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Tag: CapoTrave

Uno spettacolo divertente ma amaro sull’illusione del successo

AL SOCJALE 2025-2026

Breviario di situazioni in cui occorrerebbe avere qualche fondamento di Tao in scena per la rassegna Al Socjale 2025-2026 al Teatro Socjale il 27 aprile.

Considera il tuo io come la tua peggior sfortuna

Breviario di situazioni in cui occorrerebbe avere qualche fondamento di Tao è uno spettacolo comico, contemporaneo e multilingue sul rapporto tra Oriente e Occidente, che si ispira al pensiero taoista – un sistema di pensiero profondamente radicato nella cultura cinese – per portare all’attenzione il dilemma esistenziale dell’identità. A partire dallo Zhuang-zi, uno dei tre libri del Canone Taoista, Viola e Matteo – i due componenti della compagnia Tristeza Ensemble e protagonisti dello spettacolo – raccontano di non riuscire ad accettare di non avere abbastanza talento per farsi un nome nel mondo del teatro. Ecco perché, al ritrovamento di un bislacco manoscritto taoista, credono di avere tra le mani lo spettacolo che li vendicherà agli occhi di chi non ha mai riconosciuto il loro genio: per ottenere l’ambitissimo Premio Ubu sono dunque disposti a tutto. Decidono infatti di reclutare alla spicciolata due malcapitati ragazzetti italo-asiatici e iniziano le prove nel retro di un ristorante cinese e si chiedono: i nostri sogni sono forse il riflesso del nostro ego smisurato?

Cos’è il Taoismo?
Il taoismo è una tradizione filosofica e religiosa nata in Cina tra il VI e il IV secolo a.C., attribuita principalmente al pensatore Laozi. Si basa sul concetto di Dao (o “Tao”), cioè il “principio” o la “via” che regola in modo naturale e armonioso l’universo. L’obiettivo dell’essere umano, secondo il taoismo, è vivere in accordo con questo flusso naturale, evitando forzature e seguendo il principio del wu wei, ovvero l’“azione senza sforzo” o il non-agire intenzionale. È una visione che valorizza semplicità, equilibrio e connessione con la natura; una pratica quotidiana anti-antropocentrica, antitetico al “cogito ergo sum” cartesiano, un riconoscere sé stessi come una piccolissima parte di un tutto.

«Lo spettacolo utilizza una comicità leggera e autoironica per affrontare un tema profondo come l’identità, richiamandosi al pensiero taoista di Zhuang-zi senza mai risultare didascalico. Il conflitto tra sogno, ego e fallimento artistico prende forma attraverso i personaggi di Viola e Matteo, figure fragili e ambiziose, sospese tra desiderio di riconoscimento e autoinganno. Il ritrovamento del manoscritto e le prove improvvisate nel retro di un ristorante cinese danno ritmo e situazioni surreali alla scena. Ne emerge una riflessione amara ma divertita sul talento, sull’illusione del successo e sulla difficoltà di accettare i propri limiti».

Progetto Visionari 2026 – Polis Teatro Festival

 

«[…] Usano sé stessɜ per scardinare le resistenze, queste sì antimoderne, del nostro mondo, al pari di Tristeza Ensemble nel Breviario di situazioni in cui occorrerebbe avere qualche fondamento di Tao. […] fa satira dell’ego, in particolare deɜ teatrantɜ, dispostɜ a tutto, pur di fare uno spettacolo che vinca ai Premi Ubu, e ironia sul modo distorto che abbiamo noi occidentali di intendere la filosofia orientale»

La compagnia Tristeza Ensemble è formata da Matteo Gatta e Viola Marietti, compagni di accademia al Piccolo Tetro di Milano. La compagnia nasce nel 2018 con lo spettacolo AMORE, per la scrittura di Gatta e la regia di Marietti, interpretato da entrambi. AMORE vince il bando #pillolediteatro2018 del Teatro Studio Uno (Tor Pignattara) e replica al Teatro India di Roma nell’estate 2019 all’interno del festival Dominio Pubblico, più altre date tra Ravenna e Milano. Nel 2021 nasce A.L.D.S.T. (Al Limite Dello Sputtanamento Totale), monologo di e con Viola Marietti, con la co-regia di Gatta e Gabriele Gerets Albanese nel ruolo di dramaturg. Lo spettacolo debutta al Teatro Franco Parenti di Milano e conta oltre 40 repliche, tra cui il Teatro Nazionale di Genova, l’Angelo Mai a Roma, il Foce a Lugano, il Morlacchi di Perugia.

