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Uno spettacolo che ci permette di ascoltare le voci di chi ha vissuto la guerra

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026 – evento speciale

Crescere, la guerra in scena come evento speciale per La Stagione dei Teatri 2025-2026 al Teatro Alighieri l’11 maggio, in collaborazione con il Festival delle Culture.

Forse il male non è il contrario del bene,
ma la sua ombra.
F. Mannocchi, Crescere, la guerra (Einaudi, 2026)

Crescere, la guerra è uno spettacolo che intreccia voci e testimonianze vere, raccolte da diverse guerre del passato e del presente, per mettere in luce il punto cieco della nostra umanità: l’indifferenza. Un viaggio teatrale, che ci costringe ad ascoltare ciò che spesso scegliamo di non vedere: il dolore degli altri.

Attraverso le parole di chi ha vissuto la guerra, si mostra come i semi dei conflitti futuri si annidino nell’inconsapevolezza del presente, nella distrazione di chi racconta senza cura, nella sordità di chi ascolta senza empatia. Una riflessione profonda sul tempo, la memoria e la responsabilità collettiva. Perché ogni guerra nasce anche da ciò che non siamo stati capaci di proteggere. E ogni pace si costruisce a partire da ciò che decidiamo di vedere.

«[…] le sue poesie – al contempo canto, preghiera e maledizione – convocano la grandezza e lo scempio dell’umano davanti alla guerra. Dalla Valle della Beqaa a Kabul, da Sednaya a Yarmouk e Jenin, i territori del massacro sono scelti da chi nel suo lavoro ne ha visitati molti altri. […] E che Mannocchi ce li abbia restituiti in modo così intenso e puntuale è ulteriore prova del suo essere sempre stata poeta, prima di essere reporter».

Alessandra Pigliaru, ilmanifesto

 

«Nel suo incedere quasi aedico, martellato di ripetizioni e di deittici, l’autrice opta per una punteggiatura ingombrante tanto quanto lo è il suo desiderio di riempire lo spazio bianco della pagina, affinché niente rimanga in balia dell’omissione, dell’indifferenza, del fraintendimento. Le parole sgambettano e tranciano, sbocciano per sgomentare: sono preghiere e denunce, canti crudi, nomi propri, dalla cui fiamma non possiamo ripararci perché intorno nel frattempo è tutto schizzato di inchiostro – e l’inchiostro è come una gabbia, che esige posture scomode e vigili».

Eva Luna Mascolino, Il Libraio.it

 

Francesca Mannocchi – Giornalista, scrittrice e documentarista italiana specializzata di migrazioni e conflitti. Ha realizzato reportage da Iraq, Libia, Libano, Siria, Tunisia, Egitto, Yemen, Afghanistan, Ucraina, Somalia, Chad, Kenya, Sud Sudan, Bangladesh, Palestina e Israele, e nel 2015 ha diretto il documentario If I close my eyes sui bambini siriani rifugiati in Libano dopo l’inizio della guerra. Nel 2016-2017 ha seguito per mesi l’offensiva per liberare Mosul dallo Stato Islamico e a seguito di quell’esperienza ha diretto e sceneggiato insieme al fotografo Alessio Romenzi il documentario Isis, Tomorrow – The lost souls of Mosul, una coproduzione italo-franco-tedesca presentata alla 75a Mostra internazionale del Cinema di Venezia e proiettata in numerosi festival internazionali tra cui Doha, New York e Berlino. Dal 2022 segue l’invasione russa in Ucraina e ha realizzato, prodotto da Fandango, il documentario Lirica Ucraina con cui ha vinto nel 2025 il David di Donatello per il miglior Documentario.

Rodrigo D’Erasmo – Violinista, polistrumentista, compositore, arrangiatore e produttore di formazione classica, dal 2001 ad oggi ha registrato decine di album e suonato con numerose band e artisti tra cui Mark Lanegan, Muse, Damon Albarn, Rokia Traoré e molti altri. Dal 2008 è il violinista degli Afterhours, con cui ha vinto tra gli altri il premio della critica al Festival di Sanremo 2009 e il premio Tenco nel 2012. È stato producer ad X Factor nelle edizioni 10, 11, 13 e 14 nel team di Manuel Agnelli e direttore musicale della trasmissione cult di Rai Ossigeno. Dal 2014 ha diretto l’orchestra di Sanremo per vari artisti tra cui Diodato, con il quale nel 2020 ha vinto il Festival con il brano Fai Rumore.
Ha composto colonne sonore per film e documentari e nel 2022 è uscito Songs in a Conversation, progetto con Roberto Angelini che omaggia Nick Drake a 50 anni dall’uscita del suo ultimo lavoro discografico Pink Moon. È ideatore e direttore artistico del Festival multidisciplinare GoDai Fest che quest’anno andrà in scena il 20 e 21 settembre a Milano per la sua terza edizione al Parco ex Paolo Pini. Con Roberto Angelini nel 2025 ha pubblicato il progetto musicale e letterario Il dominio della luce.

Ravenna Teatro a Gothenburg per ETC International Theatre Conference

Ravenna Teatro alla ETC International Theatre Conference di Göteborg: formazione, reti europee e innovazione tra sostenibilità e digitale

 

Ravenna Teatro ha preso parte alla ETC International Theatre Conference svoltasi dal 23 al 26 aprile a Göteborg, in Svezia, presso il Göteborgs Stadsteater e il Backa Teater. L’evento ha riunito circa 200 direttori e professionisti delle arti performative provenienti da 35 Paesi, configurandosi come uno dei principali momenti di incontro per la collaborazione internazionale nel settore teatrale.

