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Tag: Teatro Alighieri

“Il teatro fa centro”, negozianti protagonisti – Tutti gli incontri

Procede a pieno ritmo il progetto pensato per rendere ancora più profondo e proficuo il rapporto tra città e teatro, nel cuore del centro storico. In occasione dei suoi vent’anni Reclam, editore della rivista Palcoscenico e del settimanale Ravenna&Dintorni – che da sempre dedica spazio e attenzione ai temi della cultura – ha pensato di creare una serie di occasioni di scambio e confronto con il teatro, ma fuori dal teatro. E così diversi locali del centro storico, in occasione di diversi spettacoli della lunga stagione di prosa ravennate, ospiteranno momenti di approfondimento sul teatro con, tra gli altri, i condirettori di Ravenna Teatro Alessandro Argnani e Marcella Nonni. Bar, caffè, negozi, ristoranti trovano così un nuovo modo per interpretare la loro vocazione originaria di luoghi di svago, ma anche di promozione della cultura, del pensiero, del progresso di un’intera comunità. Veri e propri salotti nella cornice del centro storico, cuore pulsante della città.

Il progetto – dal nome “Il teatro fa centro”, alla prima edizione – è reso possibile  grazie alla collaborazione tra Reclam e Ravenna Teatro e coinvolge le associazioni di categoria che hanno dato vita al nuovo comitato “Spasso in Ravenna . Gli incontri si svolgeranno il venerdì, tardo pomeriggio, o il sabato mattina a ridosso dello spettacolo. Il calendario è in via di definizione e sarà aggiornato in base alla disponibilità delle diverse compagnie ospiti a Ravenna e degli esercenti nel corso dell’anno.

 

GLI INCONTRI:

Dopo gli incontri di venerdì 25 Novembre da Marchegiani Arte Orafa di Maria Marchegiani in via Matteotti 11, dove sono stati protagonisti Giacomo Poretti e Daniela Cristofori, e dopo l’appuntamento da Forlini Optical di Gianni Forlini, in via Cairoli 17/A, dove venerdì 3 febbraio è intervenuto l’attore Claudio Casadio, il prossimo incontro in programma è da Vittoria Grassi Parrucchieri, in via Mazzini 37, con l’attrice Chiara Lagani, il 22 febbraio alle 18:00, per parlare dello spettacolo L’amica geniale a fumetti. L’incontro successivo è previsto lunedì 3 aprile alle 18:00 al Mercato Coperto di Ravenna, in piazza Andrea Costa 6, con Luigi Dadina e Davide Reviati in dialogo con la giornalista Federica Angelini.

Malosti presenta il ‘suo’ Goldoni

LA STAGIONE DEI TEATRI 2022-2023

 

Intervista a Valter Malosti, regista dello spettacolo I due gemelli veneziani, in scena al Teatro Alighieri dal 10 al 12 novembre ore 21:00, domenica 13 ore 15.30.

Video intervista a cura della giornalista Federica Ferruzzi

 

Sabato 12, alle ore 18:00, è previsto l’incontro con il regista nel ridotto dell’Alighieri condotto da Gerardo Guccini, docente di Storia del teatro e dello spettacolo al DAMS di Bologna. 

Dal 12 settembre riapre la campagna abbonamenti a La Stagione dei Teatri

Dopo l’arresto dovuto alla pandemia, aumenta la voglia di tornare a sedersi in teatro, come dimostrano le tante richieste relative alla campagna abbonamenti a La Stagione dei Teatri 2022/23 pervenute dal 25 luglio al 6 agosto alle biglietterie di Ravenna Teatro e del Teatro Alighieri. 

Al termine di una prima campagna estiva – a cui hanno aderito sia singoli cittadini sia aderenti a gruppi aziendali e Cral – dal 12 settembre e fino al 3 novembre la biglietteria torna a proporre la formula che prevede sei titoli fissi e due a scelta, per un totale di diciassette appuntamenti. 

Due le repliche ad oggi previste e relative ad altrettanti spettacoli che hanno riscosso notevole successo tra il pubblico, ovvero Calēre (Sentieri) Transitus Animae, di Eugenio Sideri, e L’amica geniale a fumetti, di Fanny & Alexander.

Un cartellone composito, legato al rapporto con la tradizione e al ritorno di grandi attori e attrici, con un percorso che spazia nel contemporaneo fino all’incontro con la graphic novel. 

I sei spettacoli fissi, programmati al Teatro Alighieri, sono: I due gemelli veneziani, un classico di Carlo Goldoni, una farsa nera sul tema dell’identità firmata da Valter Malosti che ne amplifica il gioco del doppio marcando il contrasto tra la natura vivace della pièce e la sua vena cupa; 

Funeral Home, di cui è protagonista Giacomo Poretti: noto per le gesta gloriose del trio comico a cui appartiene, Poretti scrive e interpreta – con l’attrice, autrice e psicoterapeuta Daniela Cristofori – una commedia che mette in ridicolo la paura più radicata nel cuore dell’umano, quella della morte; 

Samusà, uno spettacolo scritto e interpretato dall’artista Virginia Raffaele, qui diretta da Federico Tiezzi, maestro della scena contemporanea. Al centro del racconto il vissuto personale di un’infanzia ambientata tra le giostre del lunEur di Roma, che Raffaele sviluppa con quel suo modo unico di divertire e commuovere, stupire e interpretare, facendo ridere a crepapelle;

 

L’Oreste, Quando i morti uccidono i vivi, porta in scena una riflessione sull’abbandono e sull’amore negato che vede protagonista l’attore Claudio Casadio nella produzione firmata da Accademia Perduta/Romagna Teatri tra narrazione e illustrazione d’autore;

Diplomazia, produzione del Teatro dell’Elfo, è un duello consumato con l’arma della parola tra un generale del Terzo Reich e un diplomatico della Svezia neutrale nell’estate del 1944. Un dramma storico in cui affondano le radici della nostra società, portato in scena dai due co-fondatori della storica compagnia milanese del Teatro dell’Elfo di Milano;

Boston Marriage è un testo americano contemporaneo ambientato a fine Ottocento che prende spunto da un modo di dire in voga negli Stati Uniti tra il XIX e il XX secolo, usato per alludere a una convivenza tra donne economicamente indipendenti. Il Premio Pulitzer David Mamet qui se ne serve per dare il titolo a questa commedia, che vede in scena due dame e una cameriera: Maria Paiato, Mariangela Granelli e Ludovica D’Auria.

Nella rosa di titoli in cui poter individuare gli spettacoli a scelta rientra invece la produzione di Ravenna Teatro/Teatro delle Albe, Pasolinacci e Pasolini, Quattro movimenti di ascolto, in cui i due fondatori e direttori artistici del Teatro delle Albe, Marco Martinelli e Ermanna Montanari, raccontano il “loro” Pasolini (Rasi); Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa, un lavoro che rievoca l’opera di Kafka a partire dall’incontro tra ricerca coreografica e musica elettronica con la regia e la drammaturgia di Eugenio Barba, Lorenzo Gleijeses e Julia Varley (Rasi); Dati sensibili: New Constructive Ethics, uno spettacolo in cui Teodoro Bonci Del Bene si interroga sulle possibilità di una nuova etica con un testo duro e paradossale sulla condizione umana e sulle relazioni sociali (Rasi); Calēre (Sentieri) Transitus Animae, testo e regia del ravennate Eugenio Sideri che si sofferma sulla difficoltà, da parte delle nuove generazioni, di trovare il proprio percorso (Rasi); L’amica geniale a fumetti, trasposizione scenica del fumetto ufficiale de L’amica geniale di Elena Ferrante – sceneggiato da Chiara Lagani che qui ne interpreta i testi, mentre il pubblico viene immerso nei disegni animati di Mara Cerri – il recital nasce dalla nuova graphic novel edita da Coconino Press con la supervisione artistica del ravennate Davide Reviati (Rasi). E Reviati torna nello spettacolo di Luigi Dadina, tra i fondatori del Teatro delle Albe, dal titolo Mille Anni o giù di lì, insieme al musicista Francesco Giampaoli per raccontare un luogo, il petrolchimico dell’Anic, attorno a cui si dipana un racconto che accomuna generazioni diverse (Rasi). Tra i titoli a scelta anche La luce intorno, produzione del Teatro dell’Argine che si interroga sul senso di fare teatro in tempo di pandemia (Rasi); Il Soccombente, a cura della compagnia Lombardi-Tiezzi (Alighieri); Museo Pasolini, di Ascanio Celestini, che qui veste i panni di un visionario custode di un ipotetico museo dedicato all’omonimo poeta e regista imbastendo un racconto che si estende a ritratto di un secolo italiano (Alighieri); Pragma, Studio sul mito di Demetra (Rasi) e Una riga nera al piano di sopra, monologo per alluvioni al contrario, della talentuosa Matilde Vigna, che intreccia alla piena del Po del 1951 la vicenda di una donna dei giorni nostri alle prese con l’ennesimo trasloco (Rasi). 

Anche quest’anno, inoltre, Ravenna Teatro, in collaborazione con il Comune di Ravenna, torna ad offrire ai residenti delle Circoscrizioni Nord e Sud del comune di Ravenna e ai residenti di quelli di Alfonsine l’opportunità di recarsi a teatro usufruendo di un servizio navetta gratuito. Abbonamento più navetta 146 euro / under 30 93 euro.

