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Può il teatro rappresentare ancora le assurdità della Storia?

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Come gli uccelli in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Alighieri l’8 e il 9 aprile.

Potente e lacerante, il capolavoro drammaturgico del franco-libanese Wajdi Mouawad – rappresentato per la prima volta in Italia – racconta della storia d’amore tra Eitan, giovane tedesco di origine israeliana, e Wahida, ragazza di origine araba. Si conoscono a New York e si innamorano perdutamente, ma si troveranno presto di fronte a un drammatico destino: sull’Allenby Bridge, il famoso ponte che collega – e al tempo stesso divide – Israele e Giordania, Eitan rimane vittima di un attentato e cade in coma. In questa dimensione sospesa, vengono ripercorse le vicende familiari di diverse generazioni, generando un labirinto di storie, eredità dimenticate, lotte fratricide. «Gli ultimi efferati accadimenti avvenuti in Israele e a Gaza – afferma Marco Lorenzi – ci ricordano che tutto questo è vero, vivo e dolorosamente attuale. Ma noi insistiamo a credere che grazie a capolavori come quelli di Mouawad, il Teatro sia ancora l’unico luogo dove le assurdità della Storia possono essere rappresentate, per discuterle insieme, perché pensiamo – forse utopisticamente – che non si debbano più ripetere. […]» A interpretare i numerosi personaggi, un cast di interpreti provenienti da diversi paesi, origini e biografie, a cui Lorenzi ha chiesto di imparare a recitare in altre lingue oltre alla propria. Una scelta che deriva dall’«epica costruzione del testo di Mouawad». Una riflessione profonda, e quantomai necessaria oggi, sull’amore, l’incontro e l’appartenenza culturale.

«Ci sono testi teatrali che anticipano la realtà e diventano sempre più attuali e profetici con il passare del tempo. Tous des oiseaux di Wajdi Mouawad è uno di questi. I personaggi parlano lingue diverse non solo in senso letterale. Perché si parla inglese, tedesco, arabo ed ebraico (anche se Mouawad lo ha scritto in francese)? Perché ognuno usa la propria lingua madre per esprimere la propria identità o ricerca di identità. Quindi Tous des oiseaux è un testo in cui la lingua diventa grande protagonista. Una lingua densa, calda, magmatica e materica come lava, come creta. Che agisce, modella, crea e muove i personaggi come nuovi golem dolorosamente pensanti e senzienti. Mentre lo traducevo ho sentito, più forte che mai, la responsabilità di restituire nella mia/nostra lingua la struggente poesia del testo e l’importanza del messaggio che porta. E cioè che, al di là delle sovrastrutture in cui ci siamo ingabbiati – idiomi, religioni, tradizioni ideologiche, convinzioni politiche diverse – in realtà, nella nostra umanità più profonda, siamo tutti uguali».

Monica Capuani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«Il testo era stato scritto quasi cinque anni fa e ha debuttato incredibilmente pochi giorni dopo l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre. Lo spettacolo ha adesso un respiro epocale, come l’Angels in America o il Leheman Brothers di qualche anno fa. Una saga intergenerazionale che racconta il tempo presente, quello che stiamo vivendo. Un must see assoluto di questa stagione teatrale […]».

Renzo Francabandera, PAC, 2024

 

«[…] non solo uno spettacolo di notevole qualità ma anche ‘necessario’ ed ‘esigente’ nelle tematiche che affronta e che giustamente ci propone in un oggi, purtroppo, ancora una volta da esse sanguinosamente segnato e ferito, e che si segnala per il profondo respiro storico e per la necessità di sottrarlo alle dinamiche di una cronaca che spesso disconosce l’umanità condivisa delle persone nel loro presente ma anche nel loro passato».

Maria Dolores Pesce, Dramma.it, gennaio 2024

 

«Splendidi gli attori, di varia provenienza etnica, che hanno, con evidenza, introiettato i loro personaggi attraverso un approfondito lavoro di preparazione durato un paio di anni, e che ne governano con equilibrio e maestria professionale le dinamiche, le pulsioni apparentemente contraddittorie, o addirittura sconvolgenti, quando non gli eventi traumatici. Su ognuno di loro ci sarebbe da scrivere un intero saggio, a cominciare dai due giovani protagonisti».

Claudio Facchinelli, Rumor(s)cena, 2023

La Commedia dell’Arte incontra l’Intelligenza Artificiale

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Arlecchino nel futuro in scena per La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 24 febbraio.

Nord Italia, tra cent’anni: la Terra non è stata spazzata via da alcuna catastrofe, eppure il caldo è diventato insostenibile, al punto che l’umanità prepara una migrazione verso la Luna inseguendo l’idea di una vita migliore. Non tutti, però, possono permettersi di partire: di certo non Arlecchino, “poareto” dalla fedina penale poco limpida, costretto a restare ai margini di un futuro già selettivo.

