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“Aver volontà di togliersi dall’ingiustizia è delitto o justizia?”. La storia di Beatrice Cenci

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Cenci in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 31 marzo.

«Il più alto fine morale a cui si possa aspirare nel più elevato genere drammatico, è insegnare al cuore umano la conoscenza di sé stesso».

Percy Bysshe Shelley

 

I Cenci nasce dalla tragedia in versi di Percy Bysshe Shelley (1819), ispirata a un manoscritto rinvenuto negli archivi romani e ambientata nella Roma del 1599, sotto il pontificato di Clemente VIII. La vicenda, ripresa nel 1935 da Antonin Artaud come manifesto del suo “teatro della crudeltà”, racconta la storia di Beatrice Cenci, vittima degli abusi del padre e artefice della sua uccisione nel tentativo di liberarsi. Scoperta, sarà giustiziata insieme ai complici, nonostante il favore del popolo. Questa riscrittura guarda al nucleo politico e poetico dell’opera: la responsabilità individuale di fronte al male, il rapporto tra religione e potere, e una violenza sistemica che attraversa i secoli. La vicenda diventa simbolo contemporaneo di vulnerabilità e resistenza attraverso una regia che mette in dialogo teatro, cinema e arti visive con atmosfere perturbanti e un’intensa partitura sonora. Un lavoro che mira a illuminare gli abissi dell’animo umano e a interrogare la nostra coscienza collettiva.

«[…] 11 settembre 1599, Roma. Beatrice Cenci, nobildonna appartenuta a una delle più influenti famiglie rinascimentali dell’epoca, viene giustiziata per parricidio, per essersi difesa dai ripetuti abusi di un padre violento e depravato dopo innumerevoli e ignorate richieste di aiuto. Vittima prima dei soprusi, poi della giustizia. Il processo spacca la città: “aver volontà di togliersi dall’ingiustizia è delitto o justizia?” Il giorno dell’esecuzione Caravaggio e Artemisia Gentileschi assistono alla decapitazione; quell’immagine si imprime nel loro sguardo, è una discesa ripida nella carne che genera visioni. Quel teatro della crudeltà è oggi per noi un attributo del concetto di verità. Cenci traccia una linea che attraverso i secoli giunge a noi sinistramente intatta nel suo nucleo primordiale, seppur mascherata dietro civili sembianze. Vi si denuncia l’anarchia del male, la responsabilità personale dell’ingiustizia che si propaga all’intera società, la religione come fondamento e condanna dell’edificio sociale del nostro Paese, così malato e bisognoso di laicità. Siamo spettatori di un “mancato rinascimento” che la storia dei Cenci concede di osservare con dolorosa complicità; uno specchio nostrano che racconta l’identità italiana ma che abbraccia anche un’identità europea sempre più categorica e dogmatica. Beatrice Cenci è oggi il simbolo di una vulnerabilità alla prepotenza del patriarcato imperante e dei modelli androcratici dominanti. Una donna del passato traccia il futuro. In questo nuovo viaggio teatrale siamo accompagnati da un custode, Antonin Artaud, teatrante, poeta, martire e visionario che ci sembra possa sovrapporsi a Beatrice Cenci, per tentare di congiungere arte e vita, corpo naturale e identità, per confondere i limiti, spostarli in avanti di continuo».

Giorgia Cerruti

 

 

«Cenci ci ricorda come il teatro possa essere un farmaco. Al contrario dell’esibizione quotidiana dell’orrore che riempie ormai ogni minuto della nostra giornata, l’arte della scena ci mette a confronto con la natura stessa della violenza, facendoci riflettere sulle possibili alternative. Non è spettacolo di cui sadicamente godere, ma pensiero in azione, un pensiero in grado forse di farci vergognare e costringerci a cambiare».

Enrico Pastore, PAC – paneacquaculture.net

 

«La messa in scena […] è un richiamo forte a quel nostro sguardo distratto, innanzitutto nel processo di smascheramento che attiva in scena quando i protagonisti apparsi in veneziane maschere colorate, se ne spogliano per mostrare il volto violento, il ghigno della loro funesta aggressività o anche l’umanità del loro sentire. E poi nell’uso molto figurativo, quasi rinascimentale direi, del colore in cui domina il rosso di una passione trasfigurata in sangue, un uso mai simbolico che, […] è un ‘mostrare diretto’».

