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Focus Lavoro: 4 film sui temi della precarietà e dei diritti

Dal 29 aprile al 19 maggio, un percorso composto da quattro film, pensato in collaborazione con CGIL Ravenna, Comune di RavennaFestival delle Culture e Cinemaincentro, per affrontare la questione lavorativa nell’era contemporanea, con un’attenzione ai temi legati all’immigrazione

Il FOCUS LAVORO – il progetto di Ravenna Teatro, CGIL Ravenna e Comune che ha attraversato l’intera Stagione 2025/2026 con spettacoli, incontri e proiezioni – si conclude con una rassegna cinematografica in programma al Cinema Mariani dal 29 aprile al 19 maggio. Quattro film che affrontano i temi della precarietà e dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nel nostro presente, con un’attenzione rivolta alle delicate questioni che colpiscono le persone con background migratorio. Il ciclo è realizzato in collaborazione con Comune di RavennaFestival delle Culture e Cinemaincentro.

Le proiezioni sono in lingua originale con sottotitoli e iniziano tutte alle ore 21.00.

Si comincia mercoledì 29 aprile con La storia di Souleymane di Boris Lojkine (Fra 2024, 93’), due giorni cruciali nella vita di Souleymane, giovane migrante guineano senza documenti a Parigi, tra consegne in bici e il colloquio decisivo per l’asilo. Un racconto teso e realistico che denuncia lo sfruttamento della gig economy e la fragilità di chi vive sospeso tra sopravvivenza quotidiana e diritto al riconoscimento. Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha vinto un premio ai European Film Awards, ha ottenuto 8 candidature e vinto 4 Cesar, ha ottenuto 5 candidature e vinto un premio ai Lumiere Awards. La proiezione è a ingresso gratuito.

Grand Ciel di Akihiro Hata (Fra, 2026, 91’) è invece in programma martedì 5 maggio. Il film racconta di un cantiere notturno destinato a diventare una città del futuro, in cui operai precari e invisibili lavorano in condizioni sempre più dure e rischiose. Tra misteriose sparizioni e sospetti di insabbiamento, Grand Ciel si rivela un thriller sociale che svela il costo umano del progresso, tra sfruttamento e vulnerabilità dei lavoratori, soprattutto migranti.

Martedì 12 maggio è la volta di The Old Oak di Ken Loach (GB, 2023, 113′), ambientato in un ex villaggio minerario del nord dell’Inghilterra, in cui vive una comunità impoverita e divisa dall’arrivo di rifugiati siriani. Tra tensioni sociali e paure alimentate dalla precarietà, il film intreccia lavoro e immigrazione, aprendo uno spazio di solidarietà possibile tra chi condivide la stessa fragilità.

La rassegna si chiude martedì 19 maggio con Anywhere Anytime di Milad Tangshir (Ita 2024, 82’), una proiezione a ingresso gratuito che segue la lotta quotidiana di Issa, un giovane migrante senza documenti nella Torino contemporanea. Un racconto secco e profondamente umano sullo sfruttamento contemporaneo, dove il lavoro non offre integrazione ma produce nuova fragilità e marginalizzazione.

I biglietti sono prenotabili o acquistabili su cinemaincentro.com o direttamente al Cinema Mariani.

INFO E CONTATTI

Biglietti L’Histoire de Souleymane e Anywhere Anytime sono eventi gratuiti, prenotabili inviando una mail a casadelleculture@comune.ravenna.it.
Per Grand Ciel e The Old Oak i biglietti sono prenotabili o acquistabili su cinemaincentro.com o direttamente al Cinema Mariani (intero 8 €, ridotto 6,50 €, under25 5 €).
Gli abbonati de La stagione dei Teatri hanno diritto al biglietto ridotto.

Informazioni Cinema Mariani, via Ponte Marino 19 Ravenna, tel. 0544 37148
cinemamariani.ravenna@gmail.com e cinemaincentro.com

FOCUS LAVORO è un percorso di approfondimento sulle questioni lavorative contemporanee attraverso spettacoli, proiezioni e incontri nell’arco della Stagione dei Teatri 25/26, realizzato da Ravenna Teatro in collaborazione con CGIL Ravenna e con l’Assessorato del Lavoro del Comune di Ravenna.

In viaggio con Ravenna Teatro: Bolzano e Merano

IN VIAGGIO CON RAVENNA TEATRO
Bolzano e Merano | sabato 9 e domenica 10 maggio

L’opera di Alexander Langer, Bolzano e Merano, i teatri del territorio
Incontri, spettacolo, visita guidata

 

Dopo Milano (al Teatro dell’Elfo e Olinda), Vicenza (al Teatro Olimpico per la prima dell’Oresteia di Terzopoulos), il teatro grande di Pompei (Lisistrata), quest’anno Ravenna Teatro invita cittadine e cittadini a partecipare al Viaggio che li porterà a Bolzano e Merano. Anche il Viaggio 2026 è parte del progetto che intende accompagnare gli appassionati di teatro a conoscere realtà che operano in altre città e condividere iniziative di respiro internazionale.

