Scritta nel 1986 e basata sul libro di Andrew Hodges Alan Turing:The Enigma (opera che ha ispirato anche il film The Imitation Game, del 2014), questa commedia viene rappresentata in Italia per la prima volta, dopo aver raccolto successi tra Londra, Manchester e New York. Al centro vi è la figura del grande, e fino a qualche tempo fa semi-sconosciuto, scienziato che ha violato il codice usato dai sommergibilisti tedeschi per le loro comunicazioni in tempo di guerra, così come ha violato – qualche anno dopo la guerra – il codice del pudore dell’omofobica società inglese.
Il testo di Hugh Whitemore non è tanto un ritratto biografico quanto una coinvolgente riflessione sulla nostra società. L’opera si apre con l’interrogatorio che l’ufficiale Ron Miller commina ad Alan Turing a causa di un furto che quest’ultimo ha denunciato. L’ufficiale mette in difficoltà il matematico, che in realtà era stato derubato dal suo compagno, ma che, essendo l’omosessualità non tollerata dal governo inglese di quegli anni, non vuole rivelare la verità. Da questo interrogatorio hanno origine diversi flashback della vita di Turing: la sua passione per la matematica fin dai tempi della giovinezza, il periodo a Bletchley al tempo della seconda guerra mondiale, il lavoro finalizzato a decriptare i messaggi codificati, con la macchina Enigma, in possesso dell’esercito tedesco. Il suo ingegno, tuttavia, non è sufficiente a salvarlo dai pregiudizi e dalla giustizia inglese.
Dalla scheda artistica
Lo spettacolo si inserisce nel quadro del teatro documentario e biografico, gesto d’arte poetico e politico che richiama in qualche modo la figura di Bertolt Brecht, autore di pièce teatrali come Vita di Galileo e di numerosi saggi sul rapporto tra arte e società. Nel Discorso inaugurale del primo congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura (Parigi, 1935), il drammaturgo e regista tedesco prende posizione contro l’idea di una ‘letteratura pura’, affermando la necessità di un’arte capace di produrre conoscenza.
Inserito in un contesto antifascista, il suo intervento era teso a sottolineare come la lotta contro il nazismo imponesse una collaborazione tra arte e scienza, riaffermando così il carattere conoscitivo e politico della pratica artistica.
“Non dobbiamo partire dall’arte antica, ma dalla scienza nuova. Non vogliamo rimuovere niente dall’uomo, anzi vogliamo aggiungergli qualcosa. L’arte sarà in grado di elaborare le grandi soggettività sociali dell’epoca e di dominarle soltanto se si porrà al livello della scienza. L’arte deve scoprire il gesto sociale della nostra epoca. Il suo compito è quello di rappresentare il mondo in modo da renderlo dominabile. Deve fornire immagini della vita umana che aiutino a padroneggiarla. La scienza ha elaborato metodi per cambiare il mondo. Per secoli l’arte ha rappresentato il mondo in modi diversi. È venuto il momento di unificare i due metodi. L’arte deve imparare dalla scienza a essere sobria, precisa. Deve imparare a considerare il mondo come una totalità trasformabile, dominabile. Questo è anche un piacere. Il grande piacere che la scienza dà agli scienziati, il piacere di cambiare il mondo, deve essere portato dal teatro sulla scena, e lì trasformato in un piacere per tutti.
Il teatro deve diventare una istituzione della gioia pratica, della curiosità attiva. Deve fornire immagini della vita che siano strumenti per la vita. Il suo fine non è più quello di fornire immagini del mondo cosi come, ma di rappresentarlo come trasformabile. E trasformabile non da déi o da eroi, ma dagli uomini stessi, qui e ora”.
da Bertold Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte, a cura di Cesare Cases, Einaudi, Torino, 1973
Il mondo di Goldoni e il mondo delle marionette si congiungono nel microcosmo della scena, luogo reale e immaginario insieme, amplificando la poesia e la comicità di uno dei personaggi più buffi di quell’universo di maschere: l’indifendibile “brontolòn”. Questa rilettura di una commedia della maturità goldoniana è condotta con rigoroso rispetto filologico per il testo e per la straordinaria armoniosità di una lingua unica come quella veneta, che è già in sé poesia, ma anche con un’originale intuizione del regista Paolo Valerio che vede, appunto, le marionette in scena accanto agli attori – ora in sintonia ora in contrasto con essi – come alter ego dei personaggi. Quell’attore che a sua volta si fa marionetta, macchina corporea in cerca di una soluzione al mistero del personaggio.
La marionetta come lato oscuro, per sopportare e reagire all’orrore domestico della famiglia di Sior Todero, per sopportare e superare un personaggio odioso ed egoista, rappresentazione, nel peggiore dei casi, del genere maschile. Dove, come spesso avviene nelle commedie di Goldoni, l’universo femminile è salvifico e risolutivo e riesce a rimediare e risolvere i conflitti, per un presunto e pur instabile, lieto fine.
