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“Nephesh. Proteggere l’ombra” Dal cimitero alla pagina. Il cammino diventa un libro

È uscito sabato 10 ottobre per Cue Press Nephesh. Proteggere l’ombra. Una polifonia in cammino nel varco tra i vivi e i morti di Tahar Lamri e Alessandro Renda. Dal 14 al 18 ottobre il lavoro torna in cammino al Cimitero dell’Osservanza di Faenza per il festival Schiusa. Lunedì 19 ottobre la prima presentazione alla Libreria Longo di Ravenna, sabato 24 ottobre a Santa Maria dell’Angelo a Faenza, il 1 novembre a TRA – Festa delle anime tra due mondi di Rimini il 26 novembre al Museo D’arte Lercaro di Bologna.

 

Pubblicato da Cue Press, Nephesh. Proteggere l’ombra. Una polifonia in cammino nel varco tra i vivi e i morti raccoglie la drammaturgia integrale del lavoro ideato e diretto da Alessandro Renda/Teatro delle Albe con lo scrittore Tahar Lamri, accompagnata da scritti e fotografie che ne ampliano il paesaggio poetico e umano.

Nato per essere ascoltato in cuffia, camminando tra le tombe, Nephesh trova ora un altro tempo, quello della lettura.

In questi due anni, al termine delle camminate, molte persone hanno espresso il desiderio di poter rileggere il testo, ritrovare una frase ascoltata, tornare su un’immagine che continuava a riaffiorare nella memoria. Da questo desiderio condiviso è nata l’idea di un libro. Ma come portare sulla pagina una scrittura nata per essere attraversata? Come conservare il rapporto tra le parole e i luoghi, tra ciò che arriva alle orecchie e ciò che incontra lo sguardo?

«Nephesh nasce dal desiderio di tornare a frequentare i cimiteri, luoghi che abbiamo progressivamente allontanato dalla nostra quotidianità, quasi che tenere la morte fuori dal nostro sguardo potesse renderla meno presente. Eppure, camminando tra le tombe, ci siamo accorti di quanto quei luoghi siano pieni di vita. Ci sono le storie, le fotografie, i nomi, le tracce di chi ci ha preceduto. E ci siamo noi, con la nostra memoria, le nostre assenze, le domande che ci accompagnano. Il libro è un altro modo di abitare questo confine. Non volevamo semplicemente trascrivere ciò che si ascolta in cuffia, ma provare a restituire sulla carta qualcosa di quell’esperienza, lasciando alle parole la possibilità di continuare il loro cammino». Alessandro Renda e Tahar Lamri

Il cimitero, in Nephesh, non è uno sfondo. È parte della drammaturgia. Le parole entrano in relazione con lapidi, alberi, architetture, fotografie, fiori di plastica, iscrizioni consumate dal tempo. Ogni luogo porta con sé una storia, ogni persona che lo attraversa una memoria differente.

Che cosa accade quando entriamo in un cimitero? Quale rapporto abbiamo con la nostra fine? Che cosa rimane di una vita quando finisce? Sono alcune delle domande che accompagnano Nephesh, un lavoro che attraversa la morte per interrogare il tempo dei vivi. Senza cercare risposte consolatorie, senza sottrarre alla morte il suo carattere tragico, ma provando a riconoscerle un posto nella nostra esistenza.

La drammaturgia sonora accompagna un piccolo gruppo di persone in una camminata in cuffia. Le voci di Gemma Hansson Carbone, Tahar Lamri e Alessandro Renda, insieme al paesaggio sonoro di Francesco Tedde, intrecciano memorie personali, testi poetici e filosofici, racconti e immagini provenienti da culture e tradizioni differenti. Le parole incontrano continuamente ciò che appare lungo il percorso e ciò che ciascuno porta con sé.

Nel passaggio dall’ascolto alla lettura, il libro cerca una propria forma. Alle parole si affiancano le fotografie di Marco Parollo, realizzate appositamente per questa pubblicazione: immagini che non si limitano a documentare i luoghi, ma restituiscono frammenti di quel paesaggio materiale e umano che partecipa alla scrittura.