Grande attenzione continua ad essere riservata anche agli Under 20, che potranno usufruire di abbonamenti a prezzi popolari. 

BIGLIETTERIA:

Da lunedì 12 settembre a giovedì 3 novembre

Platea e palco I, II e III ordine Teatro Alighieri, I gradinata Teatro Rasi
intero 165 € | ridotto* 146 € | under30 93 € | under20 45€

Galleria e palco IV ordine Teatro Alighieri, II gradinata Teatro Rasi
intero 113 € | ridotto* 103 € | under30 71 € | under20 35 €

Loggione Teatro Alighieri, II gradinata Teatro Rasi
intero 50 € | under30 34 €

 

*Riduzioni: Cral e gruppi organizzati, docenti, oltre i 65 anni, iscritti all’Università per gli Adulti Bosi Maramotti, Soci Coop Alleanza 3.0, EspClub Card, Soci BCC, tessera Touring Club Italiano, amici di RavennAntica, soci Stadera

Vantaggi e promozioni per gruppi di adulti e gruppi scolastici.

Abbonamenti e biglietti sono acquistabili con bonus 18APP e Carta del docente.

Teatro Alighieri, via Mariani 2 Ravenna, tutti i feriali dalle 10:00 alle 13:00, giovedì anche dalle 16:00 alle 18:00. Teatro Rasi, via di Roma 39, giovedì dalle 16:00 alle 18:00.

Da sabato 5 novembre saranno inoltre in vendita i biglietti per tutti gli spettacoli e gli abbonati li potranno acquistare per sé o per altri a un prezzo speciale. 

Ravenna Teatro tel. 0544 36239 info@ravennateatro.com

La rassegna è organizzata con il supporto del Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna, Comune di Ravenna, Coop Alleanza 3.0, Fondazione del Monte di Bologna e di Ravenna, Assicoop Unipol Sai, Reclam, Apt Emilia-Romagna, Bcc ravennate, forlivese e imolese. 

Media Partner: Il Resto del Carlino, Corriere Romagna, Ravenna Notizie, Setteserequi, Ravenna Web Tv, Pubblisole, Ravenna24ore, Ravenna e Dintorni

La Stagione dei Teatri, al via la campagna abbonamenti

È aperta la campagna abbonamenti per La Stagione dei Teatri, organizzata da Ravenna Teatro.
Il programma si svolgerà nei due teatri Rasi e Alighieri tra novembre e aprile. 

Come negli anni precedenti, la formula prevede sei titoli fissi e due a scelta, per un totale di diciassette appuntamenti. 

Un cartellone composito, come composita è l’immagine che, tramite precise tessiture ideate dal grafico Luca Sarti, identifica il lavoro di Ravenna Teatro, legato al rapporto con la tradizione e al ritorno di grandi attori e attrici, con un percorso che spazia nel contemporaneo fino all’incontro con la graphic novel. 

 

I sei spettacoli fissi, programmati al Teatro Alighieri, sono: I due gemelli veneziani, un classico di Carlo Goldoni, una farsa nera sul tema dell’identità firmata da Valter Malosti che ne amplifica il gioco del doppio marcando il contrasto tra la natura vivace della pièce e la sua vena cupa; Funeral Home, di cui è protagonista Giacomo Poretti: noto per le gesta gloriose del trio comico a cui appartiene, Poretti scrive e interpreta – con l’attrice, autrice e psicoterapeuta Daniela Cristofori – una commedia che mette in ridicolo la paura più radicata nel cuore dell’umano, quella della morte; Samusà, uno spettacolo scritto e interpretato dall’artista Virginia Raffaele, qui diretta da Federico Tiezzi, maestro della scena contemporanea. Al centro del racconto il vissuto personale di un’infanzia ambientata tra le giostre del’Eur di Roma, che Raffaele sviluppa con quel suo modo unico di divertire e commuovere, stupire e interpretare, facendo ridere a crepapelle; L’Oreste, Quando i morti uccidono i vivi, porta in scena una riflessione sull’abbandono e sull’amore negato che vede protagonista l’attore Claudio Casadio nella produzione firmata da Accademia Perduta/Romagna Teatri tra narrazione e illustrazione d’autore; Diplomazia, produzione del Teatro dell’Elfo, è un duello consumato con l’arma della parola tra un generale del Terzo Reich e un diplomatico della Svezia neutrale nell’estate del 1944. Un dramma storico in cui affondano le radici della nostra società, portato in scena dai due co-fondatori della storica compagnia milanese del Teatro dell’Elfo di Milano; Boston Marriage è un testo americano contemporaneo ambientato a fine Ottocento che prende spunto da un modo di dire in voga negli Stati Uniti tra il XIX e il XX secolo, usato per alludere a una convivenza tra donne economicamente indipendenti. Il Premio Pulitzer David Mamet qui se ne serve per dare il titolo a questa commedia, che vede in scena due dame e una cameriera: Maria Paiato, Mariangela Granelli e Ludovica D’Auria.

Nella rosa di titoli in cui poter individuare gli spettacoli a scelta rientra invece la produzione di Ravenna Teatro/Teatro delle Albe, Pasolinacci e Pasolini, Quattro movimenti di ascolto, in cui i due fondatori e direttori artistici del Teatro delle Albe, Marco Martinelli e Ermanna Montanari, raccontano il “loro” Pasolini (Rasi); Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Samsa, un lavoro che rievoca l’opera di Kafka a partire dall’incontro tra ricerca coreografica e musica elettronica con la regia e drammaturgia di Eugenio Barba, Lorenzo Gleijeses e Julia Varley (Rasi); Dati sensibili: New Constructive Ethics, uno spettacolo in cui Teodoro Bonci Del Bene si interroga sulle possibilità di una nuova etica con un testo duro e paradossale sulla condizione umana e sulle relazioni sociali (Rasi); Calēre (Sentieri) Transitus Animae, testo e regia del ravennate Eugenio Sideri che si sofferma sulla difficoltà, da parte delle nuove generazioni, di trovare il proprio percorso (Rasi); L’amica geniale a fumetti, trasposizione scenica del fumetto ufficiale de L’amica geniale di Elena Ferrante – sceneggiato da Chiara Lagani che qui ne interpreta i testi, mentre il pubblico viene immerso nei disegni animati di Mara Cerri – il recital nasce dalla nuova graphic novel edita da Coconino Press con la supervisione artistica del ravennate Davide Reviati (Rasi). E Reviati torna nello spettacolo di Luigi Dadina, tra i fondatori del Teatro delle Albe, dal titolo Mille Anni o giù di lì, insieme al musicista Francesco Giampaoli per raccontare un luogo, il petrolchimico dell’Anic, attorno a cui si dipana un racconto che accomuna generazioni diverse (Rasi). Tra i titoli a scelta anche La luce intorno, produzione del Teatro dell’Argine che si interroga sul senso di fare teatro in tempo di pandemia (Rasi); Il Soccombente, a cura della Compagnia Lombardi-Tiezzi (Alighieri); Museo Pasolini, di Ascanio Celestini, che qui veste i panni di un visionario custode di un ipotetico museo dedicato all’omonimo poeta e regista imbastendo un racconto che si estende a ritratto di un secolo italiano (Alighieri); Pragma, Studio sul mito di Demetra (Rasi) e Una riga nera al piano di sopra, monologo per alluvioni al contrario, della talentuosa Matilde Vigna, che intreccia alla piena del Po del 1951 la vicenda di una donna dei giorni nostri alle prese con l’ennesimo trasloco (Rasi). 

Anche quest’anno, inoltre, Ravenna Teatro, in collaborazione con il Comune di Ravenna, torna ad offrire ai residenti delle Circoscrizioni Nord e Sud del comune di Ravenna e ai residenti di quelli di Alfonsine l’opportunità di recarsi a teatro usufruendo di un servizio navetta gratuito. Abbonamento più navetta 146 euro / under 30 93 euro.

Grande attenzione continua ad essere riservata anche agli Under 20, che potranno usufruire di abbonamenti a prezzi popolari. 

Si ricorda che i titolari dell’abbonamento della stagione 2019/2020 possono confermare il posto che avevano nella stagione interrotta. Il diritto di prelazione sull’abbonamento scade il 15 ottobre.

 

BIGLIETTERIA

 

Da lunedì 12 settembre a giovedì 3 novembre

Platea e palco I, II e III ordine Teatro Alighieri, I gradinata Teatro Rasi
intero 165 € | ridotto* 146 € | under30 93 € | under20 45€


Galleria e palco IV ordine Teatro Alighieri, II gradinata Teatro Rasi
intero 113 € | ridotto* 103 € | under30 71 € | under20 35 €

Loggione Teatro Alighieri, II gradinata Teatro Rasi
intero 50 € | under30 34 €

*Riduzioni: Cral e gruppi organizzati, docenti, oltre i 65 anni, iscritti all’Università per gli Adulti Bosi Maramotti, Soci Coop Alleanza 3.0, EspClub Card, Soci BCC, tessera Touring Club Italiano, amici di RavennAntica, soci Stadera, soci AVIS

Vantaggi e promozioni per gruppi di adulti e gruppi scolastici. Abbonamenti e biglietti sono acquistabili con bonus 18APP e Carta del docente.

Teatro Alighieri, via Mariani 2 Ravenna, tutti i feriali dalle 10:00 alle 13:00, giovedì anche dalle 16:00 alle 18:00.
Teatro Rasi, via di Roma 39, giovedì dalle 16:00 alle 18:00.