A Bolzano ci porta la collaborazione con la Fondazione Alexander Langer Stiftung, che visiteremo (Langer e il suo impegno civile, culturale e politico e a favore dell’ambiente ha ispirato lo spettacolo che vedremo a Merano) e conosceremo l’attività dei teatri La Ribalta e Pratiko. A Merano parteciperemo all’incontro sullo stato dei teatri e assisteremo allo spettacolo Forum Langer: eco di un viaggiatore leggero. Non mancheranno come sempre una visita guidata (Bolzano) e il tempo libero.

PROGRAMMA:

 

  • SABATO 9 MAGGIO
    – ore 7.30 Partenza dal parcheggio del CinemaCity. Arrivo a Bolzano in tarda mattinata. Check-in all’Ostello della Gioventù (in centro a Bolzano)
    – Pranzo e tempo libero
    – Ore 15.00 Visita alla Fondazione Alexander Langer Stiftung, con Sabina Langer
    – Ore 16.00 Visita guidata della città.
    Chi desidera, può inoltre visitare il Museo Archeologico (che ospita Ötzi l’Uomo venuto dal ghiaccio; ultimo ingresso ore 17,30)
    – Ore 18.00 ritrovo alla Nuova libreria Cappelli per Storia delle rivoluzioni immaginarie
    Incontro con Graziano Graziani in dialogo con Alessandro Argnani (Ravenna Teatro), Fiorenza Menni, Andrea Mochi Sismondi, Antonio Viganò (Teatro la Ribalta), Nazario Zambaldi (Teatro Pratiko)
    – Cena e serata libere

 

  • DOMENICA 10 MAGGIO
    – Ore 9.30 partenza per Merano
    – Ore 10.00 Freedom di Roberto Paci Dalò e a seguire l’incontro Teatro o teatri?
    – Pranzo e pomeriggio liberi
    Possibilità di visitare il museo Kunst Merano (è in corso la mostra “René Francisco. Cómplice”)
    – Ore 18.00 Forum Langer: eco di un viaggiatore leggero
    spettacolo con Alice Cottifogli e la regia di Alessandro Argnani

    Al termine dello spettacolo partenza per Ravenna e rientro previsto per la tarda serata


Quota di partecipazione
175 euro

La quota comprende: viaggio e spostamenti previsti, pernottamento con prima colazione in camere doppie o triple, visita guidata di Bolzano e ingressi ai monumenti del percorso, ingresso allo spettacolo.
La quota non comprende: pasti, ingressi ai musei (facoltativi), tassa di soggiorno (2.40 € da pagare in loco).
Nota: portare telo/accappatoio da casa, chi desidera lo può noleggiare all’Ostello al costo di 4 €.

Informazioni più dettagliate e iscrizioni: Ravenna Teatro tel. 0544 36239 e info@ravennateatro.com

Quel tentativo di fermare il tempo che ancora ci appartiene

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Tre sorelle – Nevica. Che senso ha? in scena per  La Stagione dei Teatri 2025-2026 al Teatro Alighieri dal 16 al 19 aprile.

Scritta nel 1900 e ispirata alle sorelle Zimmermann della cittadina di Perm, Tre Sorelle è un’opera del drammaturgo russo Anton Čechov. Si narra di Olga, Maša e Irina, tre donne intrappolate in una provincia soffocante, incapaci di realizzare il loro desiderio di tornare a Mosca. Nella sua rilettura, Liv Ferracchiati sceglie di far risaltare l’attualità del testo: emergono così la precarietà emotiva e il senso di vuoto che attraversa le relazioni umane. La scenografia essenziale unita a elementi contemporanei amplifica il sentimento di alienazione, mentre il linguaggio recitativo oscilla tra classicismo e modernità. Con ironia e introspezione, lo spettacolo mostra le fratture interiori dei personaggi e le loro aspirazioni irrisolte, restituendo un ritratto intenso e universale dell’incompiutezza dell’esistenza.