Fondata nel 1988, l’European Theatre Convention (ETC) è la più grande rete di teatri pubblici in Europa, con oltre 80 membri in 33 Paesi, sostenuta dal programma Creative Europe dell’Unione Europea, di cui Ravenna Teatro è partner dal 2024. L’organizzazione promuove il teatro europeo come spazio fondamentale di dialogo, democrazia e interazione, sostenendo attività di networking, sviluppo professionale e collaborazioni artistiche su scala internazionale. A questo proposito ricordiamo gli spettacoli internazionali che Ravenna Teatro ha inserito nella programmazione de La Stagione dei Teatri, diretti da registi di fama mondiale, come il polacco Norbert Rakowski con la pièce I’m Nowhere, presentato a Buenos Aires e in Cina subito dopo la tappa ravennate.

L’edizione 2026, intitolata Open to the World, ha posto al centro il ruolo del teatro in un contesto di cambiamento politico e culturale, promuovendo un confronto e uno scambio vivo, strutturato in tavole rotonde e panel, su temi cruciali per il settore: modelli di finanziamento, il ruolo delle donne nel teatro, la formazione degli attori e il loro inserimento nel mondo del lavoro, la difesa dell’autonomia artistica e politica delle istituzioni teatrali dalle interferenze statali.


La partecipazione alla rete ETC per Ravenna Teatro non è solo un’occasione per tessere e consolidare relazioni con realtà teatrali europee, ma anche un concreto dispositivo di formazione e mobilità internazionale. In questo quadro si colloca l’assegnazione di due grant messi a disposizione dai partner ETC. Il primo è l’ETC Theatre Green Book, un percorso sulle pratiche sostenibili nella produzione teatrale, articolato in una serie di webinar e culminato in una certificazione. Il secondo, invece, si è concentrato sull’impiego delle tecnologie digitali nella creazione scenica: in partenariato con il Teatro Jana Palaricka di Trnava (Slovacchia), Ravenna Teatro ha preso parte a un programma formativo che ha combinato momenti online con una residenza intensiva di cinque giorni presso l’Academy for Theatre and Digitality di Dortmund. In questo contesto, due membri dei teatri coinvolti hanno potuto esplorare in modo approfondito, attraverso strumenti avanzati, le potenzialità del videomapping applicato alla scena. I risultati di questa sperimentazione saranno presentati pubblicamente in occasione della prossima conferenza ETC prevista per l’autunno.

“La città di carta”, Storie di Ravenna riemerse dall’Archivio di Stato, in scena dal 14 al 23 maggio

Non una visita guidata, ma un’esperienza narrativa e teatrale dentro la materia viva dell’archivio, tra corridoi, sale, mappe, registri e cassetti che si aprono svelando carte e storie dimenticate o nascoste

A partire da mercoledì 29 aprile presso il Teatro Rasi sarà possibile acquistare i biglietti per gli spettacoli de LA CITTÀ DI CARTA. Storie di Ravenna riemerse dall’Archivio di Stato, un percorso itinerante attraverso l’Archivio di Stato di Ravenna (Piazza dell’Esarcato) alla scoperta di mappe e registri ricchi di storie dimenticate o nascoste, in programma dal 14 al 23 maggio. I posti sono limitati, prevendita obbligatoria.

LA CITTÀ DI CARTA è un progetto speciale di Storie di Ravenna all’Archivio di Stato, un’esperienza itinerante che attraversa i luoghi della conservazione per trasformarli in luoghi di racconto e visioni. Corridoi, sale, scaffali, cassetti, registri, mappe, fascicoli: l’Archivio si apre a un piccolo gruppo di spettatrici e spettatori non come deposito immobile, ma come spazio abitato da voci, conflitti, tracce, memorie. Da una parte la grande Storia — gli scontri politici, le leggi, il rapporto tra papato e impero, le vicende del Novecento, la guerra, il fascismo, il movimento studentesco — dall’altra storie minori, laterali, spesso dimenticate, che emergono da una lettera, da una sentenza, da una circolare, da un manifesto, da una ricetta, da un elenco di libri proibiti, da un fascicolo rimasto chiuso per decenni.

Gli archivisti diventano narratori e guide di un percorso teatrale e informale, in cui i documenti non vengono soltanto mostrati, ma interrogati, ascoltati, rimessi in movimento. Le carte raccontano l’assalto alla cooperativa nel 1922, la deposizione di Nullo Baldini, i confini tra stati nel Settecento, le acque potabili, le pinete e il raccolto dei pinoli, la censura cinematografica, le misure dei costumi da bagno, il ritrovamento del corpo di Anita Garibaldi, gli studi sulle ossa di Dante, le lotte studentesche, fino a vicende intime e struggenti rintracciate da pochi fogli superstiti o indagini di polizia.

È un viaggio dentro la materia viva della storia: non una lezione, non una visita tradizionale, ma un intreccio di narrazioni che nasce direttamente dalle fonti. Ogni documento conserva un frammento di mondo, ogni registro trattiene una voce, ogni mappa disegna non solo uno spazio ma un modo di abitare il tempo. L’Archivio di Stato diventa un luogo da percorrere e da ascoltare, dove perdersi attraverso più di un millennio di storia cittadina, e dove il passato torna a parlare nel gesto stesso di aprire una carta, leggere un nome, seguire una traccia.