Da sabato 5 novembre saranno inoltre in vendita i biglietti per tutti gli spettacoli e gli abbonati li potranno acquistare per sé o per altri a un prezzo speciale.

Informazioni: Ravenna Teatro tel. 0544 36239 info@ravennateatro.com

La rassegna è organizzata con il supporto del Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna, Comune di Ravenna, Coop Alleanza 3.0, Fondazione del Monte di Bologna e di Ravenna, Assicoop Unipol Sai, Reclam, Apt Emilia-Romagna, Bcc ravennate, forlivese e imolese.
Media Partner: Il Resto del Carlino, Corriere Romagna, Ravenna Notizie, Setteserequi, Ravenna Web Tv, Pubblisole, Ravenna24ore, Ravenna e Dintorni

Ravenna Teatro primo Centro di Produzione in Italia per qualità artistica

Ravenna Teatro si afferma come primo Centro di produzione in Italia secondo il Ministero della Cultura per la propria qualità artistica. Nei giorni scorsi il Ministero ha infatti reso noto i punteggi di valutazione per l’ammissione a contributo per il triennio 2022-2023-2024 e per l’anno 2022 dei Teatri Nazionali, Teatri di Rilevante Interesse Culturale e Centri di produzione teatrale, riconoscendo a Ravenna Teatro un punteggio pari a 31,40, il più alto a livello nazionale ottenuto da un Centro di produzione. Un riconoscimento conseguito grazie al lavoro della direzione artistica di Ermanna Montanari e Marco Martinelli che la vede prima sui 35 Centri presenti in Italia e seconda in assoluto dopo lo Stabile di Torino.

Alessandro Argnani e Marcella Nonni, direzione di Ravenna Teatro

“Ci congratuliamo per questo importante risultato – dichiarano il sindaco di Ravenna Michele de Pascale e l’assessore alla Cultura Fabio Sbaraglia – che rende merito al prezioso lavoro svolto da Ravenna Teatro in questi anni, volto ad offrire alla città una proposta culturale ricchissima e di altissima qualità, nel segno di una costante e appassionata ricerca artistica. Allo stesso tempo si tratta di un riconoscimento che riafferma con vigore l’intrinseco legame di Ravenna con il mondo dell’arte, un rapporto fecondo ed incessante che nel dialogo con le molteplici realtà culturali presenti nel territorio trova la sua ragione d’essere”.

“Questo risultato – spiegano i condirettori di Ravenna Teatro Alessandro Argnani e Marcella Nonni – ci riempie di orgoglio e di felicità. È il riconoscimento di una semina che da quarant’anni viene fatta in città, dalle tante stagioni teatrali alle proposte artistiche e di ricerca del Teatro delle Albe, dalla Scuola di Vocalità a Malagola alla non-scuola e alle attività dedicate all’infanzia di Drammatico Vegetale. Un’attività incessante che tocca diversi luoghi i cui punti focali sono il Teatro Rasi, appena rinnovato, l’Alighieri, il Teatro Socjale di Piangipane e Palazzo Malagola, sede dell’omonima Scuola di vocalità e centro studi internazionale sulla voce fondato e diretto da Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi. Un riconoscimento testimone di un dialogo forte tra Ravenna Teatro, l’Amministrazione, i tanti spettatori e spettatrici, gli artisti e le compagnie ravennati che contribuiscono a far vivere la nostra realtà. Essere accreditati quale primo centro di produzione in Italia per qualità artistica significa che una città di provincia non ha nulla da invidiare ai grandi centri del Paese”.

Il riconoscimento del Ministero ha valorizzato anche il lungo percorso di Accademia Perduta/Romagna Teatri, che ha conseguito un punteggio pari a 29,50 diventando il primo Centro di Produzione italiano nell’ambito del Teatro Ragazzi. Un lavoro che da anni contribuisce a migliorare la qualità artistica di diverse realtà romagnole.

“Siamo orgogliosi del riconoscimento ministeriale assegnato ad Accademia Perduta/Romagna Teatri su cui Forlì investe, sicura di ottenere un arricchimento culturale per la città ma anche per il patrimonio teatrale italiano – affermano Gianluca Zattini, sindaco di Forlì e Valerio Melandri, assessore alla Promozione del settore culturale -. I forlivesi conoscono bene il lavoro che Accademia Perduta svolge per i teatri Diego Fabbri e Il Piccolo e crediamo che quello della produzione esprima specificamente il valore artistico e culturale di un Centro che con i suoi spettacoli esporta il nome di Forlì nei principali palcoscenici italiani”.

Massimo Isola, sindaco di Faenza prosegue: “la notizia dell’alta valutazione per i progetti artistici di Accademia Perduta/Romagna Teatri è l’ennesima conferma per questa realtà e che ci dà grande soddisfazione. Accademia Perduta è una parte importante della nostra città e della nostra energia culturale. Siamo contenti di aver dato sostegno e aver collaborato in questi anni a questa importante realtà e così sarà anche per il futuro”.

“I risultati ministeriali sono una bellissima soddisfazione – concludono Claudio Casadio e Ruggero Sintoni, condirettori di Accademia Perduta/Romagna Teatri – oltre che un’importante conferma per il lavoro che abbiamo svolto in tanti anni in Romagna, una terra che è madre di tante importanti realtà teatrali”.

… innanzitutto.

La Stagione dei Teatri 2021/2022
Le sedie, di Eugène Ionesco, con Federica Fracassi e Michele Di Mauro e la regia di Valerio Binasco
28-29-30 aprile e 1 maggio 2022, Teatro Alighieri

 

In attesa dello spettacolo Le sedie, in scena per La Stagione dei Teatri dal 28 aprile al 1 maggio al Teatro Alighieri, vi proponiamo qui di seguito il testo “…innanzitutto” di Aldo Nove, tratto dai Quaderni del Teatro Stabile n. 12, Edizioni del Teatro Stabile di Torino.

Fotografia di Luigi De Palma

 

Valerio Binasco mi racconta della sua trasformazione alchemica di un classico del Novecento scandendo le parole e con un’emotività temperata dalla riflessione acuta di chi sa quanto una rappresentazione teatrale sia il risultato finale di una combinazione di fattori disparati.
Il regista li deve orchestrare accordandoli, come all’inizio di un concerto. Incontrarlo prima della prova del suo spettacolo mi ha dato la forte impressione della consapevolezza di un direttore d’orchestra che, dando vita a una partitura, ne stravolge per necessità quanto di morto ne rimane. Si tratta, ogni volta, di fa tornare a vivere qualcosa che non c’è più eppure c’è, oltre il paradosso. E si tratta, per un regista, di dare a quel paradosso una direzione stringente, che ci restituisca il senso di una necessità originaria. Tornare alle fonti di un classico significa attraversarlo per poi dimenticarlo, dopo esserne stati perciò completamente permeati. E sempre l’infedeltà apparente è una fuga dal museo per rendere attuale ciò che potrebbe essere solo contemplazione del consolidato e inerme passato. Ma il teatro vive nel presente, più di ogni arte pulsa di sangue e carne, fa sentire il suo respiro in un posto preciso, in un momento determinato. Come nella tragedia greca il pubblico è il coro, si scioglie, ma collettivamente, in un rito laico e arcaico, la polarizzazione tra artista che crea e pubblico che fruisce salta. Il teatro, sembra voler continuare a ribadire Valerio Binasco, è opera quanto mai collettiva, il pubblico ne è parte quanto il regista, gli attori, chi ha curato le luci e i suoni. Da una parte Ionesco, dall’altra questo preciso momento storico e chi sceglie un testo per rappresentare un sempre inedito tutto che è la benedizione e la maledizione del teatro, il suo doppio nodo da sciogliere perché fluisca, “per sempre adesso”, libero da costrizioni filologiche e reverenziali.

Il Teatro dell’assurdo di Ionesco rischia quindi e proprio per il suo essere già “classico” di diventare “il luogo del delitto” di uno spirito che, se non rinnovato, soffoca tra le sempre più velocemente mutevoli spire del tempo. Potremmo parlare di una sorta di operazione chirurgica a cuore aperto. Il cuore è quello di un’urgenza di pulsare in un presente che non c’è più, e ridargli vita.
Letteralmente, di rimetterlo in scena.
C’è qualcosa di liricamente scientifico (perdonate l’ennesimo ossimoro, tale forse solo in apparenza, a ben scavare) nella chirurgia di un classico che è anche diagnostica del contemporaneo e ricerca di nuovi percorsi storiografici.
Si va in scena sempre nel presente, anche in un presente così lontano da tutti i presenti trascorsi come quelli che dal 9 marzo 2020 hanno stravolto le nostre abitudini e le basi della vita quotidiana così come per decenni, pur attraverso fisiologiche mutazioni, le abbiamo vissute. Oggi resta ben poco delle intenzioni iniziali di Le sedie, ma quel “ben poco” è il preziosissimo sale alchemico su cui Binasco, assieme a Michele Di Mauro e Federica Fracassi e a tutti quelli che hanno partecipato a questa trasmutazione, ha lavorato con struggente precisione. Lavoro che trapela dalla sue parole. Intense, controllate eppure come un carsico sfondo ricche di un portato innovativo perché assolutamente interiore, fedele a un destino personale che diventa collettivo se espresso con precisione millimetrica, sfiorando quel vertice implicito in tutta l’arte che sempre rivela come i drammi nostri privati tanto assomiglino a quelli di tutti, e che l’uomo Dante disperso nei meandri del suo tempo non differisce da ogni altro uomo (o donna, va da sé) si sia inoltrato (e inevitabilmente lo fa) nella propria, personalissima selva oscura.
Questo è quello che ho sentito urgere nelle parole di Valerio Binasco.
Questo è quello che ho visto.