Tre sorelle è un testo filosofico sull’esistenza, infatti somiglia a una sequenza di fotografie che racconta come l’essere umano impiega e attraversa il tempo prima di morire. La questione centrale non è il tempo che passa, ma il momento in cui il tempo non garantisce più un senso, una promessa, una direzione. Čechov non racconta un crollo improvviso: racconta un’erosione lenta, un logoramento per accumulo, una disgregazione silenziosa che avviene mentre la vita continua uguale a se stessa, così che, alla fine e in profondità, tutto tende a equivalersi. Come direbbe Čebutykin, l’anziano dottore: «tutto è uguale». In Čechov anche il ricordo del passato sbiadisce e si perde ogni riferimento. Non a caso nel terzo atto, Čebutykin rompe l’orologio appartenuto alla madre delle sorelle, la donna che ha amato e che ora quasi non ricorda più. Un atto violento, apparentemente casuale, che neppure lui riesce a giustificare e che mostra una verità, apre un varco nella narrazione del tempo e della memoria. Questo orologio di porcellana in pezzi, a terra, è per noi uno dei nuclei più potenti dell’opera e da qui abbiamo scelto di irraggiare l’azione. Čechov parla del tempo per parlare della vita e l’orologio è, in questa prospettiva, un oggetto di sfondo appartenente a un’epoca in cui si credeva che il tempo conducesse da qualche parte. Per questo Tre sorelle ci appare così contemporaneo: anche il nostro tempo ha perso le sue garanzie senza trovare nuove fondamenta. Čechov sembra dirci che persino la memoria, ultimo appiglio doloroso, non può che cedere. I personaggi continuano a dimenticare e a non comunicare. Forse per questo, sulla scena, si scattano fotografie, per tentare di fermare la vita, di salvare almeno l’attimo presente. La consapevolezza non sprofonda mai, però, nel nichilismo, anzi rafforza il valore dell’agire nell’orizzonte terrestre, nulla è più prezioso del vivere stesso, un bicchiere di champagne, una musica da ascoltare. Va bene anche scoprire che nulla ha senso. È Tuzenbach a dirlo: «Nevica. Che senso ha?»

Liv Ferracchiati

 

Liv Ferracchiati è autore, regista e performer, diplomato alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano. Nel 2015 fonda la compagnia The Baby Walk e dà vita alla Trilogia sull’identità, il cui secondo capitolo, Stabat Mater vince il Premio Hystrio Scritture di Scena mentre il terzo, Un eschimese in Amazzonia, si aggiudica il Premio Scenario. Nel 2016 inizia una collaborazione con il Teatro Stabile dell’Umbria e debutta con Todi is a small town in the center of Italy. Alcuni suoi lavori vengono selezionati da Antonio Latella per la Biennale Teatro 2017 di Venezia, mentre all’edizione 2020 riceve una menzione speciale per La tragedia è finita, Platonov. Nel 2020 per Marsilio Editori pubblica il suo primo romanzo, Sarà solo la fine del mondo. Seguono altri lavori registici e autoriali, prodotti da teatri nazionali e stabili: Uno spettacolo di fantascienza (2022); Morte a Venezia (2024); Hedda Gabler. Come una pistola carica (2024); Come tremano le cose riflesse nell’acqua (2024), che vince Le Maschere del Teatro Italiano come miglior spettacolo di prosa. Attualmente è impegnato insieme all’illustratore Ehsan Mehrbakhsh, nella scrittura di un graphic novel edito da Fandango.

La Riviera romagnola: un microcosmo tra intimità ed esibizione

AL SOCJALE 2025-2026

Ombrelloni. Riviera Blues in scena per la rassegna Al Socjale 2025-2026 al Teatro Socjale il 14 aprile.

«È possibile capire molto di un paese guardando le sue spiagge. In tutte le culture, la spiaggia è quel raro spazio pubblico in cui si possono trovare le assurdità e i comportamenti eccentrici tipici di ogni nazione»

Martin Parr

 

Ogni estate gli stabilimenti balneari della Riviera romagnola si trasformano in comunità temporanee, spazi in cui si intrecciano abitudini, desideri e ossessioni. Sotto gli ombrelloni convivono corpi esposti e sguardi nascosti, slanci vitali e lunghe immobilità pomeridiane, in un microcosmo che oscilla tra intimità ed esibizione e riflette dinamiche più ampie della società contemporanea, dal turismo di massa al consumismo, fino a una diffusa rimozione delle urgenze ambientali. 

Ogni estate gli stabilimenti balneari della Riviera romagnola si trasformano in comunità temporanee, spazi in cui si intrecciano abitudini, desideri e ossessioni. Sotto gli ombrelloni convivono corpi esposti e sguardi nascosti, slanci vitali e lunghe immobilità pomeridiane, in un microcosmo che oscilla tra intimità ed esibizione e riflette dinamiche più ampie della società contemporanea, dal turismo di massa al consumismo, fino a una diffusa rimozione delle urgenze ambientali.
A partire da questo contesto, Ombrelloni della compagnia Studio Doiz costruisce un dispositivo narrativo che assume il Bagno Kursaal – stabilimento balneare immaginario rimasto invariato per trent’anni – come punto di osservazione privilegiato per interrogare trasformazioni e contraddizioni del paese. Il lavoro si inserisce nel solco del teatro di narrazione, rielaborandone le matrici attraverso un linguaggio che intreccia parola scenica e intervento musicale dal vivo. Nutrito anche dallo sguardo del fotografo Martin Parr, lo spettacolo compone un “blues rivierasco” in equilibrio tra registri satirici e suggestioni di realismo magico, restituendo un immaginario collettivo sospeso tra memoria e possibile scomparsa.