LA CITTÀ DI CARTA
Storie di Ravenna riemerse dall’Archivio di Stato
con Maria Desantis, Michela Dolcini, Fabio Lelli, Marco Mascia, Carmen Morelli, Vito Ronchi, Pamela Stortoni
voci Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Laura Redaelli
ideazione e la regia Alessandro Renda

 

CALENDARIO SPETTACOLI
giovedì 14, venerdì 15, giovedì 21 e venerdì 22 maggio ore 18.00 e 20.15
sabato 16 e sabato 23 maggio ore 11.00

 

STORIE DI RAVENNA – Racconti visioni e cronache dalla fondazione a oggi è una rassegna, giunta alla sua ottava edizione, ideata e curata da Alessandro Argnani, Giovanni Gardini, Alessandro Luparini, Roberto Magnani, Laura Orlandini, Alessandro Renda. Il progetto è sostenuto da Nuova Olp Srl.


BIGLIETTI – Ingresso unico 10 €. I biglietti sono in vendita da mercoledì 29 aprile, presso il Teatro Rasi (il 29 aprile e i giovedì 7, 14 e 21 maggio dalle 16.00 alle 18.00) e su ravennateatro.com

Evento itinerante e su più piani dell’edificio, posti limitati, l’acquisto in prevendita è obbligatorio.

INFO E CONTATTI
Teatro Rasi – via di Roma 39
biglietteria aperta il giovedì dalle ore 16,00 alle 18.00 e da un’ora prima dell’evento.
Ravenna Teatro Centro di Produzione Teatrale – via di Roma 39
uffici aperti al pubblico da lunedì a venerdì dalle ore 10:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00
tel. 0544 36239 info@ravennateatro.com biglietteria@ravennateatro.com

La storia dei 7 fratelli Cervi e di quel lutto negato

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

I 7 Cervi in scena per  La Stagione dei Teatri 2025-2026 al Teatro Alighieri il 28 aprile.

«Mi hanno sempre detto: tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami. Ma guardate il seme. Perché la quercia morirà. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo»
“Papà” Alcide Cervi

Dopo una violenza, può capitarne di seguito un’altra: quella di un silenzio imposto, di un lutto negato, di corpi sottratti alla pietà. Da qui prende avvio lo spettacolo di Eugenio Sideri, che sceglie di raccontare la vicenda dei sette fratelli Cervi intrecciandola con il mito di Antigone.

I Cervi, figli di una famiglia contadina di Campegine e protagonisti della Resistenza antifascista, furono fucilati il 28 dicembre 1943 al Poligono di Tiro di Reggio Emilia insieme a Quarto Camurri. Alla loro uccisione seguì la negazione del cordoglio: una sepoltura frettolosa e l’impossibilità, per lungo tempo, di onorarli pubblicamente. È in questo spazio che il richiamo ad Antigone si fa centrale. Come nella tragedia di Sofocle la giovane sfida il potere per dare sepoltura al fratello, così Genoeffa Cocconi, madre dei Cervi, rivendicò il diritto al lutto, senza poterlo vedere compiuto.
In scena, gli interpreti sono insieme figure storiche e personaggi tragici: Genoeffa è Antigone, il gerarca fascista richiama Creonte. Attraverso questa sovrapposizione, la vicenda diventa riflessione sul conflitto tra legge e coscienza. Il dialetto reggiano, accanto all’italiano, restituisce radicamento e concretezza.

Lo spettacolo si inserisce nel progetto “I 7 Cervi” e nasce nell’ambito dell’ottantesimo anniversario dei funerali pubblici del 28 ottobre 1945, quando quella storia entrò definitivamente nella memoria collettiva della Resistenza.

Son sette le lettere della Memoria.

A, di Aldo.
Sono partito da un pensiero che era, ed è, un ordigno esploso nella pancia: perdere 7 figli. In un attimo, in un momento, ritrovare sette sedie vuote in quella stanza che aveva visto una famiglia contadina radunarsi, parlarsi, ragionare, leggere, raccontare “fole”. All’improvvisto la stanza si fa silenzio e il vuoto avanza inesorabile, come la nebbia della campagna emiliana.

G, di Gelindo.
Ho ascoltato questa terribile sensazione che mi aggrovigliava le viscere e mi schiacciava le spalle: dolore che ti taglia, ma anche rabbia, anche un grido che si fa pianto e lamento e rivolta.

F, di Ferdinando.
I Cervi e Antigone. Una madre e una sorella rivendicano il proprio lamento e vogliono la dignità di sepoltura per i loro cari, rubati alla vita per una idea di Libertà.

A, di Antenore.
Ho cercato il racconto, in una misura cronologica, camminando con Genoeffa e Antigone a ritroso, per ricordare da dove tutto aveva avuto inizio, e come. Dai Campi rossi, presi in affitto per realizzare nuove tecniche di lavoro, alle parole di Sofocle e del popolo di Tebe.

O, di Ovidio.
E’ proprio il Coro che si fa protagonista, ieri come oggi, nella rivolta contro il potere della dittatura; Coro-Popolo che canta, che si batte, che resiste.