Fotografia di Luigi De Palma   

 

Innanzitutto…
Binasco ha saputo calibrare con rigore l’aspetto oggi più ingannevole dell’etichetta Teatro dell’assurdo. L’apparente svampitezza di Ionesco, il suo “far ridere” grazie a un portato, perfettamente messo in scena, dell’umano e del suo linguaggio ridotto a pantomima di se stesso, non può, nel 2021, essere la spia di una debolezza, di un’incapacità umana tenuta nascosta. Se Jarry ha spinto alla caricatura assoluta la natura di “pupazzo animato” dell’uomo contrapponendola ai vari nipotini di un Nietzsche fin troppo frainteso (così si muove la Storia, quella con la “S” maiuscola, e il suo delirio shakespeariano), Ionesco sbuffoneggiava (uso volontariamente l’imperfetto) l’assurdo stesso, in una sorta di elevazione al quadro dell’assurdo: da quello esistenziale a quello teatrale, da quello teatrale a quello genericamente culturale nel proseguo di un discorso che chiamiamo “cultura” (o, meglio, “culture”, nel loro intrecciarsi) che pure ha i suoi luoghi elettivi, e il teatro è tra questi principe.
Dpcm permettendo e comunque.

Dicevamo della clownesca messa in scena del reale di Ionesco.
Le sedie è un testo pensato anche, e molto, “per far ridere”.
E si ride, guardando (vivendo) Le sedie di Ionesco-Binasco.
Però…
In quel però c’è per chi scrive l’essenza di questo spettacolo, che sa di meraviglia, e meravigliosamente ha commosso chi scrive e le poche persone che, quel giorno, con lui lo hanno condiviso. Si tratta di vibrare nel presente. Questo presente che non è più, ne abbiamo ampiamente parlato, quello di Ionesco. La chiave di volta dell’impianto registico è semplice, e Dio sa quanto la semplicità richieda cura.
La chiave di volta dell’interpretazione di Binasco del testo di Ionesco, dicevamo, è l’accento sulla malinconia di un assurdo fatale, nel sangue del quale sfugge quell’inafferrabile filo che tutto lega, l’amore, e che continuamente ricuciamo, linguisticamente, come meglio ci riesce e sempre, per limiti della nostra natura, limitatamente.
Le sedie di Ionesco-Binasco sono dunque una riflessione esiziale sull’amore. Sul suo proporsi giorno dopo giorno come necessario e impraticabile. Si cammina su soffici, ma non per questo non penetranti, e devastanti, spine sotto la scure implacabile del tempo. E fanno ridere e ci dispiegano sentimenti di sconosciuta tenerezza i due bravissimi attori intenti a raccogliere i rottami di una storia, quella della loro vita, che è poi quella di tutte le vite, con goffaggine straordinariamente composta, con vacuità che per inaspettato contraccolpo (un vero “colpo di scena!”) porta l’assurdo a sposarsi con l’elegiaco, in un matrimonio che non perde mai (perché forse l’ha persa da sempre, ma eroicamente così si reinventa, fino a naturale combustione) il senso di un abbraccio che rigenera il mito di un Eden perduto, di un infinito che vive da noi solo di strappi.
Una grande storia d’amore.
Bislacca per eccesso di verità. Quella che la psicanalisi sa non può essere detta e a cui l’arte, la vera arte, tende sempre fallendo l’obiettivo.
Di poco, ma sempre.
«Le sedie che Fracassi e Di Mauro dispongono attorno a sé sono, – mi dice Valerio Binasco -, “Tutti”», e tutti siamo tutti noi, e quelli che sono stati e che saranno, nell’inesplicabile particolarità di ogni situazione esistenziale, vera o falsa che sia non importa, perché il vero del teatro è tutto interiore, in una sorta di osceno (nel senso, questa volta, meramente etimologico di riuscire, proditoriamente, a evadere dalla scena per tornare, più forte, in noi) e renderci strabicamente veggenti. Lo strabismo è quello di Venere, va da sé, e i dardi mai scagliati sono quelli di Eros, accatastati in una torre di memorie sconclusionata eppure sacra, eppure dolcissima.
Le personalità dei due protagonisti si (con)fondono tra di loro, si separano solo per rivendicare peccati veniali di egocentrismo subito dissolti da una memoria che si conosce difettosa, tra quelli che, secondo una stupenda definizione di Hans Magnus Enzensberger, sono “vorticosi souvenirs” di una vita forse mai vissuta, parodia della parodia della commedia (e non tragedia, mai: per pudore, per dignità) umana.
Chi abita il palco di Le sedie?
Una coppia decrepita, due morti che si ritrovano, forse periodicamente e fuori dalle leggi del periodo? Non si sa e non ha senso saperlo («Ciò che è stato compreso non esiste più», scrisse Eluard). Il senso è nel loro sproloquio così terribilmente incandescente, “bucato” da un impossibile sogno di “normalità” che è forse l’eredità più importante di quello che fu storicamente il Teatro dell’assurdo.
E quanta gente, reale o non reale, abita il palco in cui vanno e vengono fantasmi (che poi, ci ricorda Leopardi nello Zibaldone, sono “anime di fantasia”)…
Così l’assurdo diventa una spina nel cuore, e da quella spina zampilla il sangue del vivo sui volti dei vivi che ne condividono, attraverso la magia del teatro, la ferita che solo la morte ricompone, nel finale che unifica tutti i finali, nel sipario che inevitabilmente si chiude.
Ma si riapre.
Si riapre sempre e sia per sfortuna o per fortuna non sta a noi dirlo, troppo attualmente spinti da forze maggiori e ingovernabili a assistere al “nostro” spettacolo.

Giorno dopo giorno.
Disponendo sul nostro palco privato “le sedie di tutti”.
Di tutti.
Tutti “Noi”.
Noi chi?
Non ci è dato saperlo.
Ma siamo tenuti a viverlo.
Tutti.
Noi.
Fino in fondo.
Nel silenzio sospeso dell’ultima scena.

Fotografia di Luigi De Palma

La Germania che ho in testa

La Stagione dei Teatri 2021/2022
Le lacrime amare di Petra Von Kant, uno spettacolo di Nerval Teatro
17 marzo 2022, Teatro Alighieri

 

La Germania che ho in testa è un progetto iniziato nel 2016 da Maurizio Lupinelli, uno sprofondamento nell’opera di Rainer Werner Fassbinder, in occasione di un laboratorio che si è svolto a Berlino con attrici e attori internazionali, in cui Nerval Teatro ha iniziato con Sangue sul collo del gatto e altri testi a esplorare la poetica dell’autore tedesco.

L’approfondimento che proponiamo per lo spettacolo Le lacrime amare di Petra Von Kant in scena giovedì 17 marzo 2022 per La Stagione dei Teatri, è un documentario ideato da Graziano Graziani (riprese e montaggio di Francesco Barigozzi e Mauro Paglialonga) dallo spettacolo finale, Sinfonia Fassbinderiana, del progetto berlinese.

Proprio da questa esperienza, al ritorno in Italia, l’idea di realizzare Le lacrime amare di Petra Von Kant.

 

non solo Asperger

La Stagione dei Teatri 2021/2022
Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, uno spettacolo del Teatro dell’Elfo
10-13 marzo 2022, Teatro Alighieri

Dal 10 al 13 marzo è ospite de La Stagione dei Teatri lo spettacolo dell’Elfo Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte con la storia di Christopher, il protagonista quindicenne che decide di indagare sulla morte del cane della vicina. Christopher si trova davanti a uno di quei misteri che il suo eroe Sherlock Holmes saprebbe risolvere e inizia a scrivere un libro mettendo insieme gli indizi del caso dal suo punto di vista. E il suo punto di vista è davvero speciale. Perché Christopher ha un disturbo dello spettro autistico che rende complicato il suo rapporto con il mondo. Odia essere toccato, odia il giallo e il marrone, si arrabbia se i mobili di casa vengono spostati, non riesce a interpretare l’espressione del viso degli altri… In attesa dello spettacolo, abbiamo chiesto a Noemi Cornacchia, presidente di Angsa Ravenna, un piccolo approfondimento su autismo e sindrome di Asperger, in riferimento a quanto spesso pensiamo di conoscere attraverso letteratura e cinema.

fotografia di Laila Pozzo

Asperger… e non solo

In questi ultimi anni l’Autismo e la Sindrome di Asperger sono entrati nell’immaginario della cultura di massa.
 Si sono moltiplicati film e serie tv di successo che, in maniera più o meno esplicita, raccontano personaggi con tratti riconducibili allo spettro autistico.
È diventato comune sentire la frase “Sono un pochino autistico…” detta da persone tipiche per descrivere alcuni tratti del proprio carattere, che possono essere ricondotti ad alcune caratteristiche (spesso un po’ stereotipate) riconducibili alle persone nello spettro autistico.
Questo parlarne, scriverne, abituare il pubblico a personaggi autistici contribuisce alla conoscenza e questo non può che essere positivo sia per la comunità autistica che per i familiari, ma facciamo un po’ di chiarezza…