Carlo Goldoni parla delle marionette nei “Mémories”, tra i primissimi ricordi della sua infanzia: «Mia madre prese cura di educarmi, e il mio genitore di divertirmi.
Fece fabbricare un teatro di marionette, (…) e in età di quattr’anni trovai esser questo un delizioso divertimento».
Da quell’amore per le marionette (…) prende spunto questo progetto di regia che vuole presentare una versione del Sior Todero come un Grande Burattinaio, anzi Marionettista. Da qui la vicinanza con un altro personaggio patriarcale che vuole controllare e dirigere la famiglia, Vito Corleone, che nel manifesto del capolavoro di Coppola, Il Padrino, è appunto rappresentato con una mano che manovra i fili.
Dalle note di regia
Si staglia nello spettacolo l’interpretazione di un attore ispirato e carnale, spigoloso e lirico, espressionista e indomabile quale Franco Branciaroli, riferimento imprescindibile della scena italiana. Siamo di fronte a quell’attitudine scenica carismatica che attinge la propria unicità da un enigma insondabile e provocatorio.
“Il ‘brontolòn’ attorno a cui gira la trama permalosa del lavoro goldoniano, è un avaro, un uomo irritante e opprimente, l’opposto di una figura empatica. Nella nostra tradizione ha avuto il crisma cesellato da attori tutti d’un pezzo come Cesco Baseggio o da tipologie inossidabili alla maniera di Giulio Bosetti, o di Gastone Moschin: ma l’apparato convenzionale fa adesso un salto per aria in virtù dell’autorità e del sopra-le-righe di cui è munito Branciaroli, (…) «Sono favorito dal fatto che il veneto, come anche il napoletano, sono vere lingue vive teatrali, e qui il dialetto è di per sé un capolavoro drammaturgico (…)» . Indossa i panni di un patriarca raggirato dalle donne, perché in fondo il ruolo decisivo è quello della nuora Marcolina, che con un complotto femminile gli fa fare la figura del pirla. «Malgrado io ci metta tutte le mie qualità gigionesche, e si sa che ne ho, e non mi risparmio di sfogarle: ma non riuscirò a portare a termine un intrigo fondato su una dote»”
Rodolfo di Giammarco, “Branciaroli ‘brontolon’, una trama goldoniana dove le donne vincono”, la Repubblica
“[Il carisma] Fa parte della rappresentazione di se stesso che ha l’attore: il dominio su come mettere le dita, come stare con i gomiti, come apparire, la consapevolezza e il controllo dell’apparizione, il dominio del proprio corpo in tutte le espressioni degli arti, la consapevolezza di rappresentare qualche cosa di irripetibile che ha a che fare con il proprio nome e cognome. È proprio questo che crea intorno a loro una sorta di fosforescenza”.
Federico Fellini in Rita Cirio, “Il mestiere del regista”, Garzanti.
Con NON SIAMO NIENTE SAREMO TUTTO al Teatro Socjale comincia il FOCUS LAVORO, un viaggio nel mondo del lavoro attraverso teatro, cinema e incontri. Un progetto che unisce linguaggi e generazioni diverse per parlare di ciò che ci lega tutti: il lavoro, la sua trasformazione, e la necessità di immaginare un futuro che non ci separi, ma ci metta ancora in comune.
Il lavoro è un punto di osservazione privilegiato per capire lo stato di salute di una società. Negli ultimi decenni crisi economiche, rivoluzioni tecnologiche e una pandemia mondiale hanno ridisegnato il nostro modo di vivere e produrre. Tra tempo di vita e tempo di lavoro, tra diritti e precarietà, tra intelligenza artificiale e welfare in trasformazione, Ravenna Teatro dedica la stagione 2025/2026 a un grande tema collettivo: il lavoro.
Il FOCUS LAVORO che attraverserà l’intera stagione, intrecciando spettacoli, incontri, proiezioni e dialoghi. Un percorso che invita a riflettere su come il lavoro definisca le nostre esistenze, ma anche su come l’arte possa diventare spazio di confronto e di resistenza.
Il viaggio comincia nella stagione di Al Socjale, al Teatro Socjale di Piangipane con NON SIAMO NIENTE SAREMO TUTTO– in scena da martedì 14 a domenica 26 ottobre, con pausa lunedì 20 – di Alessandro Renda / Albe, Zona K, con l’attore ravennate Matteo Gatta. Dopo le tappe di La Spezia, Milano, Aosta e Lecce, il progetto arriva a Ravenna in collaborazione con CGIL Ravenna: un affondo poetico e sociologico che mette al centro le vite, le fatiche e le speranze di chi lavora, restituendo la possibilità di sentirsi ancora “coro”. Ogni sera sulla scena lavoratrici e lavoratori diversi e un esperto, per una drammaturgia in continuo cambiamento e esplorazione. Con una Chiamata Pubblica rivolta a chiunque desideri raccontarsi attraverso quello che ha fatto, sta facendo o vorrebbe fare nel mondo del lavoro.