E, di Ettore.
Alcide si fa Tiresia e, come un indovino, legge negli incubi neri della notte che inghiottirà i suoi figli e che darà voce a Don Pasquino Borghi, di lì a poco fucilato per la sua militanza antifascista.

A, di Agostino.
Non volevo la verosimiglianza, e nemmeno la rievocazione, ma trovare un denominatore comune alle due vicende per dar voce ad una unica voce, come se anche i personaggi smettessero di essere tali ed entrassero del Coro di quell’unico funerale del 28 ottobre 1945.

Poi c’è la C, che raccoglie tutto l’alfabeto. C di Cervi.

C come chi combatte, chi non molla, chi non si è arreso nemmeno dinanzi al plotone d’esecuzione, C come madri e padri che han guardato il seme e in lui han visto il futuro.

Eugenio Sideri

Uno spettacolo divertente ma amaro sull’illusione del successo

AL SOCJALE 2025-2026

Breviario di situazioni in cui occorrerebbe avere qualche fondamento di Tao in scena per la rassegna Al Socjale 2025-2026 al Teatro Socjale il 27 aprile.

Considera il tuo io come la tua peggior sfortuna

Breviario di situazioni in cui occorrerebbe avere qualche fondamento di Tao è uno spettacolo comico, contemporaneo e multilingue sul rapporto tra Oriente e Occidente, che si ispira al pensiero taoista – un sistema di pensiero profondamente radicato nella cultura cinese – per portare all’attenzione il dilemma esistenziale dell’identità. A partire dallo Zhuang-zi, uno dei tre libri del Canone Taoista, Viola e Matteo – i due componenti della compagnia Tristeza Ensemble e protagonisti dello spettacolo – raccontano di non riuscire ad accettare di non avere abbastanza talento per farsi un nome nel mondo del teatro. Ecco perché, al ritrovamento di un bislacco manoscritto taoista, credono di avere tra le mani lo spettacolo che li vendicherà agli occhi di chi non ha mai riconosciuto il loro genio: per ottenere l’ambitissimo Premio Ubu sono dunque disposti a tutto. Decidono infatti di reclutare alla spicciolata due malcapitati ragazzetti italo-asiatici e iniziano le prove nel retro di un ristorante cinese e si chiedono: i nostri sogni sono forse il riflesso del nostro ego smisurato?

Cos’è il Taoismo?
Il taoismo è una tradizione filosofica e religiosa nata in Cina tra il VI e il IV secolo a.C., attribuita principalmente al pensatore Laozi. Si basa sul concetto di Dao (o “Tao”), cioè il “principio” o la “via” che regola in modo naturale e armonioso l’universo. L’obiettivo dell’essere umano, secondo il taoismo, è vivere in accordo con questo flusso naturale, evitando forzature e seguendo il principio del wu wei, ovvero l’“azione senza sforzo” o il non-agire intenzionale. È una visione che valorizza semplicità, equilibrio e connessione con la natura; una pratica quotidiana anti-antropocentrica, antitetico al “cogito ergo sum” cartesiano, un riconoscere sé stessi come una piccolissima parte di un tutto.

«Lo spettacolo utilizza una comicità leggera e autoironica per affrontare un tema profondo come l’identità, richiamandosi al pensiero taoista di Zhuang-zi senza mai risultare didascalico. Il conflitto tra sogno, ego e fallimento artistico prende forma attraverso i personaggi di Viola e Matteo, figure fragili e ambiziose, sospese tra desiderio di riconoscimento e autoinganno. Il ritrovamento del manoscritto e le prove improvvisate nel retro di un ristorante cinese danno ritmo e situazioni surreali alla scena. Ne emerge una riflessione amara ma divertita sul talento, sull’illusione del successo e sulla difficoltà di accettare i propri limiti».

Progetto Visionari 2026 – Polis Teatro Festival

 

«[…] Usano sé stessɜ per scardinare le resistenze, queste sì antimoderne, del nostro mondo, al pari di Tristeza Ensemble nel Breviario di situazioni in cui occorrerebbe avere qualche fondamento di Tao. […] fa satira dell’ego, in particolare deɜ teatrantɜ, dispostɜ a tutto, pur di fare uno spettacolo che vinca ai Premi Ubu, e ironia sul modo distorto che abbiamo noi occidentali di intendere la filosofia orientale»

La compagnia Tristeza Ensemble è formata da Matteo Gatta e Viola Marietti, compagni di accademia al Piccolo Tetro di Milano. La compagnia nasce nel 2018 con lo spettacolo AMORE, per la scrittura di Gatta e la regia di Marietti, interpretato da entrambi. AMORE vince il bando #pillolediteatro2018 del Teatro Studio Uno (Tor Pignattara) e replica al Teatro India di Roma nell’estate 2019 all’interno del festival Dominio Pubblico, più altre date tra Ravenna e Milano. Nel 2021 nasce A.L.D.S.T. (Al Limite Dello Sputtanamento Totale), monologo di e con Viola Marietti, con la co-regia di Gatta e Gabriele Gerets Albanese nel ruolo di dramaturg. Lo spettacolo debutta al Teatro Franco Parenti di Milano e conta oltre 40 repliche, tra cui il Teatro Nazionale di Genova, l’Angelo Mai a Roma, il Foce a Lugano, il Morlacchi di Perugia.

