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La storia dei 7 fratelli Cervi e di quel lutto negato

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

I 7 Cervi in scena per  La Stagione dei Teatri 2025-2026 al Teatro Alighieri il 28 aprile.

«Mi hanno sempre detto: tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami. Ma guardate il seme. Perché la quercia morirà. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo»
“Papà” Alcide Cervi

Dopo una violenza, può capitarne di seguito un’altra: quella di un silenzio imposto, di un lutto negato, di corpi sottratti alla pietà. Da qui prende avvio lo spettacolo di Eugenio Sideri, che sceglie di raccontare la vicenda dei sette fratelli Cervi intrecciandola con il mito di Antigone.

I Cervi, figli di una famiglia contadina di Campegine e protagonisti della Resistenza antifascista, furono fucilati il 28 dicembre 1943 al Poligono di Tiro di Reggio Emilia insieme a Quarto Camurri. Alla loro uccisione seguì la negazione del cordoglio: una sepoltura frettolosa e l’impossibilità, per lungo tempo, di onorarli pubblicamente. È in questo spazio che il richiamo ad Antigone si fa centrale. Come nella tragedia di Sofocle la giovane sfida il potere per dare sepoltura al fratello, così Genoeffa Cocconi, madre dei Cervi, rivendicò il diritto al lutto, senza poterlo vedere compiuto.
In scena, gli interpreti sono insieme figure storiche e personaggi tragici: Genoeffa è Antigone, il gerarca fascista richiama Creonte. Attraverso questa sovrapposizione, la vicenda diventa riflessione sul conflitto tra legge e coscienza. Il dialetto reggiano, accanto all’italiano, restituisce radicamento e concretezza.

Lo spettacolo si inserisce nel progetto “I 7 Cervi” e nasce nell’ambito dell’ottantesimo anniversario dei funerali pubblici del 28 ottobre 1945, quando quella storia entrò definitivamente nella memoria collettiva della Resistenza.

Son sette le lettere della Memoria.

A, di Aldo.
Sono partito da un pensiero che era, ed è, un ordigno esploso nella pancia: perdere 7 figli. In un attimo, in un momento, ritrovare sette sedie vuote in quella stanza che aveva visto una famiglia contadina radunarsi, parlarsi, ragionare, leggere, raccontare “fole”. All’improvvisto la stanza si fa silenzio e il vuoto avanza inesorabile, come la nebbia della campagna emiliana.

G, di Gelindo.
Ho ascoltato questa terribile sensazione che mi aggrovigliava le viscere e mi schiacciava le spalle: dolore che ti taglia, ma anche rabbia, anche un grido che si fa pianto e lamento e rivolta.

F, di Ferdinando.
I Cervi e Antigone. Una madre e una sorella rivendicano il proprio lamento e vogliono la dignità di sepoltura per i loro cari, rubati alla vita per una idea di Libertà.

A, di Antenore.
Ho cercato il racconto, in una misura cronologica, camminando con Genoeffa e Antigone a ritroso, per ricordare da dove tutto aveva avuto inizio, e come. Dai Campi rossi, presi in affitto per realizzare nuove tecniche di lavoro, alle parole di Sofocle e del popolo di Tebe.

O, di Ovidio.
E’ proprio il Coro che si fa protagonista, ieri come oggi, nella rivolta contro il potere della dittatura; Coro-Popolo che canta, che si batte, che resiste.

E, di Ettore.
Alcide si fa Tiresia e, come un indovino, legge negli incubi neri della notte che inghiottirà i suoi figli e che darà voce a Don Pasquino Borghi, di lì a poco fucilato per la sua militanza antifascista.

A, di Agostino.
Non volevo la verosimiglianza, e nemmeno la rievocazione, ma trovare un denominatore comune alle due vicende per dar voce ad una unica voce, come se anche i personaggi smettessero di essere tali ed entrassero del Coro di quell’unico funerale del 28 ottobre 1945.

Poi c’è la C, che raccoglie tutto l’alfabeto. C di Cervi.

C come chi combatte, chi non molla, chi non si è arreso nemmeno dinanzi al plotone d’esecuzione, C come madri e padri che han guardato il seme e in lui han visto il futuro.

Eugenio Sideri

Uno spettacolo divertente ma amaro sull’illusione del successo

AL SOCJALE 2025-2026

Breviario di situazioni in cui occorrerebbe avere qualche fondamento di Tao in scena per la rassegna Al Socjale 2025-2026 al Teatro Socjale il 27 aprile.