Nelle due domeniche, dopo lo spettacolo sono previsti due incontri: il 19 ottobre Osvaldo Danzi presenterà il libro Il lavoro trattato male (Edizioni FiordiRisorse, 2025), il 26 ottobre Lara Mariani e Simona Malta presentano SENZAFILTRO(Edizioni FiordiRisorse), il giornale che si occupa di cultura del lavoro.
«Con questo FOCUS LAVORO» ha dichiarato Alessandro Renda, attore e regista nelle Albe «abbiamo provato a tenere insieme i frammenti di un discorso collettivo che riguarda tutti: il lavoro come misura delle nostre vite, come spazio di fatica ma anche di immaginazione. Da NON SIAMO NIENTE SAREMO TUTTO – nato dal confronto diretto con lavoratrici e lavoratori di ogni settore – si è allargato un orizzonte più vasto, che attraversa la stagione e unisce teatro, cinema e incontri in un unico racconto. Il filo rosso è la domanda su chi siamo oggi dentro questo tempo di trasformazioni: tra intelligenza artificiale e nuove disuguaglianze, tra desiderio e precarietà, tra la necessità di produrre e il bisogno di appartenere. Il teatro, in questo percorso, accoglie le voci del presente, le rende visibili. Perché parlare di lavoro significa parlare di vita, di comunità e di futuro».
A febbraio, infatti, per La Stagione dei Teatri, il Teatro Alighieri ospiterà Condominio Mon Amour, scritto e interpretato da Giacomo Poretti e Daniela Cristofori. Con ironia e leggerezza, lo spettacolo racconta il caos del mondo del lavoro di oggi: orari impossibili, mestieri improbabili, un linguaggio invaso da inglesismi e la minaccia dell’intelligenza artificiale. In un piccolo condominio, un portinaio e una manager diventano metafora della nostra confusione quotidiana, scambiandosi continuamente i ruoli di vittima e carnefice.
A marzo, al Teatro Rasi, arriva Bidibibodibidoo di Francesco Alberici, vincitore del Premio Ubu 2024 per il Miglior Nuovo Testo Italiano. Con tenerezza e ferocia, racconta il viaggio di un giovane impiegato nel labirinto aziendale di oggi, tra ambizione, controllo e perdita di sé. Una storia amara e divertente sulla precarietà come condizione esistenziale, più che economica.
«Ravenna affronta il tema del lavoro anche come una forma d’arte, e per noi è molto importante questa collaborazione con il mondo della cultura», dice Manuela Trancossi, segretaria generale della CGIL della provincia di Ravenna. «Viviamo in una società che, in molti aspetti, è malata. Crediamo che mettere insieme sindacato e cultura possa creare le condizioni per migliorare ciò che ci circonda. È una grande opportunità per avere una visione più ampia della realtà che stiamo vivendo. Per un’organizzazione come la nostra, il lavoro è centrale. “Non siamo niente, saremo tutto” non è solo uno slogan: è una frase che viviamo ogni giorno. Oggi il lavoro, purtroppo, viene spesso considerato “niente”, ma noi sappiamo che le persone sono “tutto”. Il lavoro è il motore che fa andare avanti il Paese: se è sano, crea benessere. Ma oggi non gli viene dato il giusto valore e molte persone non si riconoscono più nel proprio ruolo. Chi parteciperà a “Non siamo niente, saremo tutto” farà un percorso importante e già questo, per noi, è molto importante».
Oltre agli spettacoli, il percorso proseguirà con una rassegna cinematografica di cinema contemporaneo europeo al Cinema Mariani. Pensato in collaborazione con Festival delle Culture e Cinemaincentro, questo ciclo propone film che intrecciano in maniera potente il tema del lavoro e del precariato con i temi legati all’immigrazione. Quattro film per attraversare il presente: lavoro, precarietà, diritti, esclusione, possibilità di futuro. Mercoledì 29 aprile, ore 21:00: La storia di Souleymane, di Boris Lojkine (Fra 2024, 93’, VOS) con ingresso gratuito, martedì 5 maggio, ore 21:00: Grand Ciel, di Akihiro Hata (Fra, 2026, 91’, VOS), martedì 12 maggio, ore 21:00: The Old Oak, di Ken Loach (Gb, 2023, 113’, VOS), chiuderà martedì 19 maggio, ore 21:00: Anywhere Anytime, di Milad Tangshir (Ita 2024, 82’) con ingresso gratuito. Il film di apertura e quello di chiusura sono eventi gratuiti. Per Grand Ciel eThe Old Oak i biglietti sono prenotabili o acquistabili su cinemaincentro.com o direttamente al Cinema Mariani.