Ad aprire il volume è Una sacra tristezza (anteprima nel link), la prefazione di Rossella Menna, che prende avvio dai ricordi delle veglie funebri e dei cimiteri frequentati durante l’infanzia per arrivare all’esperienza di Nephesh. Uno sguardo che riconosce nel lavoro una dimensione insieme intima e collettiva, dove la memoria di ciascuno entra in relazione con quella degli altri.

Accanto alla drammaturgia integrale trovano spazio due scritti degli autori: Respirare, in cui Alessandro Renda ripercorre le origini intime e artistiche del lavoro, e Il cimitero ogni giorno ci reclama, in cui Tahar Lamri intreccia memoria, migrazione, genealogia e silenzio.

NEPHESH A FAENZA | 14–18 OTTOBRE

Il viaggio di Nephesh prosegue al Cimitero dell’Osservanza di Faenza, dove dal 14 al 18 ottobre, ogni giorno alle ore 17, si terranno cinque nuove camminate in cuffia nell’ambito della seconda edizione di Schiusa, rassegna curata da E Production.

È la prima volta che Nephesh attraversa il territorio faentino, portando la propria drammaturgia a incontrare il suo cimitero, le sue architetture, le sue storie e le memorie di chi lo abita e lo attraversa. Ultime date del lavoro per il 2026.

INCONTRI INTORNO AL LIBRO

L’uscita del volume sarà anche l’occasione per ritrovarsi e continuare a ragionare insieme su alcune delle domande che accompagnano Nephesh: il rapporto con la morte, il posto del lutto nel nostro tempo, le diverse tradizioni con cui le comunità custodiscono la memoria di chi non c’è più.

19 ottobre 2026, ore 18.45 – Ravenna
Libreria Longo
Prima presentazione del libro con gli autori.

24 ottobre 2026, ore 17 – Faenza
Santa Maria dell’Angelo, Via Santa Maria dell’Angelo
Presentazione del libro con gli autori a cura di Museo Diocesano di Faenza

1 novembre 2026, ore 17 – Rimini
Festival TRA, Santa Maria Nives
Il respiro che resta, il tempo dei vivi
Incontro con Alessandro Renda e Tahar Lamri.

26 novembre 2026, ore 18 – Bologna
Museo d’Arte Lercaro
Presentazione del libro con gli autori a cura della Fondazione Lercaro e di perAspera Festival.

Punzo: “Noi siamo utopia realizzata”

LA STAGIONE DEI TEATRI 2023-2024

In occasione de Il figlio della Tempesta. Musiche, parole e immagini dalla Fortezza, in scena  per La Stagione dei Teatri 2023/2024 sabato 23 marzo alle 21:00 al Teatro Rasi, Federica Ferruzzi ha intervistato Armando Punzo.

 

Regista e drammaturgo, Armando Punzo ha fondato nell’ ’88 la Compagnia della Fortezza nel carcere di massima sicurezza di Volterra. Si tratta di uno dei primi progetti di teatro, in Italia, portato in un centro di reclusione.

Trentacinque anni di sfide, tentativi, dubbi, successi, arresti e ripartenze: cosa l’ha portata ad intraprendere questa esperienza?

“Credo che l’origine sia nel fatto che ho incontrato il teatro come possibilità, per la mia vita innanzitutto; questo mi ha condotto a Volterra nell’82, dov’era il Gruppo Internazionale L’avventura, che veniva dal teatro di Grotowski. Qui mi sono misurato con l’idea di un teatro non istituzionale, non legato alla tradizione, bensì all’idea del performer, dove metti in gioco te stesso più che rappresentare personaggi. Un teatro che ti sfida personalmente e che ti porta a nuove forme di creazione. Ho fatto parte di questa realtà per tre anni, poi il gruppo si è sciolto e io sono rimasto lì, continuando nella mia ricerca di teatro istituzionale e ho pensato di creare qualcosa di nuovo, così è nata la Compagnia della Fortezza”.

Quante persone hanno aderito inizialmente?

“Durante il primo anno sono state una ventina, erano soprattutto italiane. Si era iscritta tutta la comunità napoletana, ed è stato un po’ paradossale, visto che avevo sempre fatto di tutto per scappare da Napoli. Poi ricordo un cileno, un marocchino. Quello di Volterra è un carcere con stranieri di tutte le nazionalità: ci sono ucraini, russi, rumeni, tanti italiani, ma soprattutto persone del Sud, sia dell’Italia che, più in generale, del mondo. Il Sud è in carcere, e le ragioni sono evidentemente sociali, economiche, legate ad una povertà che porta a questo. In trentacinque anni non ho mai visto uno svedese, erano quasi tutti da Roma in giù”.