La sindrome di Asperger che viene citata nel libro Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte da cui è tratto lo spettacolo teatrale, è uscita dai manuali diagnostici che fanno convergere questa diagnosi sotto il cappello del più ampio “Spettro autistico”.
 Essa viene utilizzata per indicare le persone nello spettro che non presentano come co-occorrenza la disabilità intellettiva, condizione invece maggiormente ricorrente nelle altre persone inserite nella diagnosi di autismo più generica.
Nell’immaginario popolare una persona Asperger è un genio solitario e bizzarro con isole di talento straordinarie (The Good Doctor, Sheldon Cooper).
 Per quanto questi personaggi siano davvero affascinanti visti nello schermo televisivo o cinematografico (ricordiamo ad esempio il protagonista del vecchio film Rain Man, in cui veniva rappresentata una persona con autismo che, pur con disabilità intellettiva e incompetenza sociale, era in grado di contare le carte in una partita di poker), la realtà è un pochino diversa…

Perché si chiama Spettro autistico, vi chiederete…
 All’interno di questa denominazione si trovano persone molto diverse l’una dall’altra, con bisogno di supporto molto diversificati e con manifestazioni comportamentali diverse tra loro, proprio come nello spettro dei colori in natura. 
C’è una famosa citazione del dottor Stephen Shore che recita: “Se hai incontrato una persona con autismo… hai incontrato solo una persona con autismo”. Questa frase ci fa capire quanto sia errato generalizzare le caratteristiche autistiche basandoci sulle persone che noi abbiamo incontrato nella nostra vita.
Come già citato, la diagnosi di ASD (autism spectrum disorder) viene stabilita in base alla valutazione delle manifestazioni comportamentali in risposta all’ambiente, perché non esiste un esame medico preciso che possa stabilirlo e la ricerca non ha dato risposte, se non per pochi casi di mutazioni genetiche cui si accompagnano tratti autistici.
Proviamo a riassumere le caratteristiche principali della mente autistica (quelle che accomunano ogni persona indipendentemente dal proprio bisogno di supporto):

1) Atipicità nella comunicazione sociale e nelle relazioni (totalmente indipendente dalle abilità linguistiche): possiamo trovarci di fronte persone che non usano la parola per comunicare o persone con una buona produzione verbale, magari non efficace alla comunicazione, e/o che hanno difficoltà a condurre una conversazione con un corretto scambio sociale.

2)  Atipicità nella percezione sensoriale. “Sebbene le persone autistiche vivano nello stesso mondo fisico delle persone a sviluppo tipico, hanno esperienze percettive totalmente diverse e questo condiziona anche molti aspetti comunicativi e comportamentali. Olga Bogdashina scrive: ”Non è raro vedere persone autistiche coprirsi le orecchie in presenza di rumori per noi non così intensi o avere preferenze per alcuni tessuti mentre altri sono definiti dolorosi”.

3)  Interessi ristretti e ripetitivi. Generalmente le persone autistiche hanno fortissimi interessi per argomenti, oggetti o persone specifiche, che diventano degli iper focus assorbenti da cui difficilmente riescono a prescindere (questo può essere un problema per l’educazione scolastica generale, ma spesso li rende esperti specialisti).

Ogni caratteristica qui descritta può presentarsi in maniera più o meno intensa, tenendo conto che alcune persone autistiche a più alto funzionamento sono in grado (con uno sforzo enorme in termine di spesa energetica) di mascherare le proprie caratteristiche per apparire più “adatti” alla Società in cui vivono.
Per tutto questo, noi crediamo che la conoscenza della diversità possa contribuire a creare un ambiente più favorevole alle persone autistiche, in cui possano affinare le proprie uniche capacità e sviluppare le proprie strategie per creare un ponte di comunicazione con il mondo.

Noemi Cornacchia
Presidente di Angsa Ravenna

 

angsa è la più grande associazione italiana di familiari e volontari che si occupa esclusivamente di autismo: è federazione nazionale di associazioni regionali e provinciali presenti in tutte le regioni.
Fondata nel 1985 per iniziativa di un gruppo di genitori, non ha scopi di lucro e le attività degli associati sono prestate in forma gratuita.
angsa ha incentivato fin dalla sua costituzione la ricerca scientifica sull’autismo, collaborando con Università ed Istituti di ricerca.
In particolare, angsa Emilia-Romagna, ha operato un cambiamento culturale, diffondendo gli approcci terapeutici più accreditati a livello internazionale, anche attraverso l’organizzazione di numerosi convegni e seminari.
Dal 1996 è presente a Ravenna un gruppo di genitori facente riferimento ad angsa Emilia-Romagna, formalizzato nell’aprile 2010 con la costituzione di angsa Ravenna onlus, diventata poi nel 2021 APS (Associazione Promozione Sociale), riconosciuta nei registri regionali del volontariato dell’Emilia-Romagna al n. 7105.

angsa Ravenna 

  • in collaborazione con le Istituzioni, intende promuovere la conoscenza dell’autismo e persegue lo scopo di diffondere i più accreditati approcci abilitativo/educativi per l’autismo, anche attraverso l’organizzazione di convegni, seminari, parent-training e sollecitando l’applicazione delle normative vigenti, come membro di vari tavoli di consultazione;
  • affianca le famiglie interessate nella tutela dei diritti delle persone con autismo, ne valorizza il ruolo a sostegno del loro compito educativo;
  • si propone di raccogliere fondi per l’implementazione di progetti a favore delle persone con autismo e delle loro famiglie;
  • è stata promotrice del progetto “Casa Augusta”, casa per l’autismo concessa in comodato d’uso da ASL Romagna e ristrutturata da Fondazione Augusta Pini di Bologna. All’interno di questa struttura si svolgono sia le terapie abilitative supervisionate dalla ASL, sia i CRE estivi dedicati a bambini e ragazzi con autismo.

 

angsa Ravenna – Via Piemonte, 7 – 48121 Ravenna
www.angsaravenna.it – angsaravenna@gmail.com

Per aiutare a realizzare progetti in favore delle persone con autismo e delle loro famiglie, sostieni angsa Ravenna indirizzando il tuo 5 x 1000 al C.F.: 92072990390

Puoi associarti o effettuare donazioni al:
c/c di angsa Ravenna,
Cassa di Risparmio di Ravenna, filiale di Via Marche
IBAN: IT 69 X 06270 13185 CC0850101149

“Lo strano concorso del cane a teatro”

Ravenna Teatro indice un concorso per tutte le classi delle scuole secondarie di primo e secondo grado di Ravenna, legato allo spettacolo del Teatro dell’Elfo Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, in scena al Teatro Alighieri dal 10 al 13 marzo ne La Stagione dei Teatri. L’iniziativa si concluderà sabato 30 aprile 2022, in palio biglietti per la prossima Stagione e libri.

Fotografia di Laila Pozzo

Siete una classe con la passione per la lettura? Vi piace risolvere misteri, ma vi appassionano anche i libri che aiutano a crescere, a riflettere? Vi interessa scoprire come si trasforma un romanzo di fama mondiale in uno spettacolo teatrale di altrettanto successo? E vi piacerebbe fare tutte le domande che vi saltano in mente a chi recita su un palcoscenico?
Se avete risposto “sì” ad almeno tre di queste domande, questo è il concorso che fa per voi!

Per partecipare la classe deve:

  • leggere il romanzo di Mark Haddon Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte
  • assistere allo spettacolo in scena al Teatro Alighieri dal 10 al 13 marzo
  • partecipare all’incontro con la compagnia di sabato 12 marzo ore 18.00 presso la Sala Corelli del Teatro Alighieri
  • svolgere un lavoro collettivo che segua questa traccia:
    Il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno si cura mai di osservare, scrive il protagonista Christopher, citando lo scrittore Arthur Conan Doyle.
    Quali aspetti dello spettacolo vi hanno colpito ed emozionato di più, anche rispetto alla lettura del romanzo? C’è qualcosa in particolare nella storia di Christopher che vi ha fatto riflettere, qualche cosa che avete sempre dato per scontato (il rapporto con i genitori, con gli amici, con le vostre passioni…) e che invece vi ha fatto fermare a ragionare?”

 

Scatenate la vostra creatività e sviluppate le tematiche de Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte che più vi hanno coinvolto. Potete scrivere un testo di massimo 6000 battute oppure registrare un video o un audio (massimo 3 minuti). Unica regola: tanta passione, energia e spirito di squadra!
Una giuria di esperti valuterà i lavori ricevuti e assegnerà un premio al migliore elaborato.
Premi in palio: biglietti per la prossima Stagione e libri

Per iscrivervi inviate una mail all’indirizzo promozione@ravennateatro.com indicando nome della classe partecipante, l’istituto di cui fa parte, il numero di studenti, nome e recapito/indirizzo mail dell’insegnante di riferimento.
Vi verrà successivamente chiesto a quale replica dello spettacolo Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte vorrete assistere, e riceverete le informazioni sulle modalità di ritiro dei biglietti.
La possibilità di iscrizione al concorso termina sabato 13 marzo alle ore 14.00. La consegna degli elaborati è invece possibile fino a sabato 9 aprile.
I vincitori saranno proclamati sabato 30 aprile alla Sala Corelli del Teatro Alighieri.

Vi aspettiamo!

 

Ecco i vincitori!