Durante la conferenza stampa nella sede della CGIL di Ravenna è intervenuta Federica Moschini, Assessora con delega al Lavoro, Comune di Ravenna: «L’amministrazione comunale sostiene con convinzione questa iniziativa, perché la cultura è uno strumento capace di unire le persone e di aprire spazi di confronto sui temi che ci riguardano da vicino. Tutti, prima o poi, ci troviamo a dire “questa non è vita”: quando diventa difficile tenere insieme lavoro, famiglia, figli, responsabilità. Oggi le soddisfazioni sono sempre più rare, e proprio per questo è importante ricordare il valore del lavoro e della sua dignità. Il sindacato deve tornare al centro del dibattito e della vita sociale: in passato ha fatto la differenza, e può continuare a farla, anche attraverso sportelli di ascolto e supporto. In molti contesti lavorativi, sentirsi riconosciuti — un “sei bravo”, un “hai fatto un buon lavoro” — vale più di qualsiasi incentivo economico. Le gratificazioni umane sono essenziali e troppo spesso dimenticate. Questo FOCUS LAVORO, così come lo spettacolo NON SIAMO NIENTE SAREMO TUTTO, è prezioso perché riporta il lavoro al centro della riflessione collettiva: parlarne, con i linguaggi dell’arte e della scena, è un modo per riconoscersi e ripartire insieme».
FOCUS LAVORO è sostenuto da CGIL Ravenna, partner principale del progetto e dall’Assessorato al Lavoro del Comune di Ravenna.
La fotografia del manifesto FOCUS LAVORO è di Giovanni Zaffagnini
Grafica Luca Sarti
Lo spettacolo inizierà alle 20:00 (tutti i giorni tranne il lunedì e il giovedì) e verranno proposte la prima, la seconda e la terza anta insieme. Quest’anno, con l’ultima, la trilogia verrà completata al Teatro Rasi
Dal 25 giugno al 13 luglio (tutti i giorni tranne il lunedì e il giovedì), alle 20:00, nell’ambito di Ravenna Festival, andrà in scena l’edizione integrale di DON CHISCIOTTE AD ARDERE, ideato e diretto da Ermanna Montanari e Marco Martinelli, fondatori e direzione artistica delle Albe, che partirà da Palazzo Malagola, in via di Roma 118. Lo spettacolo è una coproduzione Albe/Ravenna Teatro, Ravenna Festival e Teatro Alighieri in collaborazione con i Musei nazionali di Ravenna e l’Opera di Religione della Diocesi di Ravenna.
La terza anta conclude il progetto triennale (2023-2025) che i due direttori artistici delle Albe, Ermanna Montanari e Marco Martinelli, dedicano all’opera-mondo di Cervantes. Il progetto è continuato nel solco del Cantiere Malagola, esperienza che ha raccolto l’eredità del Cantiere Dante e che, dal 2017 al 2022, ha coinvolto migliaia di cittadini nella messa in scena delle cantiche della Divina Commedia. Dopo la prima anta, che parte e si sviluppa negli spazi dell’omonimo Palazzo Malagola, sede del Centro di ricerca vocale e sonora fondato e diretto proprio da Montanari insieme a Enrico Pitozzi, e la seconda, ospitata tra le mura di Palazzo Teodorico, quest’anno la trilogia si conclude al Teatro Rasi. I maghi (Hermanita e Marcus, alias Ermanna Montanari e Marco Martinelli), insieme agli “erranti” e alle maschere (Don Chisciotte, Dulcinea, Sancio, alias Roberto Magnani, Laura Redaelli e Alessandro Argnani) arrivano di fronte ad un antico edificio – una chiesa? un teatro? – per ‘tirare le fila’ di questa reinvenzione del romanzo seicentesco, che si rivolge al nostro XXI secolo, dilaniato da guerre e ingiustizie, non diverso da quello contro cui si scagliava il mite sognatore. Le bacchette di questi due maghi scalcagnati sono però spuntate e non possono fare altro che evocare fantasmi. Attorno a loro centinaia di cittadine e cittadini. Che cosa è reale, che cosa è sogno, che cosa è profezia?
“I linguaggi del teatro – dichiara l’assessore alla Cultura del Comune di Ravenna, Fabio Sbaraglia – si confermano ancora una volta straordinari per muovere partecipazione e accendere attenzione collettiva. Questo ‘Don Chisciotte’ chiude un lavoro di tre anni che ha saputo coinvolgere centinaia di cittadini e cittadine, protagonisti di un racconto fantastico che apre squarci sulle tragedie del nostro tempo, indagando con la sensibilità tipica delle Albe/Ravenna Teatro le contraddizioni della natura umana. Uno spettacolo che si annuncia come un’esperienza unica, capace di fondersi con la magia dei luoghi in cui sarà immerso”.
“Anche quest’anno – afferma Andrea Sardo, direttore dei Musei nazionali di Ravenna – l’Istituto del Ministero della Cultura ospiterà l’omaggio all’opera di Cervantes, mettendo a disposizione l’enigmatica struttura del Palazzo di Teodorico per l’ambientazione del suggestivo spettacolo. Grazie alla collaborazione con Ravenna Teatro, si salderà ulteriormente il rapporto tra il monumento, memoria della grandiosa residenza imperiale e pregevole testimonianza dell’architettura alto-medievale di Ravenna, il suo contesto urbano di riferimento e le comunità cittadine”.