«La comicità di Ombrelloni è una vertigine d’equilibrio. Gardelli scrive un testo che potremmo dire felliniano, non tanto per ambientazione, quanto per la modalità con cui trasforma l’aneddoto in visione. La parola si fa immagine, e l’immagine diventa teatro. La lingua si piega e si apre, si colora di dialettismi […] e scivola nel dialetto con naturalezza. Nel lavoro di Lorenzo Carpinelli tutto è misura. Anche la sguaiatezza. La sua interpretazione è una piccola ma solida lezione di magistero ritmico: nei crescendo, nei respiri trattenuti, nelle improvvise accensioni vocali e nelle pause improvvise. Mai sopra le righe, ma sempre quasi».

Michele Pascarella, Gagarin Magazine

 

«Ombrelloni racconta la balneazione come stato dell’anima. Il monologo è interpretato da un eccezionale Lorenzo Carpinelli, che ha poco più di trent’anni, ma da prova di maneggiare il dialetto romagnolo come pochissimi altri della sua generazione»

Federico Savini, Blow Up

 

«Ombrelloni ha una forma che potremmo definire semplice, un testo comprensibile che qualcuno potrebbe derubricare a confortevole, divertente. Tutt’altro: è un affresco di un’Italia che non c’è più, è un saggio sulla Romagna, in forma scanzonata e disincantata. Un piccolo gioiellino di scrittura con un attore che ha saputo portarci dentro un mondo, facendoci sorridere, a tratti anche amaramente».

Tommaso Chimenti, Corriere dello spettacolo

 

«Lo spettacolo è minimalista nella scenografia, e si fonda quasi tutto sulla capacità di gradazione del racconto del narratore e della buona intesa con un musicista come Giacomo Toschi, che è la spalla ideale e complice decisivo in questo spettacolo. Una fotografia che in poco più di 70 minuti non perde mai il ritmo, lasciandosi forse trasportare nella scena finale in un ambiente velato di malinconia per un mondo che rischia di essere cancellato da un futuro dal volto sconosciuto».

Pietro Caruso, Romagna in scena

 

La compagnia
STUDIO DOIZ nasce a Ravenna nel 2020 dall’unione di cinque fondatori dalle diverse attitudini. A un cuore teatrale formato da Iacopo Gardelli, giornalista, scrittore e drammaturgo, e Lorenzo Carpinelli, attore, si aggiungono Giacomo Bertoni, musicista e Lorenzo Basurto, organizzatore. L’intento dell’associazione è, fin da subito, quello di ibridare i linguaggi e operare in vari campi dell’agitazione culturale in modo indipendente e innovativo: dal teatro alle arti visive, dal radiodramma al podcasting.

Può il teatro rappresentare ancora le assurdità della Storia?

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Come gli uccelli in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri l’8 e il 9 aprile.

Potente e lacerante, il capolavoro drammaturgico del franco-libanese Wajdi Mouawad – rappresentato per la prima volta in Italia – racconta della storia d’amore tra Eitan, giovane tedesco di origine israeliana, e Wahida, ragazza di origine araba. Si conoscono a New York e si innamorano perdutamente, ma si troveranno presto di fronte a un drammatico destino: sull’Allenby Bridge, il famoso ponte che collega – e al tempo stesso divide – Israele e Giordania, Eitan rimane vittima di un attentato e cade in coma. In questa dimensione sospesa, vengono ripercorse le vicende familiari di diverse generazioni, generando un labirinto di storie, eredità dimenticate, lotte fratricide. «Gli ultimi efferati accadimenti avvenuti in Israele e a Gaza – afferma Marco Lorenzi – ci ricordano che tutto questo è vero, vivo e dolorosamente attuale. Ma noi insistiamo a credere che grazie a capolavori come quelli di Mouawad, il Teatro sia ancora l’unico luogo dove le assurdità della Storia possono essere rappresentate, per discuterle insieme, perché pensiamo – forse utopisticamente – che non si debbano più ripetere. […]» A interpretare i numerosi personaggi, un cast di interpreti provenienti da diversi paesi, origini e biografie, a cui Lorenzi ha chiesto di imparare a recitare in altre lingue oltre alla propria. Una scelta che deriva dall’«epica costruzione del testo di Mouawad». Una riflessione profonda, e quantomai necessaria oggi, sull’amore, l’incontro e l’appartenenza culturale.

