temporanea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Παραγενομενος χαί έπωτώμενος τί
μάρεστι θύσων, είπε παιανα
cosa porti ad essere sacrificato? un peana

Scholia vetera in Pindari Carmina, 1,3
Drachmann

Perché il corpo diventi carne deve esserci un taglio. Il passaggio dal corpo alla carne divide la storia umana in due ere.
La prima è quella del corporito.
La seconda quella della carnedanza.
Lo sfondo è cupo, l’immagine si ripete indefinitamente.
Un tavolo, un piano, una radura.
Una mano si stacca, raggiunge un punto lontano dal corpo, – di chi taglia e di chi è tagliato.
Vibra il colpo (coltello o ascia).
Se il corpo è sacro bisogna fuggire lontano e seppellire l’arma, disporre un cerimoniale per nettarsi le mani (le mani vengono prima della coscienza), poi mettere in scena un teatro dell’innocenza perché il crimine sia frollo; Se il corpo è solo nutrimento se ne rimuove il sacro, nel taglio si dimentica il corpo: una separazione è in atto.
Succede una partitura di gesti: il capo si abbassa, un cesello si opera all’interno della materia corporea: la mano lavora il corpo, lo scortica, lo affiletta, lo batte: si tagliano le membra, si disfano in pezzi, si rompono le ossa, si distribuiscono le parti, si mettono in fila, filetti e frattaglie.
Il coltello segue le articolazioni naturali del corpo.
L’anatomia fonda il principio di classificazione.
Una discesa a picco nella carne.
Il gesto deve essere ripetibile.
Il ritmo succede al rito (rende superfluo il rito).
La scansione distoglie dal terrore del sacrilegio.
La musica è nelle viscere ed è organica.
Il terrore si scioglie nel sentimento di un nutrimento necessario.
Al dio invocato con la supplica che lo strazio si plachi, segue una preghiera di ringraziamento per il banchetto consumato.

Lucia Amara

 

Lucia Amara conduce una ricerca presso il Dipartimento di Storia delle Religioni alla Sapienza di Roma su mistica e linguaggio. Ha svolto il biennio in Archeologia presso l’Università di Catania e si è laureata in Lettere Classiche a Firenze con una tesi
sulla critica alla democrazia nel pensiero di Cicerone. In seguito studia al DAMS all’Università di Bologna, dove ha svolto il dottorato in collaborazione con Paris VII, nel Dipartimento di Semiologia diretto da Julia Kristeva. Ha curato l’edizione italiana dei Cahiers di Artaud, Questo corpo è un uomo, per la casa editrice Neri Pozza nella collana Quarta Prosa diretta da Giorgio Agamben.

Sono Luca Tassinari, nato a Ravenna il 16-06-1977 da una famiglia di macellai. Mio padre mi ha formato per essere un bravo Macellaio in tutto. Nato con il coltello in mano e la passione per la cucina, ho trasformato la tradizionale macelleria in gastronomia di alta qualità. Nel frattempo continuo a fare il mio lavoro, uno dei mestieri più antichi e ne vado fiero.

MALAGOLA presenta al pubblico e apre in modo permanente i suoi ARCHIVI SONORI

Un prezioso patrimonio multimediale che documenta alcune fra le più rilevanti esperienze di artisti performativi nazionali e internazionali nel campo della ricerca vocale e sonora

 

Dopo lo straordinario successo delle due grandi mostre su Demetrio Stratos, Malagola – il centro di ricerca vocale e sonora fondato e diretto a Ravenna da Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi, che accoglie in sé la scuola di vocalità, i seminari del Collegio Superiore di Estetica della Scena, le pubblicazioni della Collana Malagola e già sede dell’Archivio Demetrio Stratosinaugura sabato 14 e domenica 15 marzo 2026 gli Archivi Sonori: un prezioso patrimonio multimediale che documenta alcune fra le migliori esperienze di artisti performativi nazionali e internazionali nel campo della ricerca vocale e sonora.

In mostra, per due giorni, tra ambienti immersivi e ascolti in cuffia, gli estratti audiovisivi dagli archivi degli artisti che, dalla sua fondazione a oggi, hanno fatto da docenti per i corsi di alta formazione del centro: compositori e compositrici, attori e attrici, coreografi e coreografe, sperimentatori e sperimentatrici che lavorano sulla voce e sul suono in scena.

Si tratta, nello specifico, di Alvin Curran, Ermanna Montanari, Mariangela Gualtieri, Luigi Ceccarelli, Roberto Latini, Scott Gibbons, Chiara Guidi, Joan La Barbara, Demetrio Stratos, Roberto Paci Dalò, Moni Ovadia, Sandro Lombardi, Mirella Mastronardi, Masque Teatro, Simona Bertozzi, Francesca della Monica, Sonia Bergamasco, Maddalena Crippa, Francesco Giomi, Claron McFadden, Marco Olivieri, Scanner (Robin Rimbaud), Myriam Gourfink, Kasper T. Toeplitz, Valter Malosti, Chiara Michelini, Andrea Veneri, Anna Bonaiuto, Daniele Roccato, Francesca Proia, Diego Schiavo, Luigi Agostini, Kassel Jaeger (François J. Bonnet).