“In questi tempi – osserva Franco Masotti, direttore artistico del Ravenna Festival – in cui un’umanità dispersa e scoraggiata si interroga su come affrontare i drammi e gli sconvolgimenti a cui i tempi presenti ci pongono di fronte, si avverte sempre di più l’esigenza di farsi comunità, di intessere rapporti empatici e solidali tra le persone e il teatro ci offre un’occasione unica e preziosa per poterlo fare, attraverso la ricerca condivisa della bellezza nell’esercizio del pensiero critico, tra emozione e riflessione. Il DON CHISCIOTTE AD ARDERE delle Albe, che giunge quest’anno alla sua conclusione, rappresenta così un’esperienza unica, attraverso quella modalità della ‘Chiamata pubblica’, praticata e affinata negli anni, che ha reso Ravenna un caso unico – e invidiato – in tutta Europa”.
Anche quest’anno il progetto vedrà la partecipazione, insieme alle cittadine e ai cittadini di Ravenna, di “tribù” (gruppi composti da ragazzi e ragazze che hanno partecipato a laboratori di non-scuola) provenienti sia dall’Italia che dall’Estero. Più che raddoppiati, rispetto allo scorso anno, i giovani che arriveranno dal nostro Paese, e in particolare da Bari, Firenze, Foligno, Marsciano, Napoli, Noto, Rimini, Roma, Santarcangelo, Sassuolo, Trento, Varese, Villanovaforru. Grazie ad una presenza radicata anche all’estero, diversi ragazzi e ragazze giungeranno anche da Malta e da Parigi.
Ideazione, spazi architettonici, drammaturgia e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari
in scena Ermanna Montanari, Marco Martinelli, Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Laura Redaelli, Marco Saccomandi, Fagio e le cittadine e i cittadini della Chiamata Pubblica guide Cinzia Baccinelli, Alice Billò, Vittoria Nicita, Marco Saccomandi, Marco Sciotto, Anna-Lou Toudjian
musiche LEDA commissione di Ravenna Festival
Serena Abrami voce/synth/chitarra acustica
Enrico Vitali chitarre
Fabrizio Baioni batteria/impulsi e segnali metallici
Giorgio Baioni basso
electronics e sound design Marco Olivieri scenografia Ludovica Diomedi, Elisa Gelmi, Matilde Grossi disegno dal vivo Stefano Ricci costumi Federica Famà, Flavia Ruggeri disegno luci Luca Pagliano direzione tecnica Luca Pagliano, Alessandro Bonoli e Fagio
Da venerdì 13 a giovedì 26 giugno andrà in scena “Dalle 7 alle 9”, rassegna dedicata ai più piccoli.
Teatro, giochi e picnic sul prato
Ravenna Teatro / Drammatico Vegetale torna a proporre il tradizionale appuntamento dalle sette alle nove che nel mese di giugno proporrà tre appuntamenti, a partire dai tre anni, che inizieranno alle 19:00 al Teatro Rasi e termineranno con un aperitivo sull’erba Dalle sette alle nove. Teatro, giochi e picnic sul prato, l’ormai tradizionale rassegna organizzata da Drammatico Vegetale / Ravenna Teatro per un pubblico a partire dai tre anni, si svolgerà quest’anno nel mese di giugno con tre appuntamenti che, oltre allo spettacolo, prevedono anche un momento conviviale all’aperto. La prima attività sarà venerdì 13 giugno e avrà per titolo Giardino, un testo in cui le foglie e il verde creano storie per piccoli dai 4 anni; il secondo appuntamento sarà venerdì 20 e vedrà protagonista il creatore, coordinatore e animatore, per oltre trent’anni, del centro “La lucertola”, Roberto Papetti, in Il sole della Mancia…e altri spettacoli donchichiotteschi, una festa legata alla celebre figura nata dalla penna di Miguel de Cervantes, mentre il terzo spettacolo, giovedì 26, sarà Thioro. Un cappuccetto rosso senegalese, una reinvenzione dal respiro africano di Cappuccetto rosso che vede in scena gli eredi artistici di Mandiye N’Diaye.
venerdì 13 giugno
StagePhotography
Giardino
Teatro di narrazione dove piante, foglie e semi diventano storie
4-8 anni
Lo spettacolo Giardino vuole essere un invito a metterci all’ascolto del paesaggio: semi, fiori, alberi per imparare a stare vicini a noi stessi, alle nostre forze per andare verso gli altri con rispetto e gentilezza e rendere il mondo più bello per tutti i suoi abitanti. La Giardiniera giramondo Alma, con storie, poesie e clownerie accompagna il giovane spettatore in un’esperienza immersiva e divertente nel mondo del teatro e della natura. Giardino si mostra come luogo di scoperta, di gioco, di ascolto dove piante, foglie, semi, si mescolano a parole e a suoni e diventano storie. Ci portano in viaggio nel giardino del pittore Cuno Amiet, fra gli alberi del signor Gino e nella poesia di Emily Dickinson.