«Ci sono testi teatrali che anticipano la realtà e diventano sempre più attuali e profetici con il passare del tempo. Tous des oiseaux di Wajdi Mouawad è uno di questi. I personaggi parlano lingue diverse non solo in senso letterale. Perché si parla inglese, tedesco, arabo ed ebraico (anche se Mouawad lo ha scritto in francese)? Perché ognuno usa la propria lingua madre per esprimere la propria identità o ricerca di identità. Quindi Tous des oiseaux è un testo in cui la lingua diventa grande protagonista. Una lingua densa, calda, magmatica e materica come lava, come creta. Che agisce, modella, crea e muove i personaggi come nuovi golem dolorosamente pensanti e senzienti. Mentre lo traducevo ho sentito, più forte che mai, la responsabilità di restituire nella mia/nostra lingua la struggente poesia del testo e l’importanza del messaggio che porta. E cioè che, al di là delle sovrastrutture in cui ci siamo ingabbiati – idiomi, religioni, tradizioni ideologiche, convinzioni politiche diverse – in realtà, nella nostra umanità più profonda, siamo tutti uguali».

Monica Capuani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Il testo era stato scritto quasi cinque anni fa e ha debuttato incredibilmente pochi giorni dopo l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre. Lo spettacolo ha adesso un respiro epocale, come l’Angels in America o il Leheman Brothers di qualche anno fa. Una saga intergenerazionale che racconta il tempo presente, quello che stiamo vivendo. Un must see assoluto di questa stagione teatrale […]».

Renzo Francabandera, PAC, 2024

 

«[…] non solo uno spettacolo di notevole qualità ma anche ‘necessario’ ed ‘esigente’ nelle tematiche che affronta e che giustamente ci propone in un oggi, purtroppo, ancora una volta da esse sanguinosamente segnato e ferito, e che si segnala per il profondo respiro storico e per la necessità di sottrarlo alle dinamiche di una cronaca che spesso disconosce l’umanità condivisa delle persone nel loro presente ma anche nel loro passato».

Maria Dolores Pesce, Dramma.it, gennaio 2024

 

«Splendidi gli attori, di varia provenienza etnica, che hanno, con evidenza, introiettato i loro personaggi attraverso un approfondito lavoro di preparazione durato un paio di anni, e che ne governano con equilibrio e maestria professionale le dinamiche, le pulsioni apparentemente contraddittorie, o addirittura sconvolgenti, quando non gli eventi traumatici. Su ognuno di loro ci sarebbe da scrivere un intero saggio, a cominciare dai due giovani protagonisti».

Claudio Facchinelli, Rumor(s)cena, 2023

SERVIZIO CIVILE: SCEGLI RAVENNA TEATRO!

Se hai tra i 18 e i 28 anni Ravenna Teatro ti offre la possibilità di svolgere servizio civile volontario presso il proprio Centro di Produzione. Per un anno si avrà la possibilità di lavorare con la squadra organizzativa e a stretto contatto con gli artisti e le artiste delle Albe, approfondendo la conoscenza dei diversi progetti tra il Teatro Rasi e Palazzo Malagola.
QUI trovi le informazioni sul nostro teatro e sulle attività che potrai svolgere.

La domanda di partecipazione deve essere prodotta esclusivamente attraverso la piattaforma DOL raggiungibile all’indirizzo domandaonline.serviziocivile.it, il progetto ha come titolo prendere pARTE e va indicata la sede del Centro di Produzione, Teatro Rasi via di Roma, 39 Ravenna.

Per scoprire cosa è il servizio civile CLICCA QUI

Leggi il bando QUI

Si ricorda che il bando scade il 16 aprile 2026 alle ore 14:00.

OSSERVATORIO SU LA STAGIONE DEI TEATRI – Concorso per le scuole secondarie di secondo grado

Anche quest’anno è aperto il concorso per le classi delle scuole secondarie di secondo grado proposto da Ravenna Teatro e legato a La Stagione dei Teatri.

In palio un viaggio alla scoperta di realtà teatrali con cui il nostro Centro di Produzione ha creato sinergie, e le città che le ospitano.
Dopo Milano, Vicenza e Pompei, sarà la volta di BOLZANO e MERANO nei giorni sabato 9 e domenica 10 maggio.

Partecipare è semplice: restituire una riflessione – scritta, disegnata, filmata, un podcast – di uno o più spettacoli della Stagione a cui si è assistito. Una giuria di attori, autori e giornalisti valuterà gli elaborati e decreterà i vincitori.
Si potrà decidere per un lavoro di gruppo o recensioni singole (più saranno gli spettacoli recensiti, più possibilità ci saranno di vincere).