Sono gli studenti e le studentesse della 3ªE del Liceo Scientifico “A. Oriani” e due studentesse della 2BSU del Liceo Classico “D. Alighieri” i vincitori e le vincitrici del concorso promosso da Ravenna Teatro legato allo spettacolo del Teatro dell’Elfo Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, andato in scena a marzo al Teatro Alighieri

Gli studenti e le studentesse della 3ªE del Liceo Scientifico “A. Oriani” e le studentesse Sofia Ricci e Sabrina Makhlouf della classe 2ªBSU del Liceo Classico “D. Alighieri”, hanno vinto il concorso indetto da Ravenna Teatro legato allo spettacolo del Teatro dell’Elfo Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte, andato in scena all’Alighieri dal 10 al 13 marzo nell’ambito de La Stagione dei Teatri. Ad aggiudicarsi il primo premio è stata dunque l’intera classe 3ªE (composta da Federica Angelini, Camilla Baldini, Enrico Bonetti, Valentina Bucchi, Francesco Campese, Emma Carli, Alessandro Carozzo, Giorgia Castellani, Sara De Leo, Francesco Emiliani, Simone Fornasari, Sasha Gambi, Martino Gardini, Alice Gasperoni, Camilla Maren Ivaldi, Sofia Magnano, Giulia Maruccia, Luca Montalti, Ginevra Montanari, Chiara Penso, Sofia Tanzi, Andrea Zannini) coordinata dalla professoressa Eliana Tazzari, mentre al secondo posto, a pari merito, si sono classificate le due studentesse della classe del Liceo Classico coordinata dalle professoresse Anna Fasano e Daniela Mandrioli.

Queste le motivazioni alla base della consegna dei premi agli alunni e alle alunne della 3ªE del Liceo scientifico: “Per il grande lavoro di squadra svolto dall’intera classe, un video che, coerentemente alla consegna data, racconta attraverso immagini e parole di come gli adolescenti siano attenti alle cose del mondo che spesso gli adulti danno per scontate; una lettera aperta al personaggio di Christopher che riflette (e fa riflettere) sulla bellezza dei dettagli”.

I ragazzi della 3ªE Liceo Scientifico “A. Oriani”, insieme alla prof.ssa Eliana Tazzari e alla dirigente scolastica Aurea Valentini, al Teatro Rasi prima dello spettacolo Canto Primo.
Al centro, accovacciato, Marco Valerio Amico, coreografo di gruppo nanou.

 

Per quanto riguarda le seconde classificate della 2ªBSU del Classico, la giuria ha inteso conferire il premio “per l’impegno nel dare colore e forma a un testo scritto attraverso l’utilizzo di immagini e di differenti caratteri tipografici. Due lavori che indagano tematiche importanti come la fugacità del tempo e lo spettro autistico visto in quanto pura caratteristica della persona, andando al di là del punto di vista medico”.

Sofia Ricci (a sinistra) e Sabrina Makhlouf (a destra) premiate da Maria Chiara Parmiani (Ravenna Teatro) davanti al Liceo Classico “D. Alighieri”

 

A tutti i ragazzi e le ragazze della 3ªE sono stati consegnati i biglietti di Canto Primo: MIASMA – ARSURA, spettacolo di OvO / gruppo nanou (in collaborazione con il Festival Transmissions) in programma il 19 e 20 maggio al Teatro Rasi, mentre alle seconde classificatesono state consegnate duplici copie dei volumi di Marco Martinelli Aristofane a Scampia (Ponte alle Grazie), Farsi Luogo (Cuepress editore) e di L’abbaglio del tempo, scritto da Ermanna Montanari (La nave di Teseo).

Di seguito trovate il video vincitore del concorso, realizzato dalla classe 3ª E del Liceo Scientifico “A. Oriani”

L’Ottocento di Bucci/Sgrosso

La Stagione dei Teatri 2021/2022
Ottocento, uno spettacolo di e con Elena Bucci e Marco Sgrosso
24-27 febbraio 2022, Teatro Alighieri

 

In occasione dello spettacolo Ottocento di Le belle bandiere vi proponiamo due letture: “ERAVAMO E SIAMO, IMPERFETTO OTTOCENTO” di Elena Bucci e “…un viaggio nell’anima lungo un secolo…”  di Marco Sgrosso.

ERAVAMO E SIAMO, IMPERFETTO OTTOCENTO

di Elena Bucci

 

Ottocento è uno spettacolo ribelle, dispettoso, magmatico, mi sfugge ogni volta che cerco di rimetterci le mani, di capire dove vada, come sia scritto, come si possa migliorare. Anche quando cerco di scrivere su Ottocento, mi mancano le parole. Prima di tutto doveva restare un esperimento e non andarsene in giro baldanzoso per il mondo. Nacque all’interno di un progetto che si chiamava ‘La palestra del teatro’, creato perché il pubblico potesse entrare nel segreto laboratorio dove si preparano gli spettacoli.

O forse fui io che volli intendere così questo spazio all’interno della stagione del Centro Teatrale Bresciano, che da anni sostiene la nostra progettualità. Ci affascinava l’idea di avere dei complici nell’aprire il sipario quasi prima del tempo o meglio, per condividere con il pubblico molte delle domande che ci attraversano durante la creazione di uno spettacolo e delle quali rimane quasi sempre all’oscuro. È legittimo tentare? O sarebbe meglio mantenere silenzio e mistero? Ho spesso notato, negli ultimi anni, come si sia disperso un patrimonio collettivo e comune di sapienza che riguarda arti come il teatro, la pittura, la musica, la fotografia, come se si fosse creata una nuova distanza tra creatori e pubblico dovuto alla mancanza di un linguaggio comune e di occasioni per conoscere quanto realmente accada negli studi, nei teatri, sui set, luoghi molto più frequentati un tempo. Ne ho sempre sofferto, come fosse lacerato un tessuto prezioso fatto di trasmissione di esperienze ed emozioni da persona a persona che ci arriva da secoli lontani. Mi sembra che conoscere il clima delle prove, il valore dell’uso della voce, il percorso degli attori e della regia, il lavoro nascosto delle maestranze, assaporare la magia di un set, riflettere sulla solitudine affollata degli studi dei pittori, dei disegnatori, dei fotografi, entrare nel misterioso arcipelago dove vivono i musicisti accresca il piacere del pubblico e aumenti il potere di trasformazione delle arti che, quando vanno a segno, rivelano, spostano, illuminano facendo di tutti uno solo e allo stesso tempo restituendo ad ognuno la sovversiva ed entusiasmante occasione di essere unico. Anche in questo caso, mi pare che la consapevolezza del processo e la conoscenza di alcuni segreti di magia aumenti l’incanto e non lo distrugga, così come rivelare in scena i semplici trucchi del teatro subito dopo averli usati renda ancora più potente l’illusione, più vasta la comune immaginazione.

Allo stesso tempo la parola ‘palestra’ mi riportava ad una delle mie fissazioni: riportare in dialogo le arti tra loro senza giustapporle, ma individuando quel fragile e ricco terreno dove si incontrano, ritrovando le loro antiche e simili radici.  Mi domando spesso, in un’epoca tanto ricca di potenzialità, come mai siano così pochi i luoghi e le occasioni di incontro tra artisti e tra artisti e pubblico dove si possano intrecciare impreviste relazioni tra mondi paralleli. Non parlo soltanto di incontri organizzati, ma di quei luoghi nei quali si vaga, si passa, si sosta, dove si crea il fascino delle città, dei quartieri. Ci ritroviamo stretti tra la violenza di un mercato che vive di target, grandi numeri e pubblicità per il quale la libertà non è sempre un valore, e illustri e colti tentativi di raccontare le arti e la loro funzione che forse non sempre arrivano al cuore del grande pubblico. Tutte queste mie ossessioni erano molto vivide durante il periodo di lavorazione di Ottocento.

Il secolo Ottocento, con la sua fervida accelerazione, ci pareva una fucina dove saperi e arti si fondevano, dove prendeva vita l’utopia dell’uguaglianza dei diritti e delle possibilità, dove si inaugurava una nuova fiducia nella democrazia, nelle lotte collettive, dove si apriva lo sguardo dell’arte su mondi dei quali pochissimi avevano trattato, dove le arti stesse avevano una funzione poetica, civile, politica, sociale assolutamente centrale, sia per la conoscenza degli abissi delle anime di ognuno sia per la comprensione del mondo, dei mondi. Perché non guardare oggi alle nostre recenti radici, a quel secolo a volte liquidato come introspettivo e polveroso, per ritrovare vitalità e senso del presente? Perché non mescolare testi di teatro, epistolari, romanzi, cronache scientifiche, musica, immagini? Perché non osare, con la complicità dei produttori, un’impresa tanto vasta da essere destinata a fallire?

Nella nostra ‘palestra’ abbiamo osato fallire fin dal titolo. Cosa significa Ottocento? Hanno senso queste definizioni che chiudono i secoli nelle loro scatoline per poterli con più agio studiare? Ha senso il nostro stesso conteggio del tempo? Non è forse la storia tanto bizzarra e capricciosa da sfuggire al quieto percorso lineare che il nostro limitato capire vorrebbe? Certo sapevamo che nel dire ‘Ottocento’ evocavamo una convenzione storica e culturale, ma sapevamo anche che facevamo suonare una parola che evoca in ognuno folle di immagini, ricordi ed emozioni, a partire dalla nostra personale e parzialissima visione di quel tempo, città vivaci e fuligginose, straordinarie scoperte scientifiche, teatri affollati abitati quasi ogni giorno, pittori rivoluzionari, musicisti straordinari, fascino della solitudine e gran parte della vita condotta in comune, donne scrittrici, lotte dei braccianti, ferrovie che rendevano più piccolo il mondo. Sapevamo di non poter essere in alcun modo esaustivi e che di certo sarebbero mancati l’autore, l’opera o la personalità più amata da questo e quello, e lo sappiamo. Mancano elementi che avremmo voluto inserire anche a forza e non ci sono entrati, nonostante i tentativi. Gli spettacoli sono organismi con un loro equilibrio, quasi fossero indipendenti anche da noi che pure abbiamo la pretesa di averli creati. Questo Ottocento poi, come ho dichiarato all’inizio, è il più sregolato di tutti, il più sfuggente.