venerdì 20 giugno
Roberto Papetti
Il sole della Mancia …e altri soli donchisciotteschi
Incontro-spettacolo e Siediti in pace al tramonto dei soli esposti
3-8 anni
Festa donchisciottesca assieme a Roberto Papetti, che è stato creatore e coordinatore, animatore, per oltre trent’anni, del centro “La lucertola”, spazio educativo e didattico del Comune di Ravenna. Educazione ambientale, gioco, arte, diritti dei bambini, educazione alla pace: sono i temi dei suoi laboratori e incontri formativi. Roberto ha una particolarità: non spiega il gioco, non parla di ecologia e di arte, ma, costruisce giocattoli, fa ricerca didattica e allestisce mostre, gioca facendo vivere l’ecologia nel concreto, produce e stimola i ragazzi a produrre arte. Una serata a tema Don Chisciotte e a sorpresa: Siediti in pace al tramonto. Di e con Roberto Papetti.
giovedì 26 giugno
Ker Théâtre Mandiaye N’Diaye
Thioro. Un Cappuccetto rosso senegalese
teatro d’attore e narrazione con danze e musica dal vivo
5-12 anni
Thioro è uno spettacolo nato in Senegal. Reinvenzione dal respiro africano di Cappuccetto Rosso, una delle fiabe europee più popolari al mondo e di cui esistono numerose varianti, lo spettacolo evoca il popolare racconto della bambina che indossa un cappuccio rosso e che, mentre attraversa il bosco per portare provviste alla nonna, incontra un temibile lupo che la inganna. In realtà, in un ritmo pulsante e grazie all’intreccio di diverse lingue, strumenti, lo spettatore attraversa non il bosco, ma la savana, incontra non il lupo, ma Buky la iena, in un viaggio immaginifico e bruciante attraverso l’Africa.
Gli spettacoli inizieranno alle 19:00 e termineranno con un picnic da gustare in giardino tra giochi e sorprese. Il cestino si può portare da casa o prenotare in teatro entro il giorno prima: bambini 6 euro, adulti 10 euro, ingredienti biologici e di commercio equo a cura di Villaggio Globale.
Al termine degli spettacoli e del picnic sul prato ci sarà spazio per un “Ippodromo per in-fanti”, una corsa ippica a ostacoli, al trotto e al galoppo. Allestimento a cura di Drammatico Vegetale.
BIGLIETTI E INFORMAZIONI
BIGLIETTI
Ingresso unico 5 €
Promozione famiglia tre spettacoli
prenotazione obbligatoria, acquisto e ritiro il primo giorno:
(9 ingressi) 40 €
(12 ingressi) 50 €
La biglietteria apre un’ora prima nel luogo di spettacolo, cell. 333 7605760
Posti limitati. È consigliata la prenotazione o l’acquisto online. In caso di maltempo le attività sono confermate.
INFORMAZIONI
Ravenna Teatro, Teatro Rasi, via di Roma 39, Ravenna, tel. 0544 36239 e 3337605760
Gli uffici di Ravenna Teatro sono aperti da lunedì a venerdì, dalle 10:00 alle 13:00 e dalle 16:00 alle 18:00.
Lo spettacolo e il pic-nic sono confermati anche in caso di maltempo.
La rassegna è organizzata con il supporto del Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna, Comune di Ravenna, Coop Alleanza 3.0, Fondazione del Monte di Bologna e di Ravenna, Assicoop Unipol Sai, Reclam, Bcc ravennate, forlivese e imolese, Ottima e si svolge in collaborazione con Assitej Italia, Small Size Network, Libreria Momo, Villaggio Globale.
Media Partner: Il Resto del Carlino, Corriere Romagna, Ravenna Notizie, Setteserequi, Ravenna Web Tv, Pubblisole, Ravenna24ore, Ravenna e Dintorni.