Il termine per la consegna dei materiali è martedì 21 aprile via mail a promozione@ravennateatro.com indicando il proprio nome, quello del gruppo o della classe partecipante, un recapito telefonico/mail dell’insegnante e dell’Istituto di riferimento.


IN VIAGGIO CON RAVENNA TEATRO
Il concorso si lega come sempre al progetto In viaggio con Ravenna Teatro, che coinvolge anche gli adulti che desiderano condividere questa esperienza e che invitiamo fin da ora a contattare Ravenna Teatro per una pre-iscrizione.

Bolzano e Merano sono i due centri che quest’anno ci hanno coinvolto per lo spettacolo intorno all’opera di Alexander Langer e alla Fondazione a lui intitolata; avremo modo, inoltre, di conoscere il lavoro di Teatro Pratiko e del Teatro La Ribalta. E coglieremo l’occasione per effettuare una visita guidata delle città.

Informazioni Ravenna Teatro tel. 0544 36239

“Aver volontà di togliersi dall’ingiustizia è delitto o justizia?”. La storia di Beatrice Cenci

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Cenci in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 31 marzo.

«Il più alto fine morale a cui si possa aspirare nel più elevato genere drammatico, è insegnare al cuore umano la conoscenza di sé stesso».

Percy Bysshe Shelley

 

I Cenci nasce dalla tragedia in versi di Percy Bysshe Shelley (1819), ispirata a un manoscritto rinvenuto negli archivi romani e ambientata nella Roma del 1599, sotto il pontificato di Clemente VIII. La vicenda, ripresa nel 1935 da Antonin Artaud come manifesto del suo “teatro della crudeltà”, racconta la storia di Beatrice Cenci, vittima degli abusi del padre e artefice della sua uccisione nel tentativo di liberarsi. Scoperta, sarà giustiziata insieme ai complici, nonostante il favore del popolo. Questa riscrittura guarda al nucleo politico e poetico dell’opera: la responsabilità individuale di fronte al male, il rapporto tra religione e potere, e una violenza sistemica che attraversa i secoli. La vicenda diventa simbolo contemporaneo di vulnerabilità e resistenza attraverso una regia che mette in dialogo teatro, cinema e arti visive con atmosfere perturbanti e un’intensa partitura sonora. Un lavoro che mira a illuminare gli abissi dell’animo umano e a interrogare la nostra coscienza collettiva.

«[…] 11 settembre 1599, Roma. Beatrice Cenci, nobildonna appartenuta a una delle più influenti famiglie rinascimentali dell’epoca, viene giustiziata per parricidio, per essersi difesa dai ripetuti abusi di un padre violento e depravato dopo innumerevoli e ignorate richieste di aiuto. Vittima prima dei soprusi, poi della giustizia. Il processo spacca la città: “aver volontà di togliersi dall’ingiustizia è delitto o justizia?” Il giorno dell’esecuzione Caravaggio e Artemisia Gentileschi assistono alla decapitazione; quell’immagine si imprime nel loro sguardo, è una discesa ripida nella carne che genera visioni. Quel teatro della crudeltà è oggi per noi un attributo del concetto di verità. Cenci traccia una linea che attraverso i secoli giunge a noi sinistramente intatta nel suo nucleo primordiale, seppur mascherata dietro civili sembianze. Vi si denuncia l’anarchia del male, la responsabilità personale dell’ingiustizia che si propaga all’intera società, la religione come fondamento e condanna dell’edificio sociale del nostro Paese, così malato e bisognoso di laicità. Siamo spettatori di un “mancato rinascimento” che la storia dei Cenci concede di osservare con dolorosa complicità; uno specchio nostrano che racconta l’identità italiana ma che abbraccia anche un’identità europea sempre più categorica e dogmatica. Beatrice Cenci è oggi il simbolo di una vulnerabilità alla prepotenza del patriarcato imperante e dei modelli androcratici dominanti. Una donna del passato traccia il futuro. In questo nuovo viaggio teatrale siamo accompagnati da un custode, Antonin Artaud, teatrante, poeta, martire e visionario che ci sembra possa sovrapporsi a Beatrice Cenci, per tentare di congiungere arte e vita, corpo naturale e identità, per confondere i limiti, spostarli in avanti di continuo».

Giorgia Cerruti

 

 

«Cenci ci ricorda come il teatro possa essere un farmaco. Al contrario dell’esibizione quotidiana dell’orrore che riempie ormai ogni minuto della nostra giornata, l’arte della scena ci mette a confronto con la natura stessa della violenza, facendoci riflettere sulle possibili alternative. Non è spettacolo di cui sadicamente godere, ma pensiero in azione, un pensiero in grado forse di farci vergognare e costringerci a cambiare».