Nella loro nuova creazione, il duo Dammacco/Balivo affida alla maschera più popolare della Commedia dell’Arte il ruolo di protagonista e, attraverso il linguaggio della farsa e un dialetto veneziano “schiarito”, rende omaggio alla tradizione facendola dialogare con l’immaginario tecnologico di domani. Tra imbrogli, sotterfugi maldestri e incontri esilaranti con maschere e figure inattese,  Arlecchino tenterà l’unica via che gli resta: fingersi un androide pur di guadagnarsi un posto sull’astronave. Come andrà a finire?

La genesi del progetto di spettacolo e i suoi temi
«La visione di un Arlecchino nel futuro ha fatto capolino nella mia mente un paio di anni fa mentre ero impegnato in un progetto che prevedeva il tentativo di comporre drammaturgia con l’ausilio di sistemi di intelligenza artificiale. È stata un’esperienza ricca di spunti, alla fine della quale non avevo alcun interesse a proseguire la collaborazione con i sistemi di scrittura che avevo avuto modo di saggiare; in compenso avevo a disposizione una serie di appunti, domande e possibili paradossi, spesso buffi […] una mattina stavo dialogando […] con uno di questi sistemi e ho avuto l’inquietante percezione che la futura relazione tra l’intelligenza artificiale e gli umani si annunci piena di sfumature […] che porteranno, forse, a una prova di forza tra Umano e Macchina più sottile, insidiosa e ambigua di quanto si possa immaginare. Mi è parso che non si tratterà soltanto di evitare che i robot facciano perdere il lavoro agli esseri umani, di per sé una catastrofe; non si tratterà soltanto di sperare che sistemi di difesa non scatenino in autonomia dagli umani una guerra magari atomica o con armi che ancora non possiamo immaginare: ho avuto la sensazione che si tratterà di fare fronte a come queste macchine, che dovrebbero essere strumenti nelle mani dell’umanità, rischiano di infilarsi nel nostro intimo e personalissimo modo di sentire e vivere la vita, la relazione con gli altri, con se stessi e il senso della vita. Tenteremo la via dell’immortalità?[…]»

 


I personaggi in scena e le loro maschere

Le maschere sono state realizzate appositamente per l’Arlecchino nel futuro dal Maestro Renzo Sindoca (Arlecchino, Androide 17-22, Puteo, Sbirrandroide) e dall’artigiano, giovane Maestro, Leonardo Gasparri (Pantalone e un Arlecchino nero che compare per un attimo restando fuori dal conto dei personaggi). Le maschere di Sindoca e Gasparri sono state uno strumento importante nel gioco di corrispondenze e rimandi tra i personaggi del nostro spettacolo e quelli della commedia dell’arte. […] Il nostro Arlecchino, per una volta padrone di casa, protagonista forse, certamente ponte tra la scena e la platea, è agito alternativamente da Serena Balivo ed Mariachiara Falcone, e porta una maschera da Arlecchino. Il Vecio è nella vicenda un uomo di oltre centocinquant’anni di età, creato da Balivo nel solco della maschera di Pantalone, […] L’Androide 17-22 è creato e agito da Balivo con una maschera da Pulcinella ispirata ai disegni del Tiepolo […] Lo Sbirrandroide è il poliziotto del futuro ed è creato e agito da Falcone sul solco del Capitano della Commedia dell’Arte, una grottesca macchina da guerra che non disdegna di vantarsi delle sue imprese […] Il Puteo, l’uomo del futuro, è affidato anch’esso al lavoro di Falcone che ne tratteggia il carattere lavorando in riferimento ad uno zanni ebete ma con una maschera d’invenzione del maestro Sindoca,[…]»

Mariano Dammacco, dalle note di regia

Premi Ubu 2022: gruppo d’ascolto a Malagola

In occasione della cerimonia di consegna dei Premi Ubu 2022 – che avverrà al Teatro Arena del Sole di Bologna il 12 dicembre, a partire dalle 20 – il Teatro delle Albe e Ravenna Teatro organizzano un gruppo di ascolto radiofonico per seguire la diretta su Rai Radio3. L’appuntamento è dalle ore 20:30 a Palazzo Malagola di via di Roma 118 a Ravenna, sede del centro di ricerca vocale e sonora MALAGOLA diretto da Ermanna Montanari, co-fondatrice e direttrice artistica del Teatro delle Albe, e da Enrico Pitozzi, studioso e docente dell’alma Mater Studiorum Università di Bologna.

Alla base della scelta di istituire un gruppo d’ascolto vi è la voglia di partecipare, seppur a distanza, ad una festa condivisa con Rai Radio3 e Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, seguendo la serata che sarà condotta da Laura Palmieri e Graziano Graziani, con interventi musicali di Ivan Talarico, un’incursione di Matilde Vigna e con la speciale partecipazione di Alessandro Bergonzoni.

Per informazioni e prenotazioni  333 8996348.