Focus Lavoro: 4 film sui temi della precarietà e dei diritti

Dal 29 aprile al 19 maggio, un percorso composto da quattro film, pensato in collaborazione con CGIL Ravenna, Comune di RavennaFestival delle Culture e Cinemaincentro, per affrontare la questione lavorativa nell’era contemporanea, con un’attenzione ai temi legati all’immigrazione

Il FOCUS LAVORO – il progetto di Ravenna Teatro, CGIL Ravenna e Comune che ha attraversato l’intera Stagione 2025/2026 con spettacoli, incontri e proiezioni – si conclude con una rassegna cinematografica in programma al Cinema Mariani dal 29 aprile al 19 maggio. Quattro film che affrontano i temi della precarietà e dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici nel nostro presente, con un’attenzione rivolta alle delicate questioni che colpiscono le persone con background migratorio. Il ciclo è realizzato in collaborazione con Comune di RavennaFestival delle Culture e Cinemaincentro.

Le proiezioni sono in lingua originale con sottotitoli e iniziano tutte alle ore 21.00.

Si comincia mercoledì 29 aprile con La storia di Souleymane di Boris Lojkine (Fra 2024, 93’), due giorni cruciali nella vita di Souleymane, giovane migrante guineano senza documenti a Parigi, tra consegne in bici e il colloquio decisivo per l’asilo. Un racconto teso e realistico che denuncia lo sfruttamento della gig economy e la fragilità di chi vive sospeso tra sopravvivenza quotidiana e diritto al riconoscimento. Il film è stato premiato al Festival di Cannes, ha vinto un premio ai European Film Awards, ha ottenuto 8 candidature e vinto 4 Cesar, ha ottenuto 5 candidature e vinto un premio ai Lumiere Awards. La proiezione è a ingresso gratuito.

Grand Ciel di Akihiro Hata (Fra, 2026, 91’) è invece in programma martedì 5 maggio. Il film racconta di un cantiere notturno destinato a diventare una città del futuro, in cui operai precari e invisibili lavorano in condizioni sempre più dure e rischiose. Tra misteriose sparizioni e sospetti di insabbiamento, Grand Ciel si rivela un thriller sociale che svela il costo umano del progresso, tra sfruttamento e vulnerabilità dei lavoratori, soprattutto migranti.

Martedì 12 maggio è la volta di The Old Oak di Ken Loach (GB, 2023, 113′), ambientato in un ex villaggio minerario del nord dell’Inghilterra, in cui vive una comunità impoverita e divisa dall’arrivo di rifugiati siriani. Tra tensioni sociali e paure alimentate dalla precarietà, il film intreccia lavoro e immigrazione, aprendo uno spazio di solidarietà possibile tra chi condivide la stessa fragilità.

La rassegna si chiude martedì 19 maggio con Anywhere Anytime di Milad Tangshir (Ita 2024, 82’), una proiezione a ingresso gratuito che segue la lotta quotidiana di Issa, un giovane migrante senza documenti nella Torino contemporanea. Un racconto secco e profondamente umano sullo sfruttamento contemporaneo, dove il lavoro non offre integrazione ma produce nuova fragilità e marginalizzazione.

I biglietti sono prenotabili o acquistabili su cinemaincentro.com o direttamente al Cinema Mariani.

INFO E CONTATTI

Biglietti L’Histoire de Souleymane e Anywhere Anytime sono eventi gratuiti, prenotabili inviando una mail a casadelleculture@comune.ravenna.it.
Per Grand Ciel e The Old Oak i biglietti sono prenotabili o acquistabili su cinemaincentro.com o direttamente al Cinema Mariani (intero 8 €, ridotto 6,50 €, under25 5 €).
Gli abbonati de La stagione dei Teatri hanno diritto al biglietto ridotto.

Informazioni Cinema Mariani, via Ponte Marino 19 Ravenna, tel. 0544 37148
cinemamariani.ravenna@gmail.com e cinemaincentro.com

FOCUS LAVORO è un percorso di approfondimento sulle questioni lavorative contemporanee attraverso spettacoli, proiezioni e incontri nell’arco della Stagione dei Teatri 25/26, realizzato da Ravenna Teatro in collaborazione con CGIL Ravenna e con l’Assessorato del Lavoro del Comune di Ravenna.

In viaggio con Ravenna Teatro: Bolzano e Merano

IN VIAGGIO CON RAVENNA TEATRO
Bolzano e Merano | sabato 9 e domenica 10 maggio

L’opera di Alexander Langer, Bolzano e Merano, i teatri del territorio
Incontri, spettacolo, visita guidata

 

Dopo Milano (al Teatro dell’Elfo e Olinda), Vicenza (al Teatro Olimpico per la prima dell’Oresteia di Terzopoulos), il teatro grande di Pompei (Lisistrata), quest’anno Ravenna Teatro invita cittadine e cittadini a partecipare al Viaggio che li porterà a Bolzano e Merano. Anche il Viaggio 2026 è parte del progetto che intende accompagnare gli appassionati di teatro a conoscere realtà che operano in altre città e condividere iniziative di respiro internazionale.

A Bolzano ci porta la collaborazione con la Fondazione Alexander Langer Stiftung, che visiteremo (Langer e il suo impegno civile, culturale e politico e a favore dell’ambiente ha ispirato lo spettacolo che vedremo a Merano) e conosceremo l’attività dei teatri La Ribalta e Pratiko. A Merano parteciperemo all’incontro sullo stato dei teatri e assisteremo allo spettacolo Forum Langer: eco di un viaggiatore leggero. Non mancheranno come sempre una visita guidata (Bolzano) e il tempo libero.