Enrico Pastore, PAC – paneacquaculture.net

 

«La messa in scena […] è un richiamo forte a quel nostro sguardo distratto, innanzitutto nel processo di smascheramento che attiva in scena quando i protagonisti apparsi in veneziane maschere colorate, se ne spogliano per mostrare il volto violento, il ghigno della loro funesta aggressività o anche l’umanità del loro sentire. E poi nell’uso molto figurativo, quasi rinascimentale direi, del colore in cui domina il rosso di una passione trasfigurata in sangue, un uso mai simbolico che, […] è un ‘mostrare diretto’».

Maria Dolores Pesce, Dramma.it

Piccolo e Massini raccontano il coraggio di Giacomo Matteotti

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Matteotti. Anatomia di un fascismo in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri dal 26 al 29 marzo.

Ottavia Piccolo e Stefano Massini, limpida attrice e acuto drammaturgo uniti da un forte impegno civile e da un sodalizio artistico, raccontano la tragica parabola di Giacomo Matteotti, l’uomo che, negli anni Venti, comprese la gravità dell’ascesa del fascismo quando molti non videro o non vollero vedere. La pièce, tra voce, musica e parole, ricostruisce l’ascesa di quel fenomeno eversivo e il coraggio di Matteotti, riformista e pacifista, oppositore instancabile, la cui arma politica era la parola documentata e fondata sui fatti. «Una parola che smaschera. Per questo fu ucciso», sottolinea la regista Sandra Mangini.

Sul palco, Ottavia Piccolo dà voce al testo di Massini, accompagnata dalle musiche di Enrico Fink che dirige i Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo. Un’opera potente che richiama alla responsabilità civile e alla necessità di non dimenticare, a cento anni dall’assassinio del deputato, il 10 giugno 1924.

«Ottavia Piccolo […] alterna monologhi serrati a climax con sei solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo. Plasma un capolavoro di dignità, sguardi, posture e imposture che è la documentatissima opera Matteotti anatomia di un fascismo scritta da Stefano Massini per lei e per un tributo di oltre cent’anni dall’agguato squadrista di cui il parlamentare fu vittima».

Rodolfo di Gianmarco, La Repubblica

 

«Una bella esperienza, quasi esemplare, per restituire al teatro la sua funzione civile, senza rinunciare al fascino della parola e dell’interpretazione, e del loro uso. Non a caso la cascata finale di applausi sembrano voler esprimere il calore del pubblico non solo per la bravura e la testimonianza dello spettacolo, ma un sentimento di piena partecipazione a quel primo piano di straordinaria intensità».

Gianfranco Capitta, il manifesto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«La narrazione contiene delle vere perle letterarie-teatrali. Penso alla descrizione della luce di Roma, alla narrazione del rapimento […] O anche la descrizione delle differenze economico sociali fatta attraverso i quattro/cinque cappotti che il possidente tiene nel proprio guardaroba. Osservazioni apparentemente minimali che diventano metafora e realtà fattuale»

Alessandro Allegrini, Il Giornale dell’Umbria

 

La vicenda esistenziale e politica di Giacomo Matteotti è quella di un uomo che seppe riconoscere e sistematicamente contrastare il fenomeno fascista, con una lucidità di sguardo e di analisi decisamente fuori dal comune.
In questa sua capacità visionaria egli fu piuttosto solo, per quanto sostenuto dai compagni di partito. Chi invece gli fu sempre accanto, fu Velia Titta, sua moglie.

Era un riformista, uno spirito costruttivo, un pacifista, e nello stesso tempo un oppositore accanito e implacabile.
Fu un uomo di studi giuridici ed economici che scelse di stare dalla parte della povera gente mettendo a frutto il suo sapere: amministratore instancabile, lottò tenacemente per dare strumenti tecnici di consapevolezza, di autogoverno, ai lavoratori dei campi del suo Polesine.
Uomo delle istituzioni come espressione del bene pubblico, fu parlamentare attivissimo, nei suoi molti scritti e nei suoi moltissimi discorsi.
La sua arma politica era la parola, documentata, fondata sui fatti, indiscutibile. Una parola che smaschera. Per questo fu ucciso.

Matteotti (anatomia di un fascismo) è un racconto popolare contemporaneo che indaga sul fenomeno fascista, mettendo a fuoco una serie di elementi cruciali e caratterizzanti, il cui esito finale (l’eliminazione violenta del corpo dell’oppositore, quale soggetto rivelatore della realtà dei fatti), corrisponde del tutto alla sua vera natura originaria, al suo inizio.

La persistenza di questo stesso fenomeno, nel tempo e nello spazio, in forme vecchie e nuove, ci porta a considerare quanto sia indispensabile, oggi più che mai, occuparsi della cosa pubblica, del bene pubblico, guidati da un pensiero costruttivo, legalitario, partecipativo, paritario, realistico, competente, attraverso atti e parole chiare, come quelle di Giacomo Matteotti e di sua moglie Velia.