In particolare, l’esposizione sarà strutturata in quattro ambienti differenti, al piano terra di Palazzo Malagola, che restituiscono altrettante modalità di fruizione, accomunate da una dimensione al tempo stesso intima e collettiva:

    • due  sale dotate di schermi touch e cuffie per ascolti e visioni, ravvicinate e individuali, di materiali audio e video;
    • una sala per ascolti immersivi, in cui sarà possibile fare esperienza di contributi sonori nati per la spazializzazione a 360° o di proposte di spazializzazione di materiali nati per la stereofonia;
    • una sala cinema, con l’opportunità di visionare riprese video di interi lavori teatrali o, comunque, materiali dalla durata più lunga.

 

L’apertura degli Archivi Sonori rappresenta un ulteriore movimento di sviluppo di quella idea di trasmissione che fonda Malagola, nella direzione di essere sempre di più un punto di riferimento per cittadini, studiosi, ricercatori e artisti, cui viene proposta una via maestra all’ascolto. “Archiviare il suono, oggi, significa dunque restituirlo alla sua originaria tridimensionalità. Archiviare la voce, in modo analogo, significa custodire la traccia di una presenza in assenza del corpo che l’ha emessa. Due diverse forme di spazio. Due modi della risonanza. A partire da questo principio che orienta le nostre scelte, dare forma all’archivio implica necessariamente un nuovo approccio all’ascolto. Ciò è stato reso possibile, in particolare, grazie alla progettazione di una camera immersiva in cui la voce e il suono degli artisti e delle artiste qui convocati/e creano ambienti emotivi a geometria variabile. Ascoltare è abitare uno spazio in cui il corpo dell’ascoltatore e dell’ascoltatrice si fa timpano, risuonatore: anatomia dell’esperienza” sottolineano Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi, fondatori e direttori di Malagola. Un concetto ribadito da Marco Sciotto, responsabile degli Archivi, secondo cui la custodia “non è che il requisito di partenza: una simile archiviazione non può che equivalere, soprattutto, alla responsabilità di individuare e realizzare le condizioni ideali per restituire loro un corpo differente, ma altrettanto capace di affidarli nuovamente all’ascolto come pratica al contempo estetica e critica”.

L’inaugurazione sarà preceduta, nella mattina del 14 marzo, da una tavola rotonda presso la Sala Dantesca della Biblioteca Classense, partner del progetto. Con Marco Sciotto dialogheranno la scrittrice, drammaturga e docente Renata Molinari, il critico teatrale Antonio Audino, il giornalista Luca Valtorta e il compositore Francesco Giomi.

Dopo l’inaugurazione, gli Archivi Sonori – che si espanderanno ulteriormente nel corso del tempo – saranno fruibili a ingresso gratuito e in modo permanente: ogni venerdì e il primo sabato di ogni mese dalle 10.00 alle 18.00.

Infine, come segno che corre lungo le sale di Malagola a cucire poeticamente il percorso espositivo, i disegni di Stefano Ricci, il cui tratto segna Malagola fin dalla sua fondazione; e due elementi da uno degli archivi storico-artistici più originali della città di Ravenna: quello di Elisabetta Gulli Grigioni, che da quasi sessant’anni colleziona migliaia di cuori di ogni tipo – da ex-voto a oggetti devozionali e gioielli – che vanno dal ’600 al ’900.

MALAGOLA
Ideato e diretto da Ermanna Montanari (fondatrice e direzione artistica delle Albe) e da Enrico Pitozzi (docente dell’Università di Bologna e Coordinatore del CdLM in “Discipline della Musica e del Teatro”), è il Centro internazionale di ricerca vocale e sonora che ha sede a Palazzo MALAGOLA – edificio storico di proprietà della Provincia concesso in uso dal Comune di Ravenna. Il Centro sviluppa attività di ampio respiro tra loro connesse: una scuola di vocalità e di studi sul suono, archivi sonori e audiovisivi, il “Collegio Superiore di Estetica della Scena” che promuove partnership editoriali, incontri, seminari, performance, concerti.

Nella sua breve vita, Malagola è già divenuta punto di riferimento di studiosi e artisti che l’hanno attraversata anche come docenti dei corsi di alta formazione o come protagonisti dei seminari che vi si sono svolti, tra i quali Meredith Monk, Chiara Guidi, Mariangela Gualtieri, Roberto Latini, Sonia Bergamasco, Joan La Barbara, Roberto Paci Dalò, Sandro Lombardi, Alvin Curran, Valentina Valentini, Moni Ovadia, Luigi Ceccarelli, Piersandra Di Matteo, Silvia Ronchey e molti altri.

