Alan Bennet, tra desiderio e paura della morte
LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026
Cerimonia del massaggio in scena per Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 24 gennaio 2026.
Dalle pagine del romanzo breve di Alan Bennett, un po’ black comedy e un po’ pamphlet satirico, un monologo torrenziale, tragicomico e irriverente che è anche e soprattutto la parabola di un uomo che fronteggia, esplora e infine accoglie il desiderio carnale, trovandogli un posto dentro di sé dopo aver attraversato l’imbarazzo, la paura e in un certo senso anche la morte. Commedia e dramma si rincorrono e si prendono in giro a vicenda nella scrittura, pungente e raffinata di questo autore di elegante e sottile perfidia.
Dalla scheda artistica

«Il funerale, in ossequio alle abitudini correnti, era stato annunciato come una “celebrazione’, pratico connubio tra il festeggiamento e il commiato. Tanto per cominciare non era imperativo addolorarsi troppo, il che era decisamente un vantaggio: la persona da celebrare era morta da un pezzo e per piangere sarebbe stata necessaria una certa vis drammatica. In più, chiamarla celebrazione permetteva di non vestire a lutto.
(…)
Benché abituato a celebrare davanti a una prevalenza di donne, padre Jolliffe non si stupi nel vedere oggi tutti quegli uomini. Alcuni erano amici intimi di Clive, certo, ma a parte questo aveva notato che ali uomini erano più attratti dai funerali e dalle funzioni commemorative che non da una messa (o, che so, dal teatro), e se ne era chiesto il motivo, visto che gli uomini fanno di rado quel che non hanno voglia di fare. Aveva concluso che quando c’è un morto entra in ballo il senso di superiorità: il defunto è stato messo al suo posto, cioè nella tomba, e per quanto sontuosi possano essere i tributi che accompagnano il commiato, non si può negare che lo status dei vivi sia di gran lunga superiore. Agli uomini, in particolare, questo piace molto.
(…)
Ancora non aveva deciso come impostare il sermone. Confidava che gli sarebbe venuto in mente qualcosa, che al momento buono le parole gli sarebbero state suggerite, come gli accadeva di pensare quando si sentiva particolarmente vicino al Signore. Passando tra la gente che cantava sgangheratamente l’inno, padre Jolliffe rifletté che quella sembrava davvero una platea: elegante, attaccata alle cose terrene, si aspettava certo che lui non tirasse troppo in ballo Dio. Un po’ si risenti: benché fosse un prete smaliziato e fin troppo indulgente con se stesso, (…) gli spiaceva adattare la sua fede al pubblico che aveva davanti e, non per la prima volta, desiderò essere un vero cattolico, al quale questo problema non si sarebbe mai posto. Uno dei tanti motivi di lagnanza che padre Jolliffe aveva nei confronti della Riforma inglese era che, da allora, nel rito era entrato il sentimento. Non te la potevi più cavare con le formule: ci dovevi credere. Questi pensieri lo avevano accompagnato, insieme alla processione, fino al presbiterio, dove il coro s’infilò nelle sue panche e gli ecclesiastici gli si disposero intorno. Mancavano un paio di strofe alla fine dell’inno. Questo diede a padre Jolliffe la possibilità di pensare a cosa doveva dire di Clive, e a cosa non doveva dire».





