Perché allora lo teniamo ancora accanto? Come mai vive ancora? Credo che tutto dipenda da una grande, indicibile nostalgia dei grandi ideali, senza i quali la nostra vita perde di senso, dal desiderio, vivendo in un’epoca spesso grigia di consensi obbligatori e silenti, di scarso coraggio, di paure e sottomissioni, di ritrovare biografie e opere impavide, imprevedibili, generose. Abbiamo voluto essere imperfetti e discutibili, senza saperlo allora, pur di ritrovare quella fiducia e quella speranza nell’arte, nell’umanità, nel futuro. Abbiamo immaginato Ottocento come un’esperienza unica dedicata allo spazio della ‘palestra’ e invece quello sventato, ancora gira, sempre più imperfetto, non fosse altro a causa della nostra cresciuta consapevolezza.

Vorrei ora integrare quanto già detto facendo riferimento a particolari concreti dell’allestimento e illustrando il lavoro dei collaboratori. Amiamo il teatro anche perché è un lavoro di gruppo, come già accennato, dove i pensieri, le vite, le arti si intrecciano offrendo così impreviste variabili e illuminazioni.

La foto mangiata dal tempo che è l’immagine dello spettacolo ha una storia lunga. Alvaro Petricig, che spesso ci affianca nella creazione di manifesti e locandine aveva una collezione unica di foto, risultato di un recupero iniziato dal padre, degli archivi dei fotografi di paese delle Valli del Natisone, luogo magico in gran parte abbandonato. Un’improvvisa ribellione del fiume allagò il suo magazzino, producendo fantasmagorici effetti sulle foto recuperate, che cominciarono a parlare di sé in altro modo, raccontando del loro difficile viaggio dal passato. Così questa collezione di foto imperfette e sfuggenti ritrovata sul web ci restituiva la vita più di altre, con le sue lacune, deformazioni e mancanze: volti spesso senza sorriso, abiti elaborati, evidenti differenze tra i singoli, speranze, disillusioni, consapevolezza di consegnarsi con questo ritratto al futuro, senza poter prevedere che arrivassero a noi attraverso immagini tanto inquietanti e frammentarie, come se denunciassero dal passato il fallimento di molti dei loro sogni personali, dei loro grandi ideali, della fiducia nella funzione evolutiva della politica, delle religioni, della scienza, dell’ideologia. Quelle immagini esistenti in unica copia rimbalzano oggi di computer in computer in tutto il mondo. Sappiamo guardarle?

Andando avanti con il racconto degli oggetti ecco la lavagna luminosa. In epoca di video è imperfetta, dispendiosa e anacronistica la scelta di usarla per una retroproiezione. Eppure ci restituisce la meraviglia della riproduzione dell’immagine attraverso un gesto umano. Certo anche spingere il tasto ‘play’ è un gesto, ma in questo caso ci sono altre piccole imprecisioni, tremolii, polveri, ombre che rendono plausibile la parziale scelta di poche immagini tra milioni di possibilità. Sono solo un segno di un patrimonio immenso, nel quale la memoria si perde e del quale illuminiamo a tratti, con debole luce, un reperto. Anche il ritrovamento degli oggetti per la scena, come questo, ha un sapore di archeologia contemporanea: ritrovando oggetti meteore di altri spettacoli abbiamo rinnovato il gusto della memoria che torna viva.

Non ho potuto rinunciare ad uno schermino in pvc tuttofare che ci segue dal 2010, della stramba misura cinqueperquattro. Loredana Oddone, che ha magistralmente disegnato le luci, vorrebbe nasconderlo in un bidone, ma se lo ritrova sempre tra i piedi. Non abbiamo ancora esaurito l’antico e banale gioco delle ombre, delle trasparenze e della separazione dei mondi del reale e del sogno. Così come sono riapparsi in scena brandelli di tulle avanzati da allestimenti all’aperto, sedie da giardino dalle mille battaglie che scoprii in un piazzale di rivendita di usato, un tavolino antico riparato da Carluccio Rossi. I costumi sono un incrocio tra pezzi che avevamo in magazzino, risultato dello spigolare continuo, e abiti realizzati dalla sapiente arte di Marta Benini e Manuela Monti, sarte artiste e costumiste.

Le luci non sono a led e sono gestite da una ormai rara consolle manuale. Sappiamo di essere anche in questo anacronistici, visto che a volte giriamo ancora con i fari che comprammo quando si liquidavano le attrezzature che stavano abbandonate nel magazzino del Teatro di Leo di Leo de Berardinis, a Bologna. Cerchiamo di approfittare della qualità della luce a incandescenza finché sarà possibile e poi ci adegueremo alla legge dell’economia che inesorabilmente ci spinge ad usare altri sistemi. Come sempre i pezzi sono pochi, ma situati in modo che le possibilità combinatorie siano molte, così da adeguarsi ai continui cambiamenti dello spettacolo nel corso delle repliche. È difficile parlare del lavoro di Loredana come è difficile analizzare i fenomeni che appaiono semplici perché distillati dal tempo e dall’esperienza, ma che invece risultano complessi e ricchi nelle loro rifrazioni.

Lo stesso vale per la drammaturgia musicale di Raffaele Bassetti. Naturalmente scegliamo insieme le musiche sulle quali lavorare, visto che sono una vera e propria ossatura drammaturgica. In seguito però vengono miscelate con altre tracce e registrazioni originali. Suoni quasi didascalici, come quello della lampada al magnesio delle antiche fotografie o del treno, diventano, grazie al suo lavoro, contrappunti musicali. A questo si aggiunge la cura delle voci, che affidiamo attraverso i microfoni alla sua esperienza e sapienza uditiva che sa adattarsi a spazi e condizioni diversissime per ritrovare la qualità del suono, una delle cose più fragili che io conosca. Vorrei che le maestranze avessero più occasioni pe raccontare il loro lavoro. Mi incanto di fronte alla loro capacità di trasformare le difficoltà attraverso una sintesi essenziale ed efficace che è pensiero e concretezza nello stesso tempo.

Nicoletta Fabbri si è occupata di risolvere ogni problema e la sua funzione è talmente importante che si rischia di darla per scontata. In questo caso si aggiunge anche un formidabile lavoro di ascolto, raccolta e riordino dei testi e delle improvvisazioni senza il quale sarebbe stato molto difficile arrivare al copione finale. Per accompagnare uno spettacolo in tutti i suoi aspetti ci vogliono una dedizione e una capacità di attenzione, coordinamento e comprensione davvero molto fini e generosi.

Alcuni testi sono stati elaborati a tavolino, ma alcuni viaggi dentro opere e personaggi sono passati attraverso improvvisazioni e illuminazioni che di volta in volta andavano analizzate, riscritte e riprovate.

Per stare accanto ad un lavoro che non abbia un copione già esistente ci vuole ancora più pazienza, perché fa ancora più paura di altri spettacoli. Le strade restano sempre tutte aperte.

È la stessa paura che sento ancora oggi, tutte le volte che mi avvicino di nuovo a Ottocento. Rivedo i nostri camerini pieni di libri, rivivo le nottate insonni assediate da scritture potenti e meravigliose, da personaggi originali, da fatti e vite e opere che tutte e tutti meritavano di essere ricordati, vissuti, riscritti. Rivedo Marco ed io che ci leggiamo brani di opere che ci incantano e stupiscono anche se pensavamo di conoscerle alla perfezione. Ma come possiamo rinunciare a questo? E a questo? Abbiamo dovuto accettare l’imperfezione della nostra memoria, dell’andamento della fortuna delle opere, della storia. Abbiamo accettato il triste destino di tutto ciò che viene dimenticato e anche la poesia di questa perdita, che forse non si perde.

Ottocento è anche un imperfetto tentativo di essere meravigliati e grati di quanto ci ha preceduto, di quanto è accaduto ieri e ci ha permesso di essere quello che siamo e, forse anche per questo, viene accantonato e catalogato come ‘passato’.

Ci siamo immaginati due personaggi in cerca che assomigliano molto a noi, due pazzi che osano un viaggio in un secolo intero. Clotilde e Giovacchino sono anacronistici nei nomi, negli abiti e negli intenti, con questo loro viaggio notturno in cerca di luoghi abbandonati, con la loro frastornata superficialità di approccio, con quella ingenua disposizione a diventare i personaggi che amano per un attimo, per un momento, uscendone sempre più cambiati.