Il mondo altrove: la danza come ritualità magica

LA STAGIONE DEI TEATRI 2025-2026

Il mondo altrove: una storia notturna in scena come evento speciale fuori abbonamento de La Stagione dei Teatri 2025/2026 al Teatro Rasi il 3 marzo

Un rituale danzato che celebra il movimento di un mondo inesplorato: Il mondo altrove: una storia notturna è una creazione che intreccia Oriente e Occidente, liberamente ispirandosi ai rituali indigeni dell’America del Sud, alle tradizioni del teatro Nō giapponese e all’ossessiva e mistica ricerca musicale di Giacinto Scelsi attorno all’idea sferica del suono. Al centro, una figura sciamanica finemente adornata conduce una cerimonia senza tempo. I suoi gesti e i lineamenti del volto sono modellati secondo canoni estranei alla cultura occidentale: custodiscono il rituale di una possibile tradizione altra, agito all’interno di un confine circolare che delimita uno spazio ancora attribuibile al sacro e che raccoglie l’esito di una convivenza armonica tra habitat naturale e azione umana. L’azione, immersa in cromie di oro, ciano e porpora, è pensata al crepuscolo in un dialogo gestuale notturno,
di sostegno reciproco e comunione universale. Un invito a decifrare i “geroglifici” di questa figura ignota e a confrontarsi con un linguaggio fisico che apre a un mondo nuovo, riscoprendo la propria umanità nel riflesso dell’incontro.

«[…] Ciò che va in scena è una sorta di rito primitivo, è una danza che guarda agli archetipi della ritualità magica in cui spazio e oggetti diventano scenari affacciati sull’indicibile, sull’eterno, sul mistero della vita e del creato. Questo senso liminale – per dirla con Victor Turner – attraversa la performance di Nicola Galli che traduce il suo stile contemporaneo in una sorta di partitura mimica che vive di suggestioni etnologiche e iconografiche di un’arte primitiva e rupestre che emerge dalla postura del corpo».

Nicola Arrigoni, sipario.it

 

[…] Con una maschera a suo modo prodroma della Commedia dell’Arte, si aggancia ai riti campestri o ai pleniluni arcaici proiettando quel corpo fuori da sé oltre sé, rimuovendo le “incrostazioni” dell’adesso mostrando infine un racconto immemore. Sposta pietre, cadenza quasi levigando l’aria con una gestualità perplessa, orchestra lo spazio di una celebrazione antica in quell’assoluto della presenza e della natura con un discorso danzato bellissimo».

Paolo Ruffini, Limina teatri

 

 

«[…] É questa la sensazione di spaesamento che si ha di fronte a una perfomance che potremmo ricondurre alla danza solo per la presenza della musica (evocativa prima ma con un senso di pericolo ed enfasi poi) e l’assenza delle parole; ma, come la maschera e il costume, l’ascendenza dei gesti va ricercata nelle pratiche dell’estremo oriente, nei ricordi di stampo balinesi, con l’obiettivo però di riposizionare i segni di quelle culture e dei loro immaginari in altri luoghi per creare, appunto, nuovi orizzonti e non una mera imitazione»

Andrea Pocosgnich, Cordelia – Teatro e Critica

 

 

Nicola Galli, classe 1990, è coreografo, danzatore, light e costume designer. La sua ricerca si declina in azioni e dispositivi che spaziano dalla coreografia alla performance, dall’installazione all’ideazione grafico-visiva. Dal 2010 sviluppa un’indagine coreografica incentrata sul profondo rapporto tra uomo e natura e dal 2014 è artista sostenuto dall’organismo di produzione TIR Danza. Nel 2018 vince il Premio Equilibrio – Fondazione Musica per Roma e il premio Danza&Danza come miglior coreografo emergente. Nel 2019 vince il premio Sfera d’Oro per la danza. Le sue creazioni sono state presentate in Egitto, Francia, Germania, Giappone, Italia, Lussemburgo, Olanda, Perù, Spagna, Svizzera e tramite livestreaming in Corea del Sud.

Le Volpi, in scena i fanatismi del Belpaese

LA STAGIONE DEI TEATRI 2023-2024

In occasione de Le Volpi, in scena  per La Stagione dei Teatri 2023/2024 sabato 13 aprile alle 21:00 al Teatro RasiFederica Ferruzzi ha intervistato Luca Ricci.

Uno spettacolo che il regista Luca Ricci firma insieme a Lucia Franchi, con cui dà vita, dal 2003, alla Compagnia CapoTrave, che produce proprie drammaturgie originali indagando i temi dell’attualità sociale dal punto di osservazione della provincia italiana. In scena protagonisti d’eccezione quali Giorgio Colangeli, attualmente candidato ai David di Donatello per il film di Paola Cortellesi, Antonella Attili, che abbiamo visto in Nuovo cinema Paradiso e, di recente, ospite del programma Propaganda Live di Diego Bianchi su La 7, e Federica Ombrato, in teatro diretta da Rifici, al cinema invece con Bellocchio.