Malagola ha ricevuto il Premio Ubu 2022 come progetto speciale e il Premio Radicondoli 2023.

CREDITI
direzione Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi
responsabile archivi Marco Sciotto
archivista senior Dario Taraborrelli
archivista Marco Valenti
direzione tecnica Luca Pagliano
sound design Andrea Veneri
realizzazione allestimento squadra tecnica delle Albe/Ravenna Teatro: Fabio Ceroni, Gilberto Bonzi, Paolo Baldini, Fagio, Enrico Isola in collaborazione con Danilo Maniscalco (costruzioni e decori), Filippo Ianiero e Lorenzo Parisi (audio e video)
direzione organizzativa Silvia Pagliano, Paola Ricci
organizzazione Chiara Maroncelli, Stefania Nanni, Roberta Staffa
consulenza diritto d’autore Avvocata Emidia Di Sabatino
comunicazione social Marco Sciotto

Il disegno del cuore è di Stefano Ricci. I cuori esposti provengono dall’archivio – collezione privata di Elisabetta Gulli Grigioni, per gentile concessione

 

PROGRAMMA

sabato 14 marzo
ore 10.30 | Biblioteca Classense, Sala Dantesca
tavola rotonda a cura di Marco Sciotto con Renata Molinari, Antonio Audino, Luca Valtorta, Francesco Giomi

ore 15.30 – 19.00 | Palazzo Malagola
opening Archivi Sonori

domenica 15 marzo
ore 10.00 – 18.00 | Palazzo Malagola
opening Archivi Sonori

Dopo l’inaugurazione, gli Archivi Sonori saranno fruibili gratuitamente per tutti ogni venerdì e il primo sabato di ogni mese dalle 10.00 alle 18.00

 

INFORMAZIONI

MALAGOLA Scuola di vocalità e centro studi internazionale sulla voce e sul suono
via di Roma 118 | Ravenna

333 8996348
info@malagola.eu

Cassandra, voce di un nuovo presente

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Il Vangelo di Cassandra in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi dal 10 al 12 marzo.

La regista e performer Gemma Hansson Carbone prosegue la sua ricerca pluriennale sulla parola poetica e politica di Dimitris Dimitriadis, fra le voci più autorevoli della letteratura greca contemporanea. L’opera è una rilettura della figura mitologica di Cassandra, non più profetessa inascoltata, ma voce di un nuovo presente. Un’esperienza immersiva dove parola e movimento, corpo e linguaggio si fondono aprendo scenari di trasformazione, creazione e libertà.

Ne Il Vangelo di Cassandra, con oltre duemila anni di ritardo, è finalmente possibile capire le disarticolate previsioni di Cassandra, la profetessa maledetta, la cagna ringhiante di Ilio, poiché, finalmente, viviamo il tempo in cui lei stessa ci com-prende.
Come creatura totale, come donna/uomo amante, «Cassandra apollonizzata» e simultaneamente «Apollo cassandrizzato» – come la chiama l’autore stesso – parla l’avvento di un nuovo tempo: il tempo dell’adesso.
È finito il mondo del prima ed è arrivato il mondo del presente, un mondo in cui il rifiuto è cessato, in cui Cassandra ha accolto l’amore di Apollo e diviene essere amante, genitrice totale, protettrice e guardiana dell’atto di potenza umano più sacro.
Chiuso il tempo del mito, si apre il tempo dell’umano, conclusosi il tempo del rifiuto, nasce il tempo del desiderio. Questo poema degli opposti che si ricompongono e si uniscono, chiama il sacro e la sintesi del tutto. Il testo, nella mia interpretazione, si incarna in una materia vocale e fisica intensamente organica dove tutto diventa un inno. Le coreografie di Gloria Dorliguzzo fondono e plasmano i movimenti, i sussulti erotici e vitali della profetessa, in una creatura assoluta, dionisiaca e apollinea allo stesso tempo, antica e fantascientifica, femminina e mascolina. Cassandra è un essere vociante, aperto, che, come da indicazione dell’autore, parla al contrario, mentre l’impianto scenotecnico, curato da Alessandro Panzavolta – Orthographe e Antropotopia, offre la fruizione del testo lineare, in un gioco tra reverse e diritto, tra acustico e amplificato, live e registrato, centrale e periferico, riflessi e irraggiamenti, moltitudine e unità.
Proprio seguendo il senso dell’annunciazione, è all’unità finale che questo spettacolo vuole portare i suoi spettatori: dalla dicotomia iniziale dell’uomo e della donna, del divino e dell’umano, del no e del sì, attraverso l’esperienza del desiderio, è possibile far avvenire la fine delle cose e l’inizio dell’amore, l’unità assoluta e definitiva, il tempo nuovo, il presente, il nostro tempo.