Sandra Mangini

Una docu-performance sulla “generazione che viene”

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Never young – Dov’è Lolit* oggi? in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 21 marzo.

C’è un’età sospesa, inquieta e sfuggente: non più infanzia, non ancora maturità. È in questo spazio fragile e contraddittorio che Never Young affonda lo sguardo, dando voce a “giovanə Lolitə”, corpi inediti che giocano a fare i grandi per lanciarsi nel domani. Lo spettacolo ha la forma di una docu-performance alla scoperta di una generazione che esige un dialogo con il mondo degli adulti, troppo spesso assente o inadeguato. Seconda parte di un dittico dedicato all’attualità della figura di Lolita, il lavoro si interroga su ciò che questa “generazione che viene” rivela del nostro tempo: quale eredità ha ricevuto, quale immaginario la attraversa, quale spazio le è concesso.
Never Young si struttura in cinque quadri che intrecciano autobiografia collettiva, immaginario mediatico e riflessione sulla sessualità. Da Autobiografia di una Nazione, che attraversa il cambiamento dell’Italia dagli anni Novanta a oggi,  si passa all’interazione con il pubblico sulla retorica televisiva e sul suo impatto su pensiero, corpo e desiderio; quindi a un’indagine sulla sessualità dell’adolescenza e della preadolescenza, a un coro di voci over 65 che interrogano il presente, fino a una riflessione sull’infanzia perduta.
In scena, più generazioni convivono e si confrontano: un gruppo di interpreti affiancato da un coro di cittadine e cittadini ravennati, coinvolti attraverso laboratori. Emerge così un ritratto critico della società contemporanea, in cui passato e presente si intrecciano e dove il bisogno condiviso è quello di affermare, senza gerarchie d’età, il proprio essere qui e ora.

Lolita è troppe cose per sintetizzarla in un pensiero solo, ma certo ha rappresentato dalla seconda metà del Novecento ad oggi la curiosità verso un mondo degli adulti troppo lontano per poter essere d’aiuto o troppo vicino per poterne avere rispetto. La tensione verso l’altro, verso il nuovo che si avvicina, verso lo sconosciuto inteso proprio come territorio ignoto e confine da superare, è la lunga scia che da Nabokov, a Kubrick, passando per Balthus e Degas, ha segnato buona parte dell’arte e della letteratura del Novecento. Cos’è accaduto poi? Dov’è finito quello sguardo tra innocenza e pornografia che ha attraversato in sequenza più generazioni? Dov’è oggi Lolit*? Dove si nasconde,se si nasconde? Perché ci stupiamo quando lə scoviamo sulle cronache dei giornali o in qualche saggio specializzato quando sono sotto i nostri occhi tutti i giorni? Come siamo passati da Lolita alle baby squillo – alla prostituzione nei bagni delle scuole – ai marchettari bambini – agli sugar baby/sugar daddy/sugar mommy? A OnlyFans? E non nei paradisi tropicali dove nel confine tra lecito e illecito troviamo ancora la letteratura, dalla Thailandia di Houellebecq al Sudamerica di Márquez, ma nelle scuole sotto le nostre case, in questa Italia presa in prestito dalla fretta, dalla libidine a tutti i costi, dal piacere indiscriminato. Sono davvero finiti i sogni? Ma chi ha smesso, per primo, di sognare?

Note di regia, Biancofango

 

 

«La natura epica dei primi tre quadri cede, dunque, il passo all’utopia di Peter Pan. Alla bambina bionda del finale. Al sogno di un’infanzia rubata. A quell’aria di Händel che, avvolgente brano di chiusura, vuole essere in fondo anche un auspicio, una carezza poetica capace di andare oltre l’arena del mondo sociale e i soprusi della nostra storia politica, per riconsegnare ai ragazzi la loro sacrosanta “libertà” di sognare, crescere in pace, credere in se stessi e nel futuro».

Laura Novelli, Pac – Paneacquaculture.net


«Tra momenti di parossismo performativo ultragiovanilistico e pezzi di teatro documentario dedicato alla generazione oggi quasi anziana (ma che un tempo, negli anni del cosiddetto “disimpegno” furono altrettanto giovani), la figura di Lolita si distacca dall’intreccio di Nabokov per trasformarsi in emblema dell’Italia berlusconiana, quella uscita dai rottami della prima repubblica. E lo fa attraversando generi e linguaggi – dal coro, alla performance, al monologo d’attore – in una forma scenica frastagliata che, ben presto, si rivela per ciò che è davvero: una sorta di evocazione fantasmatica dei demoni che hanno abitato un’Italia gioiosamente votata all’edonismo come nuovo orizzonte politico».

Graziano Graziani, grazianograziani.wordpress.com