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Bidibibodibiboo: l’intreccio lavoro-vita nel mondo contemporaneo

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Bdibibodibiboo in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 18 marzo.

Cosa succede quando il lavoro smette di essere un diritto e diventa una prova continua da superare? Bidibibodibiboo affronta le scelte, le paure e le rinunce di una generazione segnata da un mondo del lavoro spietato attraverso il confronto tra due fratelli. L’uno, impiegato in una multinazionale, è preso di mira dal suo superiore e sprofonda in un incubo persecutorio fino al licenziamento; l’altro è un autore teatrale che sceglie di raccontare pubblicamente la vicenda del fratello, portandola in scena. Il racconto diventa così un dispositivo teatrale che mette in discussione non solo il mondo del lavoro contemporaneo, ma anche il ruolo stesso dell’arte: cosa significa trasformare la vita reale, soprattutto quando è dolorosa, in spettacolo? Attraverso un linguaggio che mescola narrazione autobiografica, ironia e momenti metateatrali, la pièce racconta il fallimento, la vergogna e il desiderio di riscatto di una generazione a confronto con un sistema produttivo sempre più esigente e con un mondo in cui domina la cultura aziendale.

Il titolo è ispirato all’opera quasi omonima di Maurizio Cattelan, nella quale uno scoiattolino è riverso su un tavolo, in un interno casalingo anni ’50 e si è appena sparato un colpo alla testa. Lo squallore di questo interno – con il tavolo e le sedie moderne, in frassino chiaro e formica gialla, le stoviglie sporche buttate nel lavandino e la muffa sulla caldaia – rende alla perfezione l’atmosfera che immaginavo mentre scrivevo. Il testo racconta di due fratelli. Uno è dipendente in una grande e nota multinazionale e, preso all’improvviso di mira da un superiore, inizia a vivere un incubo che terminerà col suo licenziamento. L’altro, che fa l’autore teatrale, decide di raccontare pubblicamente la vicenda del fratello, portandola in scena. Se da un lato volevo raccontare la vergogna e la frustrazione del fratello che ha problemi sul lavoro, dall’altro ci tenevo a ragionare sulla delicata operazione che porta a trasformare un vissuto reale in arte. Sono tanti i temi di questo spettacolo: il modello delirante di cultura aziendale che si sta imponendo a livello globale, in cui i lavoratori sono spinti a raggiungere standard che le stesse aziende definiscono con orgoglio “irragionevolmente alti” e ai dipendenti viene spiegato che quando “si arriva al limite”, a causa dei ritmi di lavoro implacabili, non resta altra soluzione che “superare quel limite”; i percorsi di vita che portano i due fratelli a compiere scelte differenti, scelte in cui la volontà ha un ruolo più marginale di quanto non si creda. La precarietà riguarda ormai sia chi la sceglie deliberatamente, come me, sia chi cerca di costruirsi una vita più stabile. Nessuno è indenne. I nuovi colossi globali del mondo capitalista non stanno ridisegnando soltanto le dinamiche del lavoro, ma anche delle nostre vite. Termini e concetti aziendali hanno invaso il nostro linguaggio – performance, competizione, miglioramento di sé, ottimizzazione – e ridefinito la nostra idea del tempo: ormai il tempo libero non è altro che tempo perso.

Francesco Alberici

 

 

«Alberici ha saputo intercettare, con un poco di anticipo, quel dibattito sulla relazione tra lavoro e vita esploso durante e dopo la pandemia: la vicenda raccontata testimonia infatti la crescente indisponibilità a sottostare alla retorica della realizzazione professionale come elemento identitario. Ma, grattando la superficie del medium che ha scelto di utilizzare, l’autore e regista racconta anche di come il lessico aziendale e le logiche lavorative utilizzati nella multinazionale non siano affatto estranee al mercato culturale».

Maddalena Giovannelli, il Sole 24Ore

 

«Uno spettacolo fuori ordinanza, i cui 100 minuti di durata non si sentono affatto, anche grazie a colpi di scena, sbalordimenti di drammaturgia e di allestimento e notevoli soluzioni di rottura. […] Magari è proprio nella somiglianza tra il fatato mondo cenerentolesco, con le sue promesse di felicità, e il magico life-work balance, con tutte le altre favole che ci racconta l’industria globale, che sta il punto. O almeno uno dei punti: l’ignota costellazione del futuro verso cui Bidibibodibiboodiboo ci spinge a guardare».

Roberto Canziani, Quantescene!

Dall’Hasapikos (danza dei macellai) alla ricerca coreografica di Gloria Dorliguzzo

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Butchers in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 14 marzo.