Gli affari politici di una piccola realtà di provincia sono il cuore di questo spettacolo, che mette a nudo un modo di procedere scorretto, ma diffuso. Il tema è anche nelle cronache di oggi, cosa vi interessava sottolineare?

“Senza dubbio questo è l’aspetto centrale del lavoro: il punto di osservazione della provincia diventa una sorta di lente di ingrandimento per analizzare abitudini e costumi molto diffusi nel nostro Paese. Il tono è da commedia, è un lavoro in cui si ride, si ride molto, ma il tentativo che facciamo è anche quello di strozzare la risata in gola. In realtà non c’è niente da ridere di fronte a questo malcostume dilagante. Il nostro obiettivo, come autori, è anche quello di perseguire una sorta di liberazione, scrivere diventa terapeutico, ci liberiamo di cose che non ci vanno giù. La scrittura deve nascere da qualcosa che brucia, e allora pensiamo possa toccare corde che risultino interessanti anche per altri. Questo può stimolare una reazione, può, ad esempio, farci prendere atto che siamo tutti un po’ colpevoli rispetto a questi atteggiamenti. È un leggero scivolare verso un accomodamento reciproco, scagli la prima pietra chi non l’ha mai fatto in vita sua”.

Per presentare lo spettacolo siete ricorsi ad una frase di Sciascia: I grandi guadagni fanno scomparire i grandi principi, e i piccoli fanno scomparire i piccoli fanatismi Quali sono, qui, i piccoli fanatismi?

“Qui il fanatismo è quello di una giovane donna che si occupa di linguaggi del contemporaneo, che ha vissuto a Rotterdam, una città moderna e dinamica, ma che, tornata al paese, attua principi moraleggianti verso una generazione di padri che hanno rubato ed esaurito le risorse di cui ora sente la mancanza. È mossa da un intento anche nobile, ma alla fine scadrà nel fanatismo così come il sindaco, che per salvare un reparto ospedaliero si dimostrerà disposto a tutto. Allo stesso modo la madre, dirigente sanitaria, animata dalla volontà di non muovere troppo l’esistente, si dimostrerà capace di passare sopra la figlia pur di non sfigurare. Tre fanatismi che si incontrano in una situazione apparentemente molto tranquilla, che invece farà esplodere gli appetiti”.

A funzionare è anche la scelta dei protagonisti: cosa avete privilegiato nella selezione?

“Io e Lucia quasi mai scriviamo pensando a qualcuno. A volte è successo, ma non è la prassi. Le nostre ossessioni continuano a rimanere le storie, i contenuti, gli intrecci. In questo caso si è trattato di un incontro particolarmente fortunato perché Giorgio Colangeli e Antonella Attili sono due persone di grande generosità e professionalità, due qualità per nulla scontate. Ad esempio Colangeli, tutte le sere prima di andare in scena ripete la parte, la affina, regalandoci una bella lezione di vita. Federica Ombrato è stata un ‘innesto’ felice: è entrata per una sostituzione e ha spostato l’energia dello spettacolo in uno spazio inesplorato, è stata un’ulteriore ventata di freschezza”.

Il titolo, chiaramente, rimanda all’idea di astuzia: questi tre personaggi lo sono?

“Sì, senza dubbio: sono tre persone che, come dire, mettono in piedi una trama avvolgente, una tessitura, gli uni nei confronti degli altri per arrivare ai propri scopi. C’è inoltre un riferimento a Ben Jonson, un grande intellettuale, contemporaneo di Shakespeare per il quale nutriva una forte ammirazione. Scrisse Volpone, dove il personaggio centrale mette in piedi trame oscure e basate sulla furbizia per raggiungere i propri scopi. Per me l’aggettivo furbo non sempre ha valenza negativa, come dimostra il servo della commedia dell’arte che sarà protagonista del nuovo spettacolo: la sua furbizia non nasce da uno studio, bensì dalla pratica. Quello che cerchiamo di fare è scrivere testi in cui lo spettatore si immedesimi, quindi il risvolto oscuro arriva dopo: per tre quarti dello spettacolo la furbizia non si avverte, anzi si sopporta. Una spettatrice dopo una replica mi disse: ‘Colangeli è talmente affabile che gli daresti ragione anche quando dice cose assolutamente deprecabili’. Ecco, è esattamente questo l’obiettivo che volevamo raggiungere”.