Considera il tuo io come la tua peggior sfortuna

Breviario di situazioni in cui occorrerebbe avere qualche fondamento di Tao è uno spettacolo comico, contemporaneo e multilingue sul rapporto tra Oriente e Occidente, che si ispira al pensiero taoista – un sistema di pensiero profondamente radicato nella cultura cinese – per portare all’attenzione il dilemma esistenziale dell’identità. A partire dallo Zhuang-zi, uno dei tre libri del Canone Taoista, Viola e Matteo – i due componenti della compagnia Tristeza Ensemble e protagonisti dello spettacolo – raccontano di non riuscire ad accettare di non avere abbastanza talento per farsi un nome nel mondo del teatro. Ecco perché, al ritrovamento di un bislacco manoscritto taoista, credono di avere tra le mani lo spettacolo che li vendicherà agli occhi di chi non ha mai riconosciuto il loro genio: per ottenere l’ambitissimo Premio Ubu sono dunque disposti a tutto. Decidono infatti di reclutare alla spicciolata due malcapitati ragazzetti italo-asiatici e iniziano le prove nel retro di un ristorante cinese e si chiedono: i nostri sogni sono forse il riflesso del nostro ego smisurato?

Cos’è il Taoismo?
Il taoismo è una tradizione filosofica e religiosa nata in Cina tra il VI e il IV secolo a.C., attribuita principalmente al pensatore Laozi. Si basa sul concetto di Dao (o “Tao”), cioè il “principio” o la “via” che regola in modo naturale e armonioso l’universo. L’obiettivo dell’essere umano, secondo il taoismo, è vivere in accordo con questo flusso naturale, evitando forzature e seguendo il principio del wu wei, ovvero l’“azione senza sforzo” o il non-agire intenzionale. È una visione che valorizza semplicità, equilibrio e connessione con la natura; una pratica quotidiana anti-antropocentrica, antitetico al “cogito ergo sum” cartesiano, un riconoscere sé stessi come una piccolissima parte di un tutto.

«Lo spettacolo utilizza una comicità leggera e autoironica per affrontare un tema profondo come l’identità, richiamandosi al pensiero taoista di Zhuang-zi senza mai risultare didascalico. Il conflitto tra sogno, ego e fallimento artistico prende forma attraverso i personaggi di Viola e Matteo, figure fragili e ambiziose, sospese tra desiderio di riconoscimento e autoinganno. Il ritrovamento del manoscritto e le prove improvvisate nel retro di un ristorante cinese danno ritmo e situazioni surreali alla scena. Ne emerge una riflessione amara ma divertita sul talento, sull’illusione del successo e sulla difficoltà di accettare i propri limiti».

Progetto Visionari 2026 – Polis Teatro Festival

 

«[…] Usano sé stessɜ per scardinare le resistenze, queste sì antimoderne, del nostro mondo, al pari di Tristeza Ensemble nel Breviario di situazioni in cui occorrerebbe avere qualche fondamento di Tao. […] fa satira dell’ego, in particolare deɜ teatrantɜ, dispostɜ a tutto, pur di fare uno spettacolo che vinca ai Premi Ubu, e ironia sul modo distorto che abbiamo noi occidentali di intendere la filosofia orientale»

La compagnia Tristeza Ensemble è formata da Matteo Gatta e Viola Marietti, compagni di accademia al Piccolo Tetro di Milano. La compagnia nasce nel 2018 con lo spettacolo AMORE, per la scrittura di Gatta e la regia di Marietti, interpretato da entrambi. AMORE vince il bando #pillolediteatro2018 del Teatro Studio Uno (Tor Pignattara) e replica al Teatro India di Roma nell’estate 2019 all’interno del festival Dominio Pubblico, più altre date tra Ravenna e Milano. Nel 2021 nasce A.L.D.S.T. (Al Limite Dello Sputtanamento Totale), monologo di e con Viola Marietti, con la co-regia di Gatta e Gabriele Gerets Albanese nel ruolo di dramaturg. Lo spettacolo debutta al Teatro Franco Parenti di Milano e conta oltre 40 repliche, tra cui il Teatro Nazionale di Genova, l’Angelo Mai a Roma, il Foce a Lugano, il Morlacchi di Perugia.