Gemma Hansson Carbone, note di regia

 

 

[…]. Carbone intende interpretare il testo attraverso un lavoro vocale e corporeo che conferisce al linguaggio di Dimitriadis una presenza fisica, amplificando la tragicità e l’intensità del tema dell’annunciazione. […]
Le coreografie di Gloria Dorliguzzo danno forma e vita alla dimensione fisica di Cassandra, creando una performance che fonde elementi dionisiaci e apollinei. Dorliguzzo, il cui metodo integra la disciplina delle arti marziali con la danza, vuole indagare la profetessa come una figura totale, ermafrodita, erotica e vitale. […] Questi gesti coreografici non solo accompagnano il testo ma si fanno essi stessi “logos”, riflettendo la rivoluzione semantica di Dimitriadis che trasforma la parola profetica, incompresa e incomprensibile, in parola accolta, assunta, genetica. […]

L’impianto scenico, curato da Alessandro Panzavolta – Orthographe e Antropotopia, è concepito come una struttura aperta e immersiva, dove Cassandra è una creatura abitatrice di un luogo magico, delimitato da cinque elementi specchianti che riflettono la luce verso un sole centrale in un gioco di raggi e costellazioni che ricalcano antiche geometrie astronomiche. Questa installazione luminosa circoscrive l’azione illuminando la scena in un movimento che parte da una massima luminosità al buio, circondando performer e pubblico in un abbraccio circolare che ripercorre la traiettoria del sole attorno alla terra […] 

Inaugura il 10 marzo al Rasi “Alberi”, una mostra tra fotografia e natura

Un percorso tra fotografia e natura con 27 immagini di nove autori e autrici romagnoli, nato nell’ambito del progetto di sostenibilità Theatre Green Book.

 

Martedì 10 marzo alle ore 18.00 al Teatro Rasi inaugura Alberi, mostra fotografica realizzata da Ravenna Teatro in collaborazione con Osservatorio Fotografico: 27 immagini firmate da nove autori e autrici romagnoli, pensata per restituire uno sguardo sul rapporto tra fotografia e paesaggio.

«Una costellazione di sguardi su questo simbolo universale. È un invito a rallentare e a guardare davvero, perché ogni fotografia è un incontro: un tronco che sembra una spina dorsale, una chioma che ricorda una mappa, un ramo che pare un gesto, una corteccia che affiora come un volto. In queste immagini gli alberi sono insieme paesaggio e personaggio, sfondo e presenza. Ci ricordano che la bellezza non è solo qualcosa da ammirare, ma una responsabilità: ci educa a uno sguardo diverso e quindi alla cura», racconta Alessandro Renda (Albe/ Ravenna Teatro), che si occupa dell’immagine dei materiali di Ravenna Teatro, insieme al grafico Luca Sarti.

La mostra resterà visibile fino a giugno, successivamente si trasformerà in un percorso all’aperto e sarà ospitata dal 10 al 30 giugno nell’Open-Air Gallery di via Zirardini.

Il progetto riunisce tre fotografie per artista: Guido Guidi, Cesare Fabbri, Alessandra Dragoni, Marcello Galvani, Giovanni Zaffagnini, Francesca Gardini, Cesare Ballardini, Francesco Raffaelli e Nicola Baldazzi.

Nove di queste immagini sono diventate, nel corso dell’anno, i manifesti delle stagioni e dei progetti di Ravenna Teatro. Una scelta che vuole offrire anche un segno visivo dell’adesione del teatro al progetto Theatre Green Book, l’iniziativa internazionale che promuove pratiche sostenibili nel settore delle arti performative. Alberi come sipari, alberi come apparizioni, alberi come presenze: immagini che hanno accompagnato la comunicazione delle attività del teatro e che ora trovano una nuova forma espositiva.

«Per spiegare come tutte le specie viventi siano unite da una discendenza comune, nell’Origine delle specie Darwin usa la metafora dell’albero […]: ramoscelli verdi e germoglianti rappresentano le specie esistenti, rami solidi e secchi la lunga successione delle specie estinte», spiega Veronica Lanconelli di Osservatorio Fotografico «Nella lingua giapponese esiste una parola, komorebi, che indica la luce che filtra tra le foglie di un albero. Non esiste un equivalente in italiano: forse la traduzione più fedele potrebbe essere una fotografia».

Il progetto mette così in dialogo lo sguardo di alcuni protagonisti della fotografia del territorio con la “stagionalità” del teatro, dando forma a un archivio visivo condiviso tra scena, paesaggio e comunità.

 

INFORMAZIONI

Inaugurazione: 10 marzo ore 18.00
Apertura al pubblico da lunedì a venerdì dalle ore 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00 e nelle serate di spettacolo.
tel. 0544 36239 info@ravennateatro.com

Mostra visitabile presso il Teatro Rasi fino al 5 giugno. Dal 10 al 30 giugno l’esposizione si sposta nell’Open-Air Gallery di via Zirardini.