“Viviamo un mondo in cui sembra impossibile trovare un equilibrio tra naturale ed artificiale. Quasi che questa dicotomia sia impossibile da gestire. Da una parte la modernità, le fabbriche, gli elettrodomestici, i prodotti e i veleni chimici, i sapori e gli odori riprodotti in laboratorio, la tecnologia… dall’altra le tradizioni da riscoprire, l’orto da coltivare dietro casa, il biologico, il biodinamico, la vacanza wild, la marmellata fatta in casa… Noi ci troviamo nel mezzo, ognuno col suo grado di consapevolezza e di ignoranza. Viviamo sotto il fuoco incrociato di notizie allarmanti e catastrofiche che fatichiamo a gestire. Notizie rispetto alle quali non sempre sappiamo come comportarci. Il più delle volte ignoriamo, in certi casi per scelta, in altri perché informarsi è complesso, farsi un’opinione è complesso, essere coerenti è complesso. La terra collasserà a breve a causa del surriscaldamento? L’avanzata dei deserti raggiungerà all’improvviso il nostro pianerottolo? L’isola di plastica presente nell’oceano pacifico diventerà davvero meta di vacanza? Lo zucchero bianco è davvero un veleno peggio dell’eroina? La tassa sulla plastica è realmente un provvedimento caro solo a un’élite pseudointellettuale? Perché una pubblicità che mi indica che i biscotti in questione sono senza lattosio dovrebbe invogliarmi ad acquistarli? Quanti kilometri percorre una banana prima che io possa scivolare sulla sua buccia? Quanti litri d’acqua servono per produrre una bistecca? Quanto è preziosa l’acqua utilizzata per produrre la suddetta bistecca? Quante delle suddette bistecche posso mangiare al minuto per non sentirmi un nemico della terra? Quante popolazioni sono state sgomberate dalle loro terre per soddisfare il fabbisogno di anacardi richiesti dal mercato mondiale per alimentare chi non mangia più le suddette bistecche? Chi taglierà la coda al cane affinché smetta di mordersela? Dato che è un cane che si morde la coda, tagliamo la testa al toro e lasciamo che a decidere tutto siano gli specchietti per allodole? Ognuno nel suo piccolo può fare la sua parte. Quale? Io vorrei sapere qual è la mia. Vorrei che qualcuno me lo dicesse. Giuro che la farei. Al massimo se non mi piace la scambio con qualcun altro. Meglio acquistare prodotti biologici confezionati nella plastica o prodotti non biologici confezionati nella carta? Guardo al mio bene o a quello collettivo? Un po’ per ciascuno non fa male a nessuno. Partiamo da qui, da queste domande, che non possono nemmeno essere definite provocazioni, perché sono domande reali, che ci accompagnano e ci assillano, a cui rivolgiamo attenzione a volte e che fingiamo di non udire altre, per costruire uno spettacolo che condiva col pubblico le nostre domande. Per approfondire temi e questioni che ci sono cari. Che non crediamo abbiano una sola risposta, ma che non possiamo accantonare per questa ragione”.
Il Teatro Rasi ospita due serate di incontri e proiezioni con i registi Mario Martone, Clemente Tafuri, Cesare Ronconi
Martedì 18 febbraio e sabato 22 febbraio Ravenna Teatro organizza al Teatro RasiTra Teatro e Cinema, due serate di incontri e proiezioni all’insegna della stretta relazione che intercorre tra le due arti.
La serata di martedì 18 febbraio inizierà alle 20:00 e vedrà il regista Mario Martone in dialogo con Cristina Piccino (il manifesto, Filmmaker Festival) e Luca Mosso (Filmmaker Festival). Verrà proiettata la pellicola del regista napoletano dal titolo Teatro di Guerra (produzione Teatri Uniti, Lucky Red, durata 113′), ambientata a Napoli nel 1994 e definita dal Morandini “Il miglior film italiano degli anni ’90”. La trama racconta la storia di un gruppo di attori di teatro che, durante la guerra civile jugoslava, sceglie di mettere in scena una rilettura del testo di Eschilo “I sette contro Tebe” e di portare lo spettacolo a Sarajevo assediata come atto di solidarietà culturale. Le prove hanno luogo nei quartieri spagnoli, a Napoli, e diventano l’occasione per mettere a nudo tutti i problemi e le incoerenze degli interpreti. Vite, destini e passioni si intrecciano tra scena e realtà. Sullo sfondo un fedele spaccato della città partenopea anch’essa piena di contraddizioni. Nel cast troviamo Andrea Renzi, Anna Bonaiuto, Iaia Forte, Roberto De Francesco, il ravennate d’adozione Marco Baliani e Toni Servillo.
Sabato 22 febbraio la serata inizierà a partire dalle 18:00 e sarà dedicata ad una tra le figure più controverse del Novecento teatrale, Carmelo Bene. Il dialogo sarà tra Clemente Tafuri (regista, scrittore e direttore artistico di Teatro Akropolis) e Matteo Marelli (Film Tv e Filmmaker Festival). Si potrà assistere alla visione del film La parte maledetta. Viaggio ai confini del teatro. Carmelo Bene con Valentina Beotti, Margherita Fabbri, Daniela Paola Rossi (produzione Teatro Akropolis, AkropolisLibri, durata ’53). La pellicola, attraverso le parole del protagonista della neoavanguardia teatrale italiana, si addentra nel paradosso dell’irrappresentabilità, evocando i grandi temi della filosofia ispirati da Schopenhauer, Nietzsche e Giorgio Colli tra gli altri. Successivamente, dalle 21:00, si darà spazio alla produzione video di Teatro Valdoca. Cesare Ronconi, co-fondatore della compagnia cesenate insieme a Mariangela Gualtieri, sarà in dialogo con Fulvio Baglivi (Rai3 Fuori Orario – Cose (Mai) Viste) e Lucrezia Ercolani (il manifesto). Nell’arco della serata verranno proiettati Come cani, come angeli, “un cortometraggio interamente concentrato sugli umani e sulla luce” con (in ordine di apparizione) Lia e Aurora Sindona, Silvia Calderoni e Nico Guerzoni, Ida Travi, Lea Marjovski Griggio ed Elena Griggio, Giorgiomaria Cornelio e Lucamatteo Rossi, Matteo Ramponi. I versi da cui le immagini vengono generate sono di Ida Travi (durata 27′); L’ultimo ritocco del nume su Eva Nascente + il desiderio del Nume su Eva nascente, con Massimo Abbondanza e Mariangela Gualtieri (durata 5′); Confiteor (durata 8′) e MCMXC (Millenovecentonovanta; durata 30′) con la voce recitante di Gualtieri.