PROGRAMMA:

 

  • SABATO 9 MAGGIO
    – ore 7.30 Partenza dal parcheggio del CinemaCity. Arrivo a Bolzano in tarda mattinata. Check-in all’Ostello della Gioventù (in centro a Bolzano)
    – Pranzo e tempo libero
    – Ore 15.00 Visita alla Fondazione Alexander Langer Stiftung, con Sabina Langer
    – Ore 16.00 Visita guidata della città.
    Chi desidera, può inoltre visitare il Museo Archeologico (che ospita Ötzi l’Uomo venuto dal ghiaccio; ultimo ingresso ore 17,30)
    – Ore 18.00 ritrovo alla Nuova libreria Cappelli per Storia delle rivoluzioni immaginarie
    Incontro con Graziano Graziani in dialogo con Alessandro Argnani (Ravenna Teatro), Fiorenza Menni, Andrea Mochi Sismondi, Antonio Viganò (Teatro la Ribalta), Nazario Zambaldi (Teatro Pratiko)
    – Cena e serata libere

 

  • DOMENICA 10 MAGGIO
    – Ore 9.30 partenza per Merano
    – Ore 10.00 Freedom di Roberto Paci Dalò e a seguire l’incontro Teatro o teatri?
    – Pranzo e pomeriggio liberi
    Possibilità di visitare il museo Kunst Merano (è in corso la mostra “René Francisco. Cómplice”)
    – Ore 18.00 Forum Langer: eco di un viaggiatore leggero
    spettacolo con Alice Cottifogli e la regia di Alessandro Argnani

    Al termine dello spettacolo partenza per Ravenna e rientro previsto per la tarda serata


Quota di partecipazione
175 euro

La quota comprende: viaggio e spostamenti previsti, pernottamento con prima colazione in camere doppie o triple, visita guidata di Bolzano e ingressi ai monumenti del percorso, ingresso allo spettacolo.
La quota non comprende: pasti, ingressi ai musei (facoltativi), tassa di soggiorno (2.40 € da pagare in loco).
Nota: portare telo/accappatoio da casa, chi desidera lo può noleggiare all’Ostello al costo di 4 €.

Informazioni più dettagliate e iscrizioni: Ravenna Teatro tel. 0544 36239 e info@ravennateatro.com

Quel tentativo di fermare il tempo che ancora ci appartiene

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Tre sorelle – Nevica. Che senso ha? in scena per  La Stagione dei Teatri 2025-2026 al Teatro Alighieri dal 16 al 19 aprile.

Scritta nel 1900 e ispirata alle sorelle Zimmermann della cittadina di Perm, Tre Sorelle è un’opera del drammaturgo russo Anton Čechov. Si narra di Olga, Maša e Irina, tre donne intrappolate in una provincia soffocante, incapaci di realizzare il loro desiderio di tornare a Mosca. Nella sua rilettura, Liv Ferracchiati sceglie di far risaltare l’attualità del testo: emergono così la precarietà emotiva e il senso di vuoto che attraversa le relazioni umane. La scenografia essenziale unita a elementi contemporanei amplifica il sentimento di alienazione, mentre il linguaggio recitativo oscilla tra classicismo e modernità. Con ironia e introspezione, lo spettacolo mostra le fratture interiori dei personaggi e le loro aspirazioni irrisolte, restituendo un ritratto intenso e universale dell’incompiutezza dell’esistenza.

Tre sorelle è un testo filosofico sull’esistenza, infatti somiglia a una sequenza di fotografie che racconta come l’essere umano impiega e attraversa il tempo prima di morire. La questione centrale non è il tempo che passa, ma il momento in cui il tempo non garantisce più un senso, una promessa, una direzione. Čechov non racconta un crollo improvviso: racconta un’erosione lenta, un logoramento per accumulo, una disgregazione silenziosa che avviene mentre la vita continua uguale a se stessa, così che, alla fine e in profondità, tutto tende a equivalersi. Come direbbe Čebutykin, l’anziano dottore: «tutto è uguale». In Čechov anche il ricordo del passato sbiadisce e si perde ogni riferimento. Non a caso nel terzo atto, Čebutykin rompe l’orologio appartenuto alla madre delle sorelle, la donna che ha amato e che ora quasi non ricorda più. Un atto violento, apparentemente casuale, che neppure lui riesce a giustificare e che mostra una verità, apre un varco nella narrazione del tempo e della memoria. Questo orologio di porcellana in pezzi, a terra, è per noi uno dei nuclei più potenti dell’opera e da qui abbiamo scelto di irraggiare l’azione. Čechov parla del tempo per parlare della vita e l’orologio è, in questa prospettiva, un oggetto di sfondo appartenente a un’epoca in cui si credeva che il tempo conducesse da qualche parte. Per questo Tre sorelle ci appare così contemporaneo: anche il nostro tempo ha perso le sue garanzie senza trovare nuove fondamenta. Čechov sembra dirci che persino la memoria, ultimo appiglio doloroso, non può che cedere. I personaggi continuano a dimenticare e a non comunicare. Forse per questo, sulla scena, si scattano fotografie, per tentare di fermare la vita, di salvare almeno l’attimo presente. La consapevolezza non sprofonda mai, però, nel nichilismo, anzi rafforza il valore dell’agire nell’orizzonte terrestre, nulla è più prezioso del vivere stesso, un bicchiere di champagne, una musica da ascoltare. Va bene anche scoprire che nulla ha senso. È Tuzenbach a dirlo: «Nevica. Che senso ha?»