Ingresso gratuito

Zeno Cosini racconta le fragilità in ognuno di noi

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

La coscienza di Zeno in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri dal 5 all’8 marzo.

Realizzato in occasione del centenario della pubblicazione de La coscienza di Zeno di Italo Svevo, tra i capolavori della letteratura del Novecento, questo adattamento teatrale restituisce la stratificata complessità del romanzo. Lo spettacolo, nato dalla collaborazione tra Paolo Valerio e Monica Codena, rilegge l’innovativa scrittura sveviana traducendone l’ironia, l’ambiguità e la tensione analitica in una drammaturgia autonoma e coerente.

Il protagonista Zeno Cosini è infatti lontano da ogni cliché, grazie anche all’interpretazione di Alessandro Haber, che ne tratteggia la profondità e l’ironia surreale, così come le nevrosi e gli slanci vitali. È un uomo incapace di sentirsi “in sintonia” con la società, che affida al dottor S. e al diario psicanalitico il tentativo di comprendersi. Contraddizioni che risuonano potentemente nel presente e fanno di Zeno un personaggio attuale e teatrale nella sua surrealtà, nelle ostinazioni e nelle intuizioni che continuano a interrogarci.

 

 

Come scrive Giorgio Strehler, La coscienza di Zeno è «una pietra nel cuore di tutti i triestini» e per me è una sfida davvero particolare. Ho affrontato questo lavoro privilegiando fortemente la narrazione di Svevo: ho voluto racchiudere in questa esperienza teatrale alcune pagine che trovo straordinarie, indimenticabili, costruendo un altro Zeno accanto all’Io narrante. Quindi Zeno – interpretato da Alessandro Haber – si racconta e si rivive attraverso il corpo di un altro attore.
Zeno ci rivela l’inciampo, l’umanità… E anche il personaggio di Alessandro Haber s’intreccia a questa inettitudine e talvolta, durante lo spettacolo, si sovrappone l’uomo all’attore, per sottolineare “l’originalità della vita”.
Zeno ci appartiene, racconta di noi, della nostra fragilità, della nostra ingannevole coscienza, della voce che ci parla e che nessuno sente e che ci suggerisce la vita.
Attraverso l’occhio scrutatore del Dottor S. ho cercato di restituire la dimensione surreale, ironica e talvolta bugiarda di Zeno, immersa nell’atmosfera della sua Trieste e di tutti gli straordinari personaggi che la vivono. Un immaginario il cui respiro cerebrale dialoga con il mondo dell’arte, con la psicoanalisi e dove ho cercato di rendere con forza la dialettica fra “esterno e interno” nella spietata analisi che Zeno fa della propria esistenza, lasciando costantemente aperta una finestra sul proprio mondo interiore. Grazie a tutti gli attori, ai collaboratori e grazie alla passione di Alessandro Haber, il nostro spettacolo vorrebbe essere proprio così, come dice Zeno Cosini: «La vita non è né bella né brutta, ma è originale. La vita mi pareva tanto nuova come se l’avessi vista per la prima volta con i suoi corpi gassosi fluidi e solidi. Se la raccontassimo a qualcuno che non ci fosse abituato rimarrebbe senza fiato dinanzi all’enorme costruzione priva di scopo. Mi avrebbe domandato: ma come l’avete sopportata? E dopo essersi informato di ogni singolo dettaglio, da quei corpi celesti appesi lassù perché si vedano ma non si tocchino, fino al mistero che circonda la morte, avrebbe certamente esclamato: Molto originale!»

Paolo Valerio, note di regia

 

Lode […] all’apporto fondamentale della recitazione incisiva ma misurata degli altri coprotagonisti, che si sono messi al servizio di questa messa in scena con dedizione artistica, raggiungendo tutta l’intensità interpretativa richiesta dalla lettura del regista. A tratti Haber interagisce con i protagonisti della sua vita, ne corregge il tono, puntualizza alcune espressioni, rendendo così viva ogni memoria scaturita dall’indagine psicoanalitica ma è la forza scenica della sua presenza che non permette di perdere una sola battuta, […].

Giulia Clai, Rumorscena

Un viaggio emozionale e fisico con il danzatore Nicola Galli

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Deserto tattile in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 4 marzo.

Dopo Il mondo altrove (andato in scena martedì 3 marzo), La Stagione dei Teatri ospita la seconda creazione del coreografo e danzatore Nicola Galli, Deserto tattile una riflessione sulle forme della solitudine e sul deserto inteso come spazio sconfinato e condizione esistenziale.