INFORMAZIONI E BIGLIETTI
🎟 Ingresso per una proiezione: 5 €
🎟 Abbonamento per tre proiezioni: 10 € (prenotabile telefonicamente)
I biglietti sono disponibili su questo sito e acquistabili anche direttamente al Teatro Rasi a partire da un’ora prima dell’evento.
📍 Teatro Rasi – Via di Roma 39, Ravenna
📞 Info: Ravenna Teatro – 0544 36239
L’Arlecchino che Andrea Pennacchi porta in scena farà forse sussultare i tanti Arlecchini che nel tempo hanno fatto grande questa maschera della commedia dell’arte. Lui cerca in tutti i modi di essere all’altezza del ruolo, ma non ne azzecca una, è goffo, sovrappeso, del tutto improbabile, ma è in buona compagnia: gli altri attori, che, come lui, sono stati assoldati, con misere paghe, dall’imprenditore Pantalone, sono, al pari di Arlecchino, debordanti, fuori orario, catastroficamente inadeguati. Eppure tutti questi sbandamenti, queste uscite di scena e fughe dal copione, che sono anche uscite nella contemporaneità dell’oggi, queste assurde prestazioni, queste cadute di stile e cadute al suolo di corpi sciamannati, tutte queste parole affastellate, tutto questo turbinio di azioni e gesti, stanno proprio rifacendo il miracolo della grande commedia goldoniana, in una forma non prevista, una commedia dirompente, straniante, che ricostruisce la tradizione dopo averla intelligentemente tradita. Ed ecco allora che la storia, nonostante tutto, anzi proprio grazie a questo tutto invadente, si dipana nella sua narrazione e ne esce un Arlecchino mai visto che riunisce stilemi diversi, frammenti di cabaret, burlesque, avanspettacolo, commedia, dramma, un gran calderone ultrapostmoderno che inanella via via pezzi di memoria della storia del teatro.
Per riuscire a creare un simile guazzabuglio di intenzioni, per riuscire a renderlo eccezionalmente vivo, occorrevano attori capaci di seguirmi in un simile delirio. Ed eccoli qui, una compagnia di compagni e complici, Marco Artusi, Maria Celeste Carobene, Miguel Gobbo Diaz, Elisa Pastore/Margherita Mannino, Valerio Mazzucato, e Anna Tringali, capaci di interpretare contemporaneamente più ruoli, di passare dalle proteste borbottanti degli attori sottopagati, alle vorticose azioni dei personaggi della commedia che pur devono rappresentare.
In questo incessante salto mortale di identità è il loro talento a tenere insieme ciò che di continuo sembra sfuggire alla presa. Appartengono di diritto alla grande tradizione del teatro veneto, grande perché sempre capace di rischiare per rinnovarsi, come accade su queste tavole sceniche imbandite di follia arlecchinesca. Durante le prove immaginavo di avere Carlo Goldoni seduto in terza fila, e dovevo dirgli di fare silenzio tanto si sganasciava dalle risate, con gli occhi stupiti di bambino mai cresciuto di fronte a questa sua opera divenuta così inverosimile da essere ancor più sua.
E quando poi le musiche di Giorgio Gobbo, eseguite dal vivo dal duo “i sordi” con Matteo Nicolin alla chitarra e Riccardo Nicolin alla batteria, si infilavano come blitz sorprendenti costringendo gli attori a divenire anche danzanti e cantanti il Goldoni là dietro non si teneva più. Infine che dire delle scene fluttuanti di Carlo Sala, una scenografia semovente, mobile, semplice come lo è la creatività quando si dimentica di dover fare bella figura e si lascia andare al gioco infantile, grazie agli stessi attori che si fanno operai macchinisti modificando la scena di continuo come avvenissero improvvise folate di vento, a volte in forma di bufera a volte come zefiro primaverile.
Il testo febbrilmente rimaneggiato ogni giorno, a partire dalle intuizioni che sorgevano in me, vedendo all’opera la creatività degli attori, e trascritto con solerzia da Maria Celeste Carobene, è proprio quello che fin dall’inizio avevo immaginato. Le parole che vengono fatte volare sono anch’esse leggere, eppure, eppure, come accade davvero nella vera commedia, arrivano stilettate e spifferi lancinanti che parlano dei nostri giornalieri disastri di paese e di popolo, così che i terremoti scenici ci ricordano il traballare quotidiano delle nostre esistenze.
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