Liv Ferracchiati

 

Liv Ferracchiati è autore, regista e performer, diplomato alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano. Nel 2015 fonda la compagnia The Baby Walk e dà vita alla Trilogia sull’identità, il cui secondo capitolo, Stabat Mater vince il Premio Hystrio Scritture di Scena mentre il terzo, Un eschimese in Amazzonia, si aggiudica il Premio Scenario. Nel 2016 inizia una collaborazione con il Teatro Stabile dell’Umbria e debutta con Todi is a small town in the center of Italy. Alcuni suoi lavori vengono selezionati da Antonio Latella per la Biennale Teatro 2017 di Venezia, mentre all’edizione 2020 riceve una menzione speciale per La tragedia è finita, Platonov. Nel 2020 per Marsilio Editori pubblica il suo primo romanzo, Sarà solo la fine del mondo. Seguono altri lavori registici e autoriali, prodotti da teatri nazionali e stabili: Uno spettacolo di fantascienza (2022); Morte a Venezia (2024); Hedda Gabler. Come una pistola carica (2024); Come tremano le cose riflesse nell’acqua (2024), che vince Le Maschere del Teatro Italiano come miglior spettacolo di prosa. Attualmente è impegnato insieme all’illustratore Ehsan Mehrbakhsh, nella scrittura di un graphic novel edito da Fandango.

La Riviera romagnola: un microcosmo tra intimità ed esibizione

AL SOCJALE 2025-2026

Ombrelloni. Riviera Blues in scena per la rassegna Al Socjale 2025-2026 al Teatro Socjale il 14 aprile.

«È possibile capire molto di un paese guardando le sue spiagge. In tutte le culture, la spiaggia è quel raro spazio pubblico in cui si possono trovare le assurdità e i comportamenti eccentrici tipici di ogni nazione»

Martin Parr

 

Ogni estate gli stabilimenti balneari della Riviera romagnola si trasformano in comunità temporanee, spazi in cui si intrecciano abitudini, desideri e ossessioni. Sotto gli ombrelloni convivono corpi esposti e sguardi nascosti, slanci vitali e lunghe immobilità pomeridiane, in un microcosmo che oscilla tra intimità ed esibizione e riflette dinamiche più ampie della società contemporanea, dal turismo di massa al consumismo, fino a una diffusa rimozione delle urgenze ambientali. 

Ogni estate gli stabilimenti balneari della Riviera romagnola si trasformano in comunità temporanee, spazi in cui si intrecciano abitudini, desideri e ossessioni. Sotto gli ombrelloni convivono corpi esposti e sguardi nascosti, slanci vitali e lunghe immobilità pomeridiane, in un microcosmo che oscilla tra intimità ed esibizione e riflette dinamiche più ampie della società contemporanea, dal turismo di massa al consumismo, fino a una diffusa rimozione delle urgenze ambientali.
A partire da questo contesto, Ombrelloni della compagnia Studio Doiz costruisce un dispositivo narrativo che assume il Bagno Kursaal – stabilimento balneare immaginario rimasto invariato per trent’anni – come punto di osservazione privilegiato per interrogare trasformazioni e contraddizioni del paese. Il lavoro si inserisce nel solco del teatro di narrazione, rielaborandone le matrici attraverso un linguaggio che intreccia parola scenica e intervento musicale dal vivo. Nutrito anche dallo sguardo del fotografo Martin Parr, lo spettacolo compone un “blues rivierasco” in equilibrio tra registri satirici e suggestioni di realismo magico, restituendo un immaginario collettivo sospeso tra memoria e possibile scomparsa.

«La comicità di Ombrelloni è una vertigine d’equilibrio. Gardelli scrive un testo che potremmo dire felliniano, non tanto per ambientazione, quanto per la modalità con cui trasforma l’aneddoto in visione. La parola si fa immagine, e l’immagine diventa teatro. La lingua si piega e si apre, si colora di dialettismi […] e scivola nel dialetto con naturalezza. Nel lavoro di Lorenzo Carpinelli tutto è misura. Anche la sguaiatezza. La sua interpretazione è una piccola ma solida lezione di magistero ritmico: nei crescendo, nei respiri trattenuti, nelle improvvise accensioni vocali e nelle pause improvvise. Mai sopra le righe, ma sempre quasi».

Michele Pascarella, Gagarin Magazine

 

«Ombrelloni racconta la balneazione come stato dell’anima. Il monologo è interpretato da un eccezionale Lorenzo Carpinelli, che ha poco più di trent’anni, ma da prova di maneggiare il dialetto romagnolo come pochissimi altri della sua generazione»

Federico Savini, Blow Up

 

«Ombrelloni ha una forma che potremmo definire semplice, un testo comprensibile che qualcuno potrebbe derubricare a confortevole, divertente. Tutt’altro: è un affresco di un’Italia che non c’è più, è un saggio sulla Romagna, in forma scanzonata e disincantata. Un piccolo gioiellino di scrittura con un attore che ha saputo portarci dentro un mondo, facendoci sorridere, a tratti anche amaramente».