Questa pièce è un’indagine sulla memoria del corpo, sull’esperienza aptica e sul profondo rapporto tra sguardo, gesto e tattilità quali elementi per entrare in contatto con il mondo e cogliere l’intangibile. Sulla soglia di un velo lattiginoso un abisso di luoghi del corpo e del mondo viene rivelato e celato attraverso un gioco di contrazioni ed espansioni che dissolve le definizioni di limite e distanza. Gesto, luce e suono si condensano dando vita a miraggi sensoriali in cui smarrirsi e incontrare figure viaggiatrici solitarie impegnate a sondare, ascoltare, guardare, spingere, scuotere, lasciarsi accarezzare e toccare. Deserto tattile è un viaggio conteso tra lontananza e prossimità, nitidezza e opacità, unione ed esclusione, capace di sospendere il ritmo del quotidiano fino ad annullare la nostra percezione dello spazio-tempo.

«Su quello che sembra un tramonto infuocato, un’altra creatura si aggira nella solitudine di questo palcoscenico che ha portato davanti ai nostri occhi l’intera esistenza: dall’alba iniziale, fino agli abissi di quelli che sembrano gli oceani più profondi. Si incontrano, si nascondono uno dall’altro, si difendono e infine si studiano fino a riscoprirsi nelle proprie diversità, a imitarsi in un ballo a due, in movimenti che si accompagnano e si sintonizzano in questa immensità desertica dell’esistenza moderna»

Erica Baglio, Exibart.com

 

 

«Scena brumosa, invece, per Deserto Tattile di Nicola Galli, danzatore di rara plasticità, in scena ad accompagnare lo spettatore in un viaggio emozionale e fisico condotto dentro uno spazio volumetrico scuro fuori dal tempo. Il tatto qui è una ricerca personale di conquista ‘alla cieca’ di presenze ‘altre’. […] Mostruosa ma pacata – è un centauro nero dal lungo naso a pungiglione interpretato da Giulio Petrucci sempre in relevé su zoccoli da cavallo – la creatura, meno spaesata dell’umano, si mostra incuriosita dal nuovo arrivato. L’avvicinamento è progressivo, un gioco di fioretto tra il naso del centauro e il corpo di Galli, un dialogo di fine coreografia impostato con la distanza e la diffidenza tipiche del deserto empatico contemporaneo»

Maria Luisa Buzzi, Danza&Danza

 

«Davanti al sipario incendiato di luce, una figura si muove a carponi. Chissà se è un uomo, o un ominide piuttosto, creatura ancora animale. Tasta il terreno con gli arti, si inoltra con cautela in quel deserto infuocato, disabitato. Per lui è una terra sconosciuta. Certo pericolosa. E la esplora»

Roberto Canziani, Quantescene!

 

Nicola Galli, classe 1990, è coreografo, danzatore, light e costume designer. La sua ricerca si declina in azioni e dispositivi che spaziano dalla coreografia alla performance, dall’installazione all’ideazione grafico-visiva. Dal 2010 sviluppa un’indagine coreografica incentrata sul profondo rapporto tra uomo e natura e dal 2014 è artista sostenuto dall’organismo di produzione TIR Danza. Nel 2018 vince il Premio Equilibrio – Fondazione Musica per Roma e il premio Danza&Danza come miglior coreografo emergente. Nel 2019 vince il premio Sfera d’Oro per la danza. Le sue creazioni sono state presentate in Egitto, Francia, Germania, Giappone, Italia, Lussemburgo, Olanda, Perù, Spagna, Svizzera e tramite livestreaming in Corea del Sud.

Il mondo altrove: la danza come ritualità magica

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Il mondo altrove: una storia notturna in scena come evento speciale fuori abbonamento de La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 3 marzo

Un rituale danzato che celebra il movimento di un mondo inesplorato: Il mondo altrove: una storia notturna è una creazione che intreccia Oriente e Occidente, liberamente ispirandosi ai rituali indigeni dell’America del Sud, alle tradizioni del teatro Nō giapponese e all’ossessiva e mistica ricerca musicale di Giacinto Scelsi attorno all’idea sferica del suono. Al centro, una figura sciamanica finemente adornata conduce una cerimonia senza tempo. I suoi gesti e i lineamenti del volto sono modellati secondo canoni estranei alla cultura occidentale: custodiscono il rituale di una possibile tradizione altra, agito all’interno di un confine circolare che delimita uno spazio ancora attribuibile al sacro e che raccoglie l’esito di una convivenza armonica tra habitat naturale e azione umana. L’azione, immersa in cromie di oro, ciano e porpora, è pensata al crepuscolo in un dialogo gestuale notturno,
di sostegno reciproco e comunione universale. Un invito a decifrare i “geroglifici” di questa figura ignota e a confrontarsi con un linguaggio fisico che apre a un mondo nuovo, riscoprendo la propria umanità nel riflesso dell’incontro.