Oggi quanti siete?

“Oggi siamo dalle sessanta alle ottanta persone, alcune si occupano dei costumi, altre delle scenografie. Nell’ultimo spettacolo allo Strehler, dal titolo Naurae, eravamo ottantadue”.

In trentacinque anni come è cambiata l’attività?

“All’inizio era tutta una scoperta su come riuscire a muoversi in carcere, anche se questo aspetto non cambia mai; cambia la popolazione detenuta nei modi di essere, non si arriva mai ad una staticità, ad un consolidamento. Il carcere sembra un luogo immobile, ma è in continuo fermento. Tutti i giorni è realtà viva, dove di sicuro non c’è il rischio della routine, non posso certo vivere sugli allori. In questi anni abbiamo fatto cose che sembravano impossibili, abbiamo lavorato tanto su questo concetto, ci ho costruito sopra anche un festival. Sembrava tutto utopico, ma nel senso che intende Bloch, quando sostiene che noi siamo utopia realizzata, concreta. Abbiamo fatto cose impensabili grazie alla potenza della cultura, a quella forza data da uomini che si mettono insieme. Anche di questo parleremo durante l’incontro del 22 marzo in Classense, quando presenteremo il libro Un’idea più grande di me”.

Da cosa nasce il libro?

“Nasce dal bisogno di raccontare la mia esperienza: in proposito è stato detto e scritto tanto, ci sono state pubblicazioni che non sempre mi rispecchiavano e avevo bisogno di dire la mia. Questa è un’esperienza che rischia di essere accostata all’idea di teatro sociale, ma è un’etichetta in cui non mi sono ritrovato, perché punitiva dal punto di vista artistico. Quello sociale è un tipo di teatro legato alla cura, finalizzato non a un’espressione artistica, quanto al fatto che debba essere funzionale ad un’educazione e ad una risocializzazione del singolo. Quando ho fondato la Compagnia, non volevo lavorare con professionisti e non mi piaceva il teatro di ricerca di quegli anni. Sono andato in carcere per sperimentare la potenza del teatro con persone che non lo conoscevano. Avevo bisogno di sfidarmi e di sfidare. Non è un libro di memorie, ma ho chiesto a Rossella Menna di sviluppare i nostri lunghissimi dialoghi: Un’idea più grande di me è il mio manifesto artistico, in cui dico anche quanto il mio teatro sia stato travisato”.

Cosa ha trovato in carcere?

“Ho trovato l’idea della prigione, che poi è legata alle mie prime letture, le suggestioni di Gurdjieff, il concetto che tutti siamo prigionieri, un’idea platonica legata al mito della caverna che accomuna diverse culture. Siamo imprigionati nei nostri meccanismi, e quindi ho pensato che potessimo lavorare su una grande metafora. Ma, come dicevo, non è un teatro sociale: lì il destinatario finale è la persona che lavora, mentre quando si compie un’attività artistica ci si rivolge al pubblico. Poi è ovvio che la persona c’entra tanto e io sono il primo a trarre benefici da tutto questo”.

C’è una frase che più l’ha accompagnata in questi anni?

“Ce ne sono tante, ma la prima che mi viene in mente è quella di Aniello Arena, un attore, ex detenuto che, una volta espiata la pena, ha fatto cinema con Matteo Garrone e ora è anche su Netflix. È stato sedici anni con noi e una volta mi disse in napoletano: ‘Ma non lo potevo scoprire prima, tutto questo?’

E lei cosa gli rispose?

“Che tutto quello che era stato, era stato, ma che da quel momento in poi era tutto nelle sue mani. Al Sud ci sono storie incredibili, lo sappiamo, ma quando le tocchi con mano ti rendi conto che mancano cose basilari, è incredibile ma è ancora così. Sacche di umanità, milioni di persone che vivono in condizioni difficili, dove l’accesso alla cultura è qualcosa di impensabile e dove il luogo in cui vivi condiziona profondamente quello che sei”.