Maria Dolores Pesce, Dramma.it

Piccolo e Massini raccontano il coraggio di Giacomo Matteotti

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Matteotti. Anatomia di un fascismo in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri dal 26 al 29 marzo.

Ottavia Piccolo e Stefano Massini, limpida attrice e acuto drammaturgo uniti da un forte impegno civile e da un sodalizio artistico, raccontano la tragica parabola di Giacomo Matteotti, l’uomo che, negli anni Venti, comprese la gravità dell’ascesa del fascismo quando molti non videro o non vollero vedere. La pièce, tra voce, musica e parole, ricostruisce l’ascesa di quel fenomeno eversivo e il coraggio di Matteotti, riformista e pacifista, oppositore instancabile, la cui arma politica era la parola documentata e fondata sui fatti. «Una parola che smaschera. Per questo fu ucciso», sottolinea la regista Sandra Mangini.

Sul palco, Ottavia Piccolo dà voce al testo di Massini, accompagnata dalle musiche di Enrico Fink che dirige i Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo. Un’opera potente che richiama alla responsabilità civile e alla necessità di non dimenticare, a cento anni dall’assassinio del deputato, il 10 giugno 1924.

«Ottavia Piccolo […] alterna monologhi serrati a climax con sei solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo. Plasma un capolavoro di dignità, sguardi, posture e imposture che è la documentatissima opera Matteotti anatomia di un fascismo scritta da Stefano Massini per lei e per un tributo di oltre cent’anni dall’agguato squadrista di cui il parlamentare fu vittima».

Rodolfo di Gianmarco, La Repubblica

 

«Una bella esperienza, quasi esemplare, per restituire al teatro la sua funzione civile, senza rinunciare al fascino della parola e dell’interpretazione, e del loro uso. Non a caso la cascata finale di applausi sembrano voler esprimere il calore del pubblico non solo per la bravura e la testimonianza dello spettacolo, ma un sentimento di piena partecipazione a quel primo piano di straordinaria intensità».

Gianfranco Capitta, il manifesto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«La narrazione contiene delle vere perle letterarie-teatrali. Penso alla descrizione della luce di Roma, alla narrazione del rapimento […] O anche la descrizione delle differenze economico sociali fatta attraverso i quattro/cinque cappotti che il possidente tiene nel proprio guardaroba. Osservazioni apparentemente minimali che diventano metafora e realtà fattuale»

Alessandro Allegrini, Il Giornale dell’Umbria

 

La vicenda esistenziale e politica di Giacomo Matteotti è quella di un uomo che seppe riconoscere e sistematicamente contrastare il fenomeno fascista, con una lucidità di sguardo e di analisi decisamente fuori dal comune.
In questa sua capacità visionaria egli fu piuttosto solo, per quanto sostenuto dai compagni di partito. Chi invece gli fu sempre accanto, fu Velia Titta, sua moglie.

Era un riformista, uno spirito costruttivo, un pacifista, e nello stesso tempo un oppositore accanito e implacabile.
Fu un uomo di studi giuridici ed economici che scelse di stare dalla parte della povera gente mettendo a frutto il suo sapere: amministratore instancabile, lottò tenacemente per dare strumenti tecnici di consapevolezza, di autogoverno, ai lavoratori dei campi del suo Polesine.
Uomo delle istituzioni come espressione del bene pubblico, fu parlamentare attivissimo, nei suoi molti scritti e nei suoi moltissimi discorsi.
La sua arma politica era la parola, documentata, fondata sui fatti, indiscutibile. Una parola che smaschera. Per questo fu ucciso.

Matteotti (anatomia di un fascismo) è un racconto popolare contemporaneo che indaga sul fenomeno fascista, mettendo a fuoco una serie di elementi cruciali e caratterizzanti, il cui esito finale (l’eliminazione violenta del corpo dell’oppositore, quale soggetto rivelatore della realtà dei fatti), corrisponde del tutto alla sua vera natura originaria, al suo inizio.

La persistenza di questo stesso fenomeno, nel tempo e nello spazio, in forme vecchie e nuove, ci porta a considerare quanto sia indispensabile, oggi più che mai, occuparsi della cosa pubblica, del bene pubblico, guidati da un pensiero costruttivo, legalitario, partecipativo, paritario, realistico, competente, attraverso atti e parole chiare, come quelle di Giacomo Matteotti e di sua moglie Velia.

Sandra Mangini