«[…] Ciò che va in scena è una sorta di rito primitivo, è una danza che guarda agli archetipi della ritualità magica in cui spazio e oggetti diventano scenari affacciati sull’indicibile, sull’eterno, sul mistero della vita e del creato. Questo senso liminale – per dirla con Victor Turner – attraversa la performance di Nicola Galli che traduce il suo stile contemporaneo in una sorta di partitura mimica che vive di suggestioni etnologiche e iconografiche di un’arte primitiva e rupestre che emerge dalla postura del corpo».

Nicola Arrigoni, sipario.it

 

[…] Con una maschera a suo modo prodroma della Commedia dell’Arte, si aggancia ai riti campestri o ai pleniluni arcaici proiettando quel corpo fuori da sé oltre sé, rimuovendo le “incrostazioni” dell’adesso mostrando infine un racconto immemore. Sposta pietre, cadenza quasi levigando l’aria con una gestualità perplessa, orchestra lo spazio di una celebrazione antica in quell’assoluto della presenza e della natura con un discorso danzato bellissimo».

Paolo Ruffini, Limina teatri

 

 

«[…] É questa la sensazione di spaesamento che si ha di fronte a una perfomance che potremmo ricondurre alla danza solo per la presenza della musica (evocativa prima ma con un senso di pericolo ed enfasi poi) e l’assenza delle parole; ma, come la maschera e il costume, l’ascendenza dei gesti va ricercata nelle pratiche dell’estremo oriente, nei ricordi di stampo balinesi, con l’obiettivo però di riposizionare i segni di quelle culture e dei loro immaginari in altri luoghi per creare, appunto, nuovi orizzonti e non una mera imitazione»

Andrea Pocosgnich, Cordelia – Teatro e Critica

 

 

Nicola Galli, classe 1990, è coreografo, danzatore, light e costume designer. La sua ricerca si declina in azioni e dispositivi che spaziano dalla coreografia alla performance, dall’installazione all’ideazione grafico-visiva. Dal 2010 sviluppa un’indagine coreografica incentrata sul profondo rapporto tra uomo e natura e dal 2014 è artista sostenuto dall’organismo di produzione TIR Danza. Nel 2018 vince il Premio Equilibrio – Fondazione Musica per Roma e il premio Danza&Danza come miglior coreografo emergente. Nel 2019 vince il premio Sfera d’Oro per la danza. Le sue creazioni sono state presentate in Egitto, Francia, Germania, Giappone, Italia, Lussemburgo, Olanda, Perù, Spagna, Svizzera e tramite livestreaming in Corea del Sud.

La Commedia dell’Arte incontra l’Intelligenza Artificiale

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Arlecchino nel futuro in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 24 febbraio.

Nord Italia, tra cent’anni: la Terra non è stata spazzata via da alcuna catastrofe, eppure il caldo è diventato insostenibile, al punto che l’umanità prepara una migrazione verso la Luna inseguendo l’idea di una vita migliore. Non tutti, però, possono permettersi di partire: di certo non Arlecchino, “poareto” dalla fedina penale poco limpida, costretto a restare ai margini di un futuro già selettivo.

Nella loro nuova creazione, il duo Dammacco/Balivo affida alla maschera più popolare della Commedia dell’Arte il ruolo di protagonista e, attraverso il linguaggio della farsa e un dialetto veneziano “schiarito”, rende omaggio alla tradizione facendola dialogare con l’immaginario tecnologico di domani. Tra imbrogli, sotterfugi maldestri e incontri esilaranti con maschere e figure inattese,  Arlecchino tenterà l’unica via che gli resta: fingersi un androide pur di guadagnarsi un posto sull’astronave. Come andrà a finire?

La genesi del progetto di spettacolo e i suoi temi
«La visione di un Arlecchino nel futuro ha fatto capolino nella mia mente un paio di anni fa mentre ero impegnato in un progetto che prevedeva il tentativo di comporre drammaturgia con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale. È stata un’esperienza ricca di spunti, alla fine della quale non avevo alcun interesse a proseguire la collaborazione con i sistemi di scrittura che avevo avuto modo di saggiare; in compenso avevo a disposizione una serie di appunti, domande e possibili paradossi, spesso buffi […] una mattina stavo dialogando […] con uno di questi sistemi e ho avuto l’inquietante percezione che la futura relazione tra l’intelligenza artificiale e gli umani si annunci piena di sfumature […] che porteranno, forse, a una prova di forza tra Umano e Macchina più sottile, insidiosa e ambigua di quanto si possa immaginare. Mi è parso che non si tratterà soltanto di evitare che i robot facciano perdere il lavoro agli esseri umani, di per sé una catastrofe; non si tratterà soltanto di sperare che sistemi di difesa non scatenino in autonomia dagli umani una guerra magari atomica o con armi che ancora non possiamo immaginare: ho avuto la sensazione che si tratterà di fare fronte a come queste macchine, che dovrebbero essere strumenti nelle mani dell’umanità, rischiano di infilarsi nel nostro intimo e personalissimo modo di sentire e vivere la vita, la relazione con gli altri, con se stessi e il senso della vita. Tenteremo la via dell’immortalità?[…]»