Anche ora che scrivo, mi sfilano davanti agli occhi tutte le imperfezioni dello spettacolo e vorrei fuggire. Eppure, ogni volta che lo riprendiamo e lo mettiamo in prova, quando sono nel buio dietro il fondale pronta con il mio ombrellino e guardo Marco con la sua valigia bianca, oggetto di poco valore che fu di mia nonna, un’altra me parte, entra nella casa abbandonata dove corrono le ballerine di Degas e attraverso quelle poche isole di luce che abbiamo frequentato e vissuto sento vibrare tutto il resto, tutto quello che non abbiamo detto e rievocato e mi pare che bisbiglino, lampeggino, risvegliando domande. Mi sento misteriosamente Clotilde che si presta con tutta se stessa a dare corpo e voce ai fantasmi, pur sapendo di non essere mai personaggio e mai se stessa, sospesa tra essere e non essere. Sento che Marco, compagno di decenni di speranze e di teatro, diventa Giovacchino, con la stessa intatta curiosità e lo stesso entusiasmo di quando lo conobbi alla Scuola di Teatro di Bologna. Qualcosa di vero e misterioso accade sempre. Viva l’imperfezione, con tutto il dolore che comporta per chi la vive, per la sua capacità di illuminare quel che resta fuori, quello che manca, quello che sfugge. Imperfetto come la declinazione del verbo: eravamo, volevamo, sognavamo, che prende senso dalla domanda che sempre si pone perché la nostra arte non diventi soltanto ripetizione del repertorio o nostalgia: e ora? chi siamo, cosa vogliamo, cosa sogniamo?

 

…un viaggio nell’anima lungo un secolo…

di MARCO SGROSSO

 

La nascita di uno spettacolo è sempre un percorso misterioso e un po’ miracoloso.
Tutte le volte che ho dato per scontati il processo oppure il risultato sono intervenuti un inceppo, una sorpresa, uno stimolo improvviso, un’illuminazione diurna o notturna a mutare la traiettoria.
Accade così in teatro, come nei giochi dell’infanzia: lo scenario immaginato si colora via via di tinte stupefacenti, può ribaltarsi quando meno te l’aspetti e sprofondare in una dimensione imprevedibile.
Ogni volta la storia si ripete e ogni volta me ne stupisco: miracolosamente, è una lezione che non imparo; e questa ricorrenza aiuta a mantenere vivi il cuore e lo stupore, il gioco non perde smalto e non c’è spazio per la noia, regolarmente ritorna il momento in cui palpito come se fosse la prima volta.
La saggezza dell’esperienza, la padronanza della tecnica, l’esercizio allo studio, la coscienza della solidità acquisita in anni di lavoro appassionato non hanno niente a che vedere con questo mistero: aiutano a mantenere in asse il fulcro, ma non garantiscono la stabilità sull’orlo del precipizio. Per fortuna!

Questo processo non è uguale per tutti gli spettacoli.
Quando il lavoro si basa sul testo di un unico autore, il percorso è apparentemente favorito dal fatto che la via drammaturgica è già tracciata, anche se pian piano fanno capolino le difficoltà: non abbassare la tenuta dove il testo è più debole o più sfuggente; mettere a fuoco il fulcro primario e scoprire il punto d’incontro tra l’ispirazione dell’autore e la nostra, perché quel concedere corpo e voce alle sue visioninon si riduca ad un più o meno ben eseguito ‘pappagallare’ mondi altrui.
Quando invece il lavoro si basa su una creazione drammaturgica originale, derivata da una scrittura scenica costruita attraverso assemblaggi ed elaborazioni di opere note, le difficoltà mutano forma ma non diminuiscono perché entrano in gioco altre coerenze necessarie, a cominciare dalla difficoltà dello scivolare da un registro all’altro di segno diverso senza perdere intensità espressiva.

Lungo preambolo per inquadrare il parto turbolento e al tempo stesso entusiasmante di Ottocento: un solo testo composto a quattro mani, attraversando capolavori più o meno monumentali di autori immensi; perdendoci nel flusso copioso di parole amate, lette e rilette, magiche e potenti, capaci di riportarci all’emozione di innamoramenti antichi e recenti, soffrendo come uno strappo nella carne l’esigenza inevitabile di sintesi impietose, con la necessità di restare vigili nel bilanciare il delicato equilibrio di commistioni rischiose, prendendoci il lusso di giocare ad un mosaico di accostamenti e di spostamenti variabile a seconda dell’evolversi progressivo delle riflessioni, per giungere infine alla creazione di una struttura definitiva della nostra Torre di Babele letteraria, che per sua natura resta comunque aperta a continui plausibili innesti, ricomposizioni e ripensamenti.
La decisione condivisa con Elena di affrontare con gli strumenti del teatro il ritratto di un secolo la cui incredibile ricchezza artistica, letteraria, scientifica, politica e civile da sempre ci aveva folgorati ci ha dato il coraggio di tenerci per mano sull’orlo di un autentico precipizio delle meraviglie, stimoli inesauribili di cui la nostra passione creativa si nutriva e si arricchiva progressivamente nel corso delle prove.
I camerini del Teatro Mina Mezzadri di Brescia – dove lo spettacolo è nato e ha debuttato in una sera di sfrenato batticuore, dovuto non solo all’emozione che accompagna ogni prima ma anche al timore che il filo esile di una memoria assemblata insieme all’ultimo momento potesse spezzarsi all’improvviso – nei venticinque giorni di prove avevano assunto l’aspetto inquietante e confortante al tempo stesso della sezione staccata di una biblioteca in fase di ripristino: ovunque pile di libri con lingue di carta che si affacciavano dalle pagine per non dimenticare il possibile spunto di un racconto, del brano di un romanzo, di una poesia, di un frammento biografico o di un articolo di cronaca, e quaderni con annotazioni scritte a mano in attesa di essere riportate nei file dei computer pronti all’immissione di nuovi stimoli.
Mai forse, come nel parto faticoso ma esaltante di questo spettacolo, le prove in palcoscenico sono state popolate di leggii nascosti e di una quantità di fogli stampati in un ordine cronologico pronto ad essere ribaltato a seconda dell’evoluzione del lavoro.

Elena propone di aprire con Victor Hugo, Le Rappel anno primo, numero uno: le nostre voci fuori scena per un prologo che è già manifesto politico, sociale e culturale del secolo dell’Uomo… dalle voci prendono forma le nostre sagome stagliate in controluce sulla diapositiva di una minacciosa Casa delle Meraviglie, poi i corpi prendono consistenza e varcano la soglia… dove siamo? c’è nessuno?

Clotilde e Giovacchino, due viaggiatori dell’anima, adulti rimasti bambini, noi stessi in un altro tempo o in un tempo al di là del tempo, l’io che cerca l’altro io, quello interiore, segreto o nascosto, pronto a scivolare in tutti quegli altri io che hanno acceso la nostra fantasia… un carillon impalpabile in cui scorrono frammenti preziosi della memoria di un intero secolo… lo splendore di Parigi e l’eleganza di Vienna, l’eco dell’impero britannico e della Russia ignota e lontana, l’epopea degli alambicchi e delle onde sonore, i treni, la luce, la musica, il cinema, la fotografia… basta raccogliere un libro per accorgersi che contiene tutti i nostri sogni, i nostri fantasmi di mezzanotte, i nostri miti… una Emily vestita di bianco chiusa nella sua stanza con le creature celesti e un’altra Emily malata di tisi che si dissolve felice nel vento della brughiera… i teatri che recuperano la loro funzione primaria di luoghi di unione civile, di trasmissione del pensiero e rivelazione dell’incanto… quello di una romantica corsa in slitta nel vento che ferisce le orecchie e le speranze o quello di un’impavida passeggiata in campagna che porta alla rovina… la morte amara e sgraziata di Madame Bovary o la vita folle e sregolata di George Sand… lo splendore irresistibile e le miserie senza fondo di Parigi nella sua age d’or: veleni ciprie danze belletti e quadri dipinti con la furia dell’anima… Nora bambola ribelle che infrange le regole nell’universo glaciale ma rovente di Ibsen… la profondità e la ricchezza di sfaccettature dello spirito russo si intreccia al fascino nebbioso dell’universo gotico: un naso dispettoso si pavoneggia in carrozza accanto a tombe scoperchiate orfane di spettri e di vampiri… io recupero i già percorsi e amati contorti sottosuoli dell’anima inquieta di Dostoevskji e li mettiamo a confronto con l’integra dignità del popolo nei racconti dolorosi di Tolstoj e di Hugo… riscopro la delicata sinfonia dell’anima di Thomas Mann nel dipingere il crollo di una grande famiglia e l’inevitabile sacrificio del sogno ai doveri di una discutibile rettitudine borghese, mentre Elena veleggia negli strazianti epiloghi di Margherita Gautier e di Anna Karenina, capaci di commuovermi ogni sera come la prima volta che li lessi… E arriva il momento che il tempo del viaggio è finito e il treno immaginario riparte… ma 95 minuti non sono lunghi cent’anni: molti altri io segreti sono rimasti in silenzio, altri fantasmi premono per raccontare altri incanti: Leopardi che naufraga dolcemente sull’ermo colle, Albertine e il Barone di Charlus immersi in un tempo perduto e ritrovato affollato di memorie e di rimpianti, Renzo e Lucia eternamente promessi sposi, e ancora la Londra dello scintillante Circolo Picwick e dell’irresistibile Lady Bracknell, il candore ineguagliabile del Principe Myskin accanto al coraggio indomito e ai capricci di Rossella O’Hara… quanti… quanti! Dove siamo? c’è qualcuno?
Il treno della realtà già ci porta via ma forse sarà necessario ritornare… il teatro è vita e l’anima continua a palpitare…

Fotografie di Marco Caselli Nirmal