Tommaso Chimenti, Corriere dello spettacolo

 

«Lo spettacolo è minimalista nella scenografia, e si fonda quasi tutto sulla capacità di gradazione del racconto del narratore e della buona intesa con un musicista come Giacomo Toschi, che è la spalla ideale e complice decisivo in questo spettacolo. Una fotografia che in poco più di 70 minuti non perde mai il ritmo, lasciandosi forse trasportare nella scena finale in un ambiente velato di malinconia per un mondo che rischia di essere cancellato da un futuro dal volto sconosciuto».

Pietro Caruso, Romagna in scena

 

La compagnia
STUDIO DOIZ nasce a Ravenna nel 2020 dall’unione di cinque fondatori dalle diverse attitudini. A un cuore teatrale formato da Iacopo Gardelli, giornalista, scrittore e drammaturgo, e Lorenzo Carpinelli, attore, si aggiungono Giacomo Bertoni, musicista e Lorenzo Basurto, organizzatore. L’intento dell’associazione è, fin da subito, quello di ibridare i linguaggi e operare in vari campi dell’agitazione culturale in modo indipendente e innovativo: dal teatro alle arti visive, dal radiodramma al podcasting.

Può il teatro rappresentare ancora le assurdità della Storia?

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Come gli uccelli in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri l’8 e il 9 aprile.

Potente e lacerante, il capolavoro drammaturgico del franco-libanese Wajdi Mouawad – rappresentato per la prima volta in Italia – racconta della storia d’amore tra Eitan, giovane tedesco di origine israeliana, e Wahida, ragazza di origine araba. Si conoscono a New York e si innamorano perdutamente, ma si troveranno presto di fronte a un drammatico destino: sull’Allenby Bridge, il famoso ponte che collega – e al tempo stesso divide – Israele e Giordania, Eitan rimane vittima di un attentato e cade in coma. In questa dimensione sospesa, vengono ripercorse le vicende familiari di diverse generazioni, generando un labirinto di storie, eredità dimenticate, lotte fratricide. «Gli ultimi efferati accadimenti avvenuti in Israele e a Gaza – afferma Marco Lorenzi – ci ricordano che tutto questo è vero, vivo e dolorosamente attuale. Ma noi insistiamo a credere che grazie a capolavori come quelli di Mouawad, il Teatro sia ancora l’unico luogo dove le assurdità della Storia possono essere rappresentate, per discuterle insieme, perché pensiamo – forse utopisticamente – che non si debbano più ripetere. […]» A interpretare i numerosi personaggi, un cast di interpreti provenienti da diversi paesi, origini e biografie, a cui Lorenzi ha chiesto di imparare a recitare in altre lingue oltre alla propria. Una scelta che deriva dall’«epica costruzione del testo di Mouawad». Una riflessione profonda, e quantomai necessaria oggi, sull’amore, l’incontro e l’appartenenza culturale.

«Ci sono testi teatrali che anticipano la realtà e diventano sempre più attuali e profetici con il passare del tempo. Tous des oiseaux di Wajdi Mouawad è uno di questi. I personaggi parlano lingue diverse non solo in senso letterale. Perché si parla inglese, tedesco, arabo ed ebraico (anche se Mouawad lo ha scritto in francese)? Perché ognuno usa la propria lingua madre per esprimere la propria identità o ricerca di identità. Quindi Tous des oiseaux è un testo in cui la lingua diventa grande protagonista. Una lingua densa, calda, magmatica e materica come lava, come creta. Che agisce, modella, crea e muove i personaggi come nuovi golem dolorosamente pensanti e senzienti. Mentre lo traducevo ho sentito, più forte che mai, la responsabilità di restituire nella mia/nostra lingua la struggente poesia del testo e l’importanza del messaggio che porta. E cioè che, al di là delle sovrastrutture in cui ci siamo ingabbiati – idiomi, religioni, tradizioni ideologiche, convinzioni politiche diverse – in realtà, nella nostra umanità più profonda, siamo tutti uguali».

Monica Capuani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Il testo era stato scritto quasi cinque anni fa e ha debuttato incredibilmente pochi giorni dopo l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre. Lo spettacolo ha adesso un respiro epocale, come l’Angels in America o il Leheman Brothers di qualche anno fa. Una saga intergenerazionale che racconta il tempo presente, quello che stiamo vivendo. Un must see assoluto di questa stagione teatrale […]».

Renzo Francabandera, PAC, 2024

 

«[…] non solo uno spettacolo di notevole qualità ma anche ‘necessario’ ed ‘esigente’ nelle tematiche che affronta e che giustamente ci propone in un oggi, purtroppo, ancora una volta da esse sanguinosamente segnato e ferito, e che si segnala per il profondo respiro storico e per la necessità di sottrarlo alle dinamiche di una cronaca che spesso disconosce l’umanità condivisa delle persone nel loro presente ma anche nel loro passato».

Maria Dolores Pesce, Dramma.it, gennaio 2024

 

«Splendidi gli attori, di varia provenienza etnica, che hanno, con evidenza, introiettato i loro personaggi attraverso un approfondito lavoro di preparazione durato un paio di anni, e che ne governano con equilibrio e maestria professionale le dinamiche, le pulsioni apparentemente contraddittorie, o addirittura sconvolgenti, quando non gli eventi traumatici. Su ognuno di loro ci sarebbe da scrivere un intero saggio, a cominciare dai due giovani protagonisti».

Claudio Facchinelli, Rumor(s)cena, 2023