 


I personaggi in scena e le loro maschere

Le maschere sono state realizzate appositamente per l’Arlecchino nel futuro dal Maestro Renzo Sindoca (Arlecchino, Androide 17-22, Puteo, Sbirrandroide) e dall’artigiano, giovane Maestro, Leonardo Gasparri (Pantalone e un Arlecchino nero che compare per un attimo restando fuori dal conto dei personaggi). Le maschere di Sindoca e Gasparri sono state uno strumento importante nel gioco di corrispondenze e rimandi tra i personaggi del nostro spettacolo e quelli della commedia dell’arte. […] Il nostro Arlecchino, per una volta padrone di casa, protagonista forse, certamente ponte tra la scena e la platea, è agito alternativamente da Serena Balivo ed Mariachiara Falcone, e porta una maschera da Arlecchino. Il Vecio è nella vicenda un uomo di oltre centocinquant’anni di età, creato da Balivo nel solco della maschera di Pantalone, […] L’Androide 17-22 è creato e agito da Balivo con una maschera da Pulcinella ispirata ai disegni del Tiepolo […] Lo Sbirrandroide è il poliziotto del futuro ed è creato e agito da Falcone sul solco del Capitano della Commedia dell’Arte, una grottesca macchina da guerra che non disdegna di vantarsi delle sue imprese […] Il Puteo, l’uomo del futuro, è affidato anch’esso al lavoro di Falcone che ne tratteggia il carattere lavorando in riferimento ad uno zanni ebete ma con una maschera d’invenzione del maestro Sindoca,[…]»

Mariano Dammacco, dalle note di regia

Il mondo del lavoro oggi attraverso la lente della comicità

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Condominio Mon Amour in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi dal 19 al 22 febbraio.

Come sopravvivere alla folle corsa del “progresso”, all’intelligenza artificiale che sta sostituendo le relazioni umane, a un mondo del lavoro sempre più precario? È attorno a queste domande che si sviluppa Condominio mon amour, ironica e divertente commedia firmata e interpretata dal  noto comico Giacomo Poretti e dall’attrice di teatro Daniela Cristofori, con la regia di Marco Zoppello.

La vicenda è ambientata nell’atrio di palazzo della “Milano-bene” dove lavora Angelo, un vecchio custode che svolge il proprio lavoro con dedizione e cura. Un giorno, inaspettatamente, si presenta all’ingresso del condominio un’affascinante signora, Caterina, per annunciare ad Angelo che è stato licenziato. Il motivo: la sua presenza non è più necessaria, perché un’App prenderà il suo posto. Da quel momento il piccolo condominio si trasformerà in una scacchiera, in cui ogni giocatore muove strategicamente le proprie pedine: gli azionisti per monetizzare, il custode per tentare di restare a galla. Un ironico spaccato della vita quotidiana di molti di noi per riflettere, a suon di risate, sulle contraddizioni del mondo del lavoro ai nostri giorni.

Il comico racconta il mondo attraverso il paradosso, l’iperbole, l’ironia. Quando sale sul palcoscenico porta con sé uno specchio deformante, affinché la platea possa specchiarcisi e ridere di se stessa. Daniela Cristofori e Giacomo Poretti per l’occasione si cimentano in una moderna pochade, una commedia brillante dal ritmo incalzante. Nell’androne condominiale, come personaggi di una farsa di Feydeau, il custode Angelo e la tagliateste Caterina contrappongono due visioni diverse del mondo. Da una parte il progresso più estremo, digitale ad ogni costo; dall’altra il valore del rapporto umano. Quale sarà il mondo del lavoro, domani, non saremo noi ad indovinarlo. Quale saranno le soluzioni alle sfide che il lavoro, già oggi, ci pone dinnanzi, non le conosciamo. Con quello specchio deformante possiamo solo vedere quello che c’è, anche se spesso la realtà supera la nostra immaginazione. Possiamo solo prenderci un momento per porci tutti assieme qualche domanda e, attraverso gli strumenti del comico, provare a capirci qualcosa di più. Perché se ci interroghiamo tutti assieme, in quella grande agorà che è il teatro, forse ci sentiamo un po’ meno sperduti.

Marco Zoppello


Condominio mon amour
è parte di FOCUS LAVORO, una proposta di riflessione collettiva sulla delicata situazione lavorativa contemporanea attraverso spettacoli, proiezioni e incontri. Tra diritti, precarietà, intelligenza artificiale, trasformazioni sociali e welfare in trasformazione, il focus assume il lavoro come una lente privilegiata per capire lo stato di salute della nostra società, invitando a vivere l’arte come uno spazio di possibilità, confronto e resistenza.

FOCUS LAVORO è sostenuto da CGIL Ravenna, partner principale del progetto e dall’Assessorato al Lavoro del Comune di Ravenna.