Butchers prende avvio dall’Hasapikos, antica danza popolare greca il cui nome significa “danza dei macellai”. La ricerca ne attraversa l’origine etimologica e rituale, ricostruendo una possibile partitura ritmica dei gesti legati al taglio della carne. «Immagino una partitura di movimenti precisi – commenta Gloria Dorliguzzo – costruiti per essere ripetuti: una grammatica del gesto sacrificale, che unisce necessità e sacralità. Gesti rituali, prescritti affinché il taglio non sia solo atto funzionale alla sopravvivenza, ma anche degno del rispetto dell’animale-Dio. Oggi questa gestualità potrebbe appartenere a un’archeologia dimenticata: ciò che intendo fare è riattivarla, riportando in vita il gesto nella sua intenzione originaria». Nella pièce nulla è cruento o realistico, ma tutto rimanda a un rito che trasforma il gesto in memoria e simbolo.

Ad affiancare la ricerca, Butchers Capsule, un dispositivo performativo e teorico su due spazi comunicanti, condotta dalla dramaturg Lucia Amara: da un lato un’assemblea pubblica, dall’altro una cella frigorifera dove un macellaio esegue in continuum il gesto del taglio. Un flusso continuo di spettatori attraversa i due ambienti, generando un’esperienza tra parola e corpo, teoria ed esperienza (13 marzo, Ridotto del Teatro Rasi).

Παραγενομενος χαί έπωτώμενος τί
μάρεστι θύσων, είπε παιανα
cosa porti ad essere sacrificato? un peana

Scholia vetera in Pindari Carmina, 1,3
Drachmann

Perché il corpo diventi carne deve esserci un taglio. Il passaggio dal corpo alla carne divide la storia umana in due ere.
La prima è quella del corporito.
La seconda quella della carnedanza.
Lo sfondo è cupo, l’immagine si ripete indefinitamente.
Un tavolo, un piano, una radura.
Una mano si stacca, raggiunge un punto lontano dal corpo, – di chi taglia e di chi è tagliato.
Vibra il colpo (coltello o ascia).
Se il corpo è sacro bisogna fuggire lontano e seppellire l’arma, disporre un cerimoniale per nettarsi le mani (le mani vengono prima della coscienza), poi mettere in scena un teatro dell’innocenza perché il crimine sia frollo; Se il corpo è solo nutrimento se ne rimuove il sacro, nel taglio si dimentica il corpo: una separazione è in atto.
Succede una partitura di gesti: il capo si abbassa, un cesello si opera all’interno della materia corporea: la mano lavora il corpo, lo scortica, lo affiletta, lo batte: si tagliano le membra, si disfano in pezzi, si rompono le ossa, si distribuiscono le parti, si mettono in fila, filetti e frattaglie.
Il coltello segue le articolazioni naturali del corpo.
L’anatomia fonda il principio di classificazione.
Una discesa a picco nella carne.
Il gesto deve essere ripetibile.
Il ritmo succede al rito (rende superfluo il rito).
La scansione distoglie dal terrore del sacrilegio.
La musica è nelle viscere ed è organica.
Il terrore si scioglie nel sentimento di un nutrimento necessario.
Al dio invocato con la supplica che lo strazio si plachi, segue una preghiera di ringraziamento per il banchetto consumato.

Lucia Amara

 

Asella Gilmore
Sono nata a giugno 1995, a Mulhouse, in Francia nella regione dell’Alsazia. Sono macellaia professionista da un anno. Ho completato la mia formazione triennale presso la scuola EFP a Stalle a Bruxelles. Attualmente lavoro da Spek’n’Bonnen, un negozio in cui tutti i prodotti sono realizzati artigianalmente. Imparare il mestiere di macellaia ha rappresentato per me un modo di riconnettermi e reinserirmi nella società. Mi ha portato disciplina e struttura nella vita. Oggi sono orgogliosa di lavorare e di continuare ad apprendere.

Sono Luca Tassinari, nato a Ravenna il 16-06-1977 da una famiglia di macellai. Mio padre mi ha formato per essere un bravo Macellaio in tutto. Nato con il coltello in mano e la passione per la cucina, ho trasformato la tradizionale macelleria in gastronomia di alta qualità. Nel frattempo continuo a fare il mio lavoro, uno dei mestieri più antichi e ne vado fiero.

Mauro Barbiero
Mi chiamo Mauro Barbiero, nato a Cosenza, il 4/8/1974 sono un attore e performer e sono cresciuto in una famiglia dove la cultura della terra era parte integrante della vita quotidiana. Fin da piccolo ho potuto osservare dal vivo la pratica della macellazione, di cui conosco natura e contraddizioni.

Butchers Capsule, un viaggio tra luogo della parola e luogo del corpo

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Butchers Capsule in scena come evento speciale fuori abbonamento de La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 13 marzo.

Accanto alla ricerca coreografica Butchers di Gloria Dorliguzzo sull’Hasapikos, antica “danza dei macellai”, nasce Butchers Capsule, dispositivo performativo e teorico articolato su due spazi comunicanti. Attorno a un tavolo, una studiosa dei linguaggi performativi – la dramaturg Lucia Amara – conduce una lectio sul sacrificio e sul taglio rituale dell’animale nel pensiero greco antico, dove il gesto incideva non solo la carne ma anche la poesia e le politiche di spartizione egalitaria che ci riportano alle prime forme di democrazia. Il discorso è informale e partecipato: può interrompersi, aprirsi al dialogo, riprendere. In uno spazio adiacente, una stanza, un vero macellaio esegue in continuum le sequenze del taglio: inizio, svolgimento, fine e ri-inizio, in un paesaggio sonoro che richiama la cella frigorifera e le spazzole per l’igienizzazione. A piccoli gruppi, il pubblico attraversa la soglia per assistere alla performance e rientra poi nell’assemblea, generando un flusso bilaterale tra luogo della parola e luogo del corpo. Non una conferenza-spettacolo, ma un sistema di reciproca implicazione, in cui teoria ed esperienza si sospendono e si ricuciono continuamente, costruendo una comunità temporanea.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Παραγενομενος χαί έπωτώμενος τί
μάρεστι θύσων, είπε παιανα
cosa porti ad essere sacrificato? un peana

Scholia vetera in Pindari Carmina, 1,3
Drachmann

Perché il corpo diventi carne deve esserci un taglio. Il passaggio dal corpo alla carne divide la storia umana in due ere.
La prima è quella del corporito.
La seconda quella della carnedanza.
Lo sfondo è cupo, l’immagine si ripete indefinitamente.
Un tavolo, un piano, una radura.
Una mano si stacca, raggiunge un punto lontano dal corpo, – di chi taglia e di chi è tagliato.
Vibra il colpo (coltello o ascia).
Se il corpo è sacro bisogna fuggire lontano e seppellire l’arma, disporre un cerimoniale per nettarsi le mani (le mani vengono prima della coscienza), poi mettere in scena un teatro dell’innocenza perché il crimine sia frollo; Se il corpo è solo nutrimento se ne rimuove il sacro, nel taglio si dimentica il corpo: una separazione è in atto.
Succede una partitura di gesti: il capo si abbassa, un cesello si opera all’interno della materia corporea: la mano lavora il corpo, lo scortica, lo affiletta, lo batte: si tagliano le membra, si disfano in pezzi, si rompono le ossa, si distribuiscono le parti, si mettono in fila, filetti e frattaglie.
Il coltello segue le articolazioni naturali del corpo.
L’anatomia fonda il principio di classificazione.
Una discesa a picco nella carne.
Il gesto deve essere ripetibile.
Il ritmo succede al rito (rende superfluo il rito).
La scansione distoglie dal terrore del sacrilegio.
La musica è nelle viscere ed è organica.
Il terrore si scioglie nel sentimento di un nutrimento necessario.
Al dio invocato con la supplica che lo strazio si plachi, segue una preghiera di ringraziamento per il banchetto consumato.

Lucia Amara

 

Lucia Amara conduce una ricerca presso il Dipartimento di Storia delle Religioni alla Sapienza di Roma su mistica e linguaggio. Ha svolto il biennio in Archeologia presso l’Università di Catania e si è laureata in Lettere Classiche a Firenze con una tesi
sulla critica alla democrazia nel pensiero di Cicerone. In seguito studia al DAMS all’Università di Bologna, dove ha svolto il dottorato in collaborazione con Paris VII, nel Dipartimento di Semiologia diretto da Julia Kristeva. Ha curato l’edizione italiana dei Cahiers di Artaud, Questo corpo è un uomo, per la casa editrice Neri Pozza nella collana Quarta Prosa diretta da Giorgio Agamben.

Sono Luca Tassinari, nato a Ravenna il 16-06-1977 da una famiglia di macellai. Mio padre mi ha formato per essere un bravo Macellaio in tutto. Nato con il coltello in mano e la passione per la cucina, ho trasformato la tradizionale macelleria in gastronomia di alta qualità. Nel frattempo continuo a fare il mio lavoro, uno dei mestieri più antichi